Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22252 del 25/09/2017


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Cassazione civile, sez. un., 25/09/2017, (ud. 12/09/2017, dep.25/09/2017),  n. 22252

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RORDORF Renato – Primo Presidente f.f. –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente di Sez. –

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente di Sez. –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere –

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. LOMBARDO Luigi – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 12679-2016 proposto da:

B.A., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza Cavour 17,

presso lo studio dell’avvocato Giuseppe Belcastro, rappresentato e

difeso dall’avvocato Teresa Chiodo;

– ricorrente –

contro

PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DEI CONTI, elettivamente

domiciliato in Roma, Via Baiamonti 25;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 560/2015 della CORTE DEI CONTI – TERZA SEZIONE

GIURISDIZIONALE CENTRALE D’APPELLO – ROMA, depositata il 03/11/2015.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

12/09/2017 dal Consigliere LUIGI GIOVANNI LOMBARDO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale SGROI CARMELO, che ha concluso per l’inammissibilità del

ricorso;

udito l’Avvocato Teresa Chiodo.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – Accogliendo la domanda della locale Procura Regionale, la Sezione giurisdizionale della Corte dei Conti per la Calabria condannò B.A. – funzionario del Comune di Siderno – al pagamento in favore del detto ente della somma di Euro 20.698,08, ritenendolo responsabile, unitamente ad altri dipendenti ed amministratori del medesimo comune, del danno erariale indiretto che quest’ultimo aveva patito in relazione alle somme che aveva dovuto versare a titolo di oneri aggiuntivi – a seguito di sentenza della Corte di Appello di Reggio Calabria (passata in cosa giudicata) – ai proprietari di alcuni terreni occupati, in forza di ordinanza sindacale, ai fini dell’esecuzione di opere pubbliche, per i quali tuttavia la procedura di espropriazione non era stata completata nei termini di legge.

2. – Avverso tale sentenza propose gravame il B., che presentò altresì separata istanza di definizione agevolata ai sensi della L. n. 266 del 2005. Il Procuratore Generale propose appello in via incidentale.

Con decreto n. 25 del 2014, il giudice di appello negò ingresso immediato all’istanza di definizione agevolata, rilevando come, in presenza di appello incidentale del P.M., la decisione sull’istanza necessitasse del vaglio della fondatezza del gravame proposto dalla Procura Generale; dispose, pertanto, di rimettere all’esame del merito delle impugnazioni la valutazione circa l’accoglibilità dell’istanza.

Con sentenza del 3 novembre 2015, la Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale Centrale di Appello, rigettò l’appello del B. e, in accoglimento dell’impugnazione del P.M., rideterminò in Euro 24.519,55 la somma dovuta dal B. al Comune di Siderno. Nell’accogliere parzialmente l’appello del P.M., il giudice del gravame nulla dispose espressamente in ordine alla istanza di definizione agevolata, limitandosi a statuire che “Ogni altra domanda o eccezione risulta assorbita”.

3. – Avverso la sentenza di appello, B.A. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi, denunciando l’eccesso di potere giurisdizionale nonchè plurime violazioni di legge.

Il Procuratore generale presso la Corte dei Conti ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Col ricorso si deducono i seguenti motivi:

1.1. – Col primo motivo, si deduce l’eccesso di potere giurisdizionale in cui sarebbe incorsa la Corte dei conti in relazione al mancato accoglimento dell’istanza di definizione agevolata, con conseguente violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost. e della L. n. 266 del 2005, art. 1, commi 231-233. Si deduce in particolare che, con la sentenza impugnata, la Corte contabile di appello sarebbe incorsa in denegata giustizia nel respingere implicitamente l’istanza di definizione anticipata con la formula “ogni avversa istanza eccezione e deduzione respinte”, senza esaminare i presupposti formali e sostanziali dell’istanza medesima e negando al ricorrente il diritto di avere una pronuncia di merito su di essa;

1.2. – Col secondo motivo, si deduce poi la violazione e la falsa applicazione della L.R. Calabria n. 18 del 1983, art. 19 e del R.D. n. 148 del 1915, art. 142 nonchè della L. n. 2359 del 1865, L. n. 865 del 1971 e L. n. 1 del 1978, per avere la Corte contabile di appello omesso di considerare che, all’epoca dei fatti, la responsabilità del procedimento espropriativo competeva al Sindaco e non al funzionario posto a capo della divisione amministrativa comunale competente;

1.3. – Col terzo motivo, si deduce ancora la violazione e la falsa applicazione della L. n. 142 del 1990, per avere il giudice di appello applicato retroattivamente l’ordinamento degli enti locali introdotto con detta legge (che ha ridefinito le attribuzioni e le responsabilità degli amministratori eletti e dei dipendenti degli enti locali), erroneamente ritenendo che il B. fosse responsabile del procedimento espropriativo avviato dal Comune di Siderno;

1.4. – Col quarto motivo, si deduce infine l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, per avere il giudice di appello omesso di considerare le risultanze istruttorie (con particolare riferimento all’ordine di servizio n. 2739 del 21.2.1986), dalle quali sarebbe emerso che il B. era rimasto del tutto estraneo al procedimento espropriativo, e per aver erroneamente interpretato la delibera della Giunta municipale che aveva riconosciuto al B. lo svolgimento delle mansioni superiori di “Dirigente divisione ufficio tecnico”.

2. – Il secondo, il terzo e il quarto motivo sono palesemente inammissibili, in quanto con essi vengono dedotti meri errores in iudicando che esulano dal dettato dell’art. 362 c.p.c., comma 1.

Secondo la costante giurisprudenza di questa Suprema Corte, il ricorso per cassazione contro la decisione della Corte dei conti è consentito soltanto per motivi inerenti alla giurisdizione, sicchè il controllo della S.C. è circoscritto all’osservanza dei meri limiti esterni della giurisdizione, non estendendosi ad asserite violazioni di legge sostanziale o processuale concernenti il modo d’esercizio della giurisdizione speciale; ne consegue che, anche a seguito dell’inserimento della garanzia del giusto processo nella nuova formulazione dell’art. 111 Cost., l’accertamento in ordine ad errores in procedendo o ad errores in iudicando rientra nell’ambito del sindacato afferente i limiti interni della giurisdizione, trattandosi di violazioni endoprocessuali rilevabili in ogni tipo di giudizio e non inerenti all’essenza della giurisdizione o allo sconfinamento dai limiti esterni di essa, ma solo al modo in cui è stata esercitata (da ultimo, Cass., Sez. Un., n. 12497 del 18/05/2017).

3. – Più approfondito vaglio merita il primo motivo di ricorso.

Com’è noto, la L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 1 (legge finanziaria 2006), commi 231-233 stabilisce: “Con riferimento alle sentenze di primo grado pronunciate nei giudizi di responsabilità dinanzi alla Corte dei conti per fatti commessi antecedentemente alla data di entrata in vigore della presente legge, i soggetti nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di condanna possono chiedere alla competente sezione di appello, in sede di impugnazione, che il procedimento venga definito mediante il pagamento di una somma non inferiore al 10 per cento e non superiore al 20 per cento del danno quantificato nella sentenza. La sezione di appello, con decreto in camera di consiglio, sentito il procuratore competente, delibera in merito alla richiesta e, in caso di accoglimento, determina la somma dovuta in misura non superiore al 30 per cento del danno quantificato nella sentenza di primo grado, stabilendo il termine per il versamento. Il giudizio di appello si intende definito a decorrere dalla data di deposito della ricevuta di versamento presso la segreteria della sezione di appello”.

A proposito dell’interpretazione di tale disposizione, la giurisprudenza dei giudici contabili ha affermato – per quanto in questa sede rileva – i seguenti principi di diritto:

– l’esame dell’istanza di definizione agevolata del giudizio di appello, formulata L. n. 266 del 2005, ex art. 1, commi 231, 232 e 233 dalla parte privata appellante, non può ritenersi precluso dalla proposizione di un contrapposto appello della parte pubblica;

– nel caso di appelli contrapposti sulla quantificazione della somma dedotta nella sentenza di condanna di primo grado, la definizione della richiesta, se previamente estesa dalla parte privata, in replica all’appello della parte pubblica, all’eventuale successiva maggior condanna, avverrà dopo l’esame dei due appelli riuniti. L’accertamento in giudizio di un maggior importo sarà oggetto della sentenza di condanna, eventualmente condizionata al mancato tempestivo pagamento della minor somma determinata in applicazione della normativa agevolata di cui alla L. n. 266 del 2005, art. 1, commi 231, 232 e 233 ove ne ricorrano i presupposti (Corte dei Conti, sez. riun., n. 3 del 25/06/2007; nello stesso senso, Corte dei conti. sez. riun., n. 2 del 25.5.2009, che ha precisato che il giudice d’appello, nell’esaminare l’istanza di “definizione agevolata” presentata dalla parte privata, dovrà tenere conto dei motivi del gravame proposto dal pubblico ministero, quali elementi da valutare al pari di tutte le circostanze di fatto e dei criteri posti a base della decisione sulla stessa istanza).

Nel caso di specie, la sezione giurisdizionale di appello della Corte dei conti, a fronte dell’appello incidentale proposto dal pubblico ministero, ha rinviato l’esame dell’istanza di definizione agevolata alla definizione del giudizio di gravame, applicando la richiamata giurisprudenza esistente nella materia; tuttavia, una volta rigettato l’appello principale della parte privata e accolto quello del Procuratore generale, ha dichiarato ogni altra istanza “assorbita”.

Il ricorrente invoca l’applicazione del principio di diritto dettato da questa Corte – in tema di sindacato delle Sezioni Unite della Suprema Corte per motivi inerenti alla giurisdizione – secondo cui rientra nell’ambito dello stesso non solo la denuncia di violazione della norma attributiva dei poteri cognitivi per un loro esercizio oltre i limiti segnati dalla legge, ma anche, logicamente, l’ipotesi opposta di una mancata erogazione della tutela giurisdizionale per ragioni non previste dalla norma; ne consegue che sono affette da eccesso esterno dai poteri giurisdizionali le pronunce della Corte dei conti con cui venga pronunciata l’inammissibilità dell’istanza di definizione agevolata della controversia sulla responsabilità amministrativa, avanzata ai sensi della L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 1, commi 231-233 in ragione della proposizione dell’appello ad opera della parte pubblica, posto che detta domanda può dichiararsi preclusa solo in difetto dei diversi presupposti indicati dalla legge, e cioè se proveniente da soggetto non legittimato, o perchè non richiesta in appello dall’appellante, o domandata per condanne per fatti commessi dopo il 31 dicembre 2005, o dopo il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado che ha statuito la condanna stessa (Cass., Sez. Un., n. 3854 del 12/03/2012).

E’ evidente, tuttavia, che l’invocato principio non è applicabile al caso di specie, ricorrendo qui una fattispecie giuridica del tutto diversa; ciò in quanto nella presente causa, la Corte dei conti non ha dichiarato inammissibile l’istanza di definizione agevolata per l’avventa proposizione di appello da parte del pubblico ministero, ma ha prima disposto che l’istanza venisse esaminata dopo il vaglio della fondatezza della detta impugnazione e poi ha dichiarato l’istanza medesima assorbita nell’accoglimento del gravame del P.M., così pronunziando un sostanziale rigetto di essa.

Il Collegio ritiene, invece, di ribadire il principio di diritto, già affermato da questa Corte in tema di definizione agevolata della controversia formulata ai sensi della L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 1, commi 231-233 secondo cui la norma sulla definizione agevolata dei giudizi di responsabilità erariale, di cui alla L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 1, comma 231, non è una norma sulla giurisdizione, riguardando una modalità procedimentale interna al giudizio contabile, sicchè è inammissibile il ricorso in cassazione per erronea applicazione di quella norma da parte della Corte dei conti, nè esso può sollevare questione di legittimità costituzionale della norma stessa, da sollevarsi, invece, nel medesimo giudizio contabile (Cass., Sez. Un., n. 476 del 14/01/2015).

In ogni caso, poi, il ricorso risulta inammissibile perchè, a fronte della sostanziale pronuncia di rigetto dell’istanza di definizione agevolata (dichiarata assorbita), non prospetta altro che un error iuris nel quale il giudice contabile di appello sarebbe incorso.

Questa Corte ha già affermato che è inammissibile il ricorso per cassazione prospettante carenze motivazionali dell’impugnata sentenza con la quale la Corte dei conti, sezione giurisdizionale centrale d’appello, decidendo nel merito un giudizio di responsabilità amministrativa per danno erariale, abbia disatteso l’istanza di definizione agevolata della controversia formulata ai sensi della L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 1, commi 231-233 investendo una siffatta censura non l’omesso esercizio del concreto potere attribuito a quella Corte, assoggettabile al sindacato, ex art. 362 cod. proc. civ., sotto il profilo dell’accertamento dell’eventuale sconfinamento dai limiti esterni della propria giurisdizione da parte del giudice contabile ovvero dell’esistenza stessa di vizi riguardanti l’essenza di tale funzione giurisdizionale, bensì la sua modalità operativa, e, quindi, un asserito error in procedendo o in iudicando, non rientrante nell’ambito di operatività del menzionato sindacato in quanto afferente i limiti interni di detta giurisdizione (Cass., Sez. Un., n. 14503 del 10/06/2013; in termini analoghi, Cass., Sez. Un., n. 14890 del 21/06/2010).

In definitiva, poichè le doglianze mosse col primo motivo di ricorso si risolvono nella denuncia di un errore di diritto, come tale non integrante uno sconfinamento dai limiti esterni della giurisdizione contabile, anche tale motivo risulta inammissibile.

4. – Il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile.

Nulla va statuito sulle spese, in ragione della qualità di parte solo “in senso formale” del Procuratore generale presso la Corte dei conti (ex plurimis, Cass., Sez. Un., 08/05/2017, n. 11139; Cass., Sez. Un., 27/02/2017, n. 4879; Cass., Sez. Un., 27/12/2016, n. 26995).

5. – Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto dopo il 30 gennaio 2013), sussistono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato da parte del ricorrente, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

 

dichiara inammissibile il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili della Corte Suprema di cassazione, il 12 settembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 25 settembre 2017

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