Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22230 del 04/08/2021

Cassazione civile sez. II, 04/08/2021, (ud. 07/10/2020, dep. 04/08/2021), n.22230

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23173-2019 proposto da:

O.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE GIUSEPPE

MAZZINI 6, presso lo studio dell’avvocato MANUELA AGNITELLI, che lo

rappresenta e difende giusta procura in calce al presente atto;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

nonché contro

COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE

INTERNAZIONALE;

– intimata –

avverso il decreto di rigetto n. cronol. 1661/2019 del TRIBUNALE di

L’AQUILA, depositata il 17/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

07/10/2020 dal Consigliere Dott. ANTONELLO COSENTINO.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Il sig. O.M. ha proposto ricorso, sulla scorta di quattro motivi, per la cassazione del decreto con cui il tribunale di L’Aquila, Sezione specializzata in materia di Protezione Internazionale, ha rigettato il ricorso proposto dall’odierno ricorrente avverso il provvedimento della Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Ancona, con il quale era stata a lui negata la protezione internazionale per ritenuta insussistenza dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, richiesto in via principale, nonché per la protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 2, lett. g) e art. 14 e per quella umanitaria D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6, richieste in via subordinata.

Il tribunale di L’Aquila, dopo un’ampia premessa sui presupposti per il riconoscimento di ciascuna delle forme di protezione internazionale invocate dal sig. O. (status di rifugiato, protezione sussidiaria, protezione umanitaria) nonché sul ruolo attivo richiesto all’autorità amministrativa e al giudice dell’impugnazione nell’istruzione di tali domande, con obbligo di attivazione di poteri officiosi ai fini di acquisire una completa conoscenza della situazione legislativa e sociale dello Stato di provenienza, ritiene che la vicenda narrata dall’odierno ricorrente riguardi aspetti privati e non integri in alcun modo gli estremi per il riconoscimento della protezione internazionale.

Non sussistono certamente i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, secondo la definizione della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, non venendo in rilievo, a fondamento degli atti di persecuzione o del timore di essi, motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un gruppo sociale determinato o opinione politica. La fuga dalla (OMISSIS) del sig. O. origina, infatti, da un contrasto tra vicini di casa: il padre dell’odierno ricorrente aveva piantato su un’area che il vicino rivendicava come propria una pianta, in seguito forzosamente estirpata dai figli del vicino, con conseguente reazione dell’odierno ricorrente e di un suo amico, il quale, a seguito di uno scontro che aveva determinato il ferimento del sig. O., aveva cagionato la morte di uno dei figli.

Allo stesso modo, il tribunale esclude la possibilità di riconoscere la protezione sussidiaria, collegata, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14, all’esistenza di una condanna a morte o alla possibilità che venga eseguita la pena di morte, al rischio di subire torture o altri trattamenti inumani o degradanti o all’esistenza di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile, derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. Nel caso di specie, il ricorrente non è stato condannato a morte e non rischia l’esecuzione della pena capitale, così come non emerge, dalla narrazione dei fatti, il rischio di subire torture o trattamenti inumani da organi dello Stato o da altri soggetti dotati in (OMISSIS) del potere sanzionatorio. Quanto poi ai rischi ricollegabili ad una violenza indiscriminata derivante da una situazione di conflitto (D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c)), il tribunale, pur rilevando la progressiva radicalizzazione e militarizzazione degli oppositori delle compagnie petrolifere e del governo e l’emersione di nuovi gruppi armati (tra questi, il (OMISSIS)), osserva che le violenze perpetrate risultano indirizzate al sabotaggio di impianti o al sequestro di dipendenti di compagnie petrolifere e non indiscriminatamente alla popolazione.

Infine, il tribunale non riconosce neppure la protezione umanitaria. Pur ritenendo ancora applicabile alla vicenda in esame la protezione per seri morivi di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, per essere stata la domanda presentata prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, che ha abolito il “generico” permesso umanitario prevedendo ipotesi tipiche di permesso, tuttavia non reputa sussistenti i gravi motivi umanitari. Questi ultimi, infatti, richiedono un vero e proprio impedimento al ritorno nel Paese d’origine a causa di sistematiche e gravi violazioni dei diritti umani. Tale strumento richiede un esame concreto ed effettivo delle peculiarità del caso di specie, effettuando una valutazione comparativa tra le condizioni che caratterizzano la vita del soggetto nel nostro Paese e quelle in cui questi verrebbe a trovarsi nel Paese d’origine, accordando tale forma minima di protezione umanitaria in caso di effettiva e incolmabile sproporzione. Nel caso di specie, la storia personale del sig. O. non è segnata da episodi di confronto/scontro con le criticità dell’impianto democratico del Paese di provenienza, difettando la condizione di vulnerabilità e trattandosi di contrasti di natura privata.

Con il primo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., ai nn. 3 e 5 il sig. O.M. deduce la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, lett. e) e f) e art. 11; l’illogica, contraddittoria e apparente motivazione per avere il tribunale rigettato la richiesta dello status di rifugiato “non riuscendo ad individuare persecuzioni per tendenze o stili di vita”.

Il diniego dello status di rifugiato è dipeso dall’asserita mancanza di persecuzione e dalla circostanza che le ragioni della fuga sono ritenute di natura privatistica. Al contrario, parte ricorrente ha chiarito che, pur trattandosi di un problema di carattere familiare, egli teme di essere arrestato dalla polizia al suo rientro e di subire un trattamento inumano e degradante, dovendosi intendere il concetto di “persecuzione” come situazione di pericolo attuale per la propria esistenza. Si osserva, inoltre, che nel presente giudizio non si applicano le norme processual-civilistiche ordinarie, gravando sul ricorrente un onere probatorio attenuato, in considerazione delle difficoltà di circostanziare la domanda con adeguato richiamo al contesto socio-politico del Paese d’origine. 11 tribunale ha, al contrario, omesso di svolgere un ruolo attivo nell’istruzione della domanda, non avendo esercitato i poteri – doveri officiosi d’indagine e di acquisizione di informazioni aggiornate sul Paese del richiedente la protezione, con conseguente motivazione apparente.

Con il secondo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., ai nn. 3 e 5 il sig. O.M. deduce la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, comma 1, lett. c) e art. 3, comma 3, lett. a) e degli artt. 2, 3, 5, 8 e 9 CEDU e del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 27, comma 1 bis, dal momento che il rigetto della protezione sussidiaria è stato emesso senza alcuna valutazione sulla sussistenza del danno grave, con conseguente difetto di istruttoria.

Il tribunale avrebbe, a detta del ricorrente, violato il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14 per aver ritenuto non sussistente il “danno grave” richiesto dalla normativa ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria. Qualora, infatti, la situazione personale del richiedente non integri gli estremi per il riconoscimento dello status di rifugiato, ma sussistono fondati motivi per ritenere che se ritornasse nel paese d’origine correrebbe un rischio effettivo di subire un danno grave (rischio di condanna a morte, torture o altri trattamenti inumani o degradanti, minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale), il soggetto deve essere ammesso a beneficiare dello status di protezione sussidiaria. Nel caso de quo, il tribunale ha erroneamente escluso tale protezione, ritenendo il danno, cui sarebbe esposto il ricorrente in caso di rimpatrio, eventuale e non effettivo, sul presupposto dell’insussistenza in (OMISSIS) di una situazione di pericolo generalizzato. Si censura, dunque, l’omessa attivazione dei poteri officiosi d’indagine e di informazione volti a conoscere il contesto sodo-politico (OMISSIS), al fine di vagliare concretamente il rischio per il richiedente protezione di subire al rientro torture o trattamenti inumani, secondo l’ampia interpretazione data dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo all’art. 3 CEDU.

Con il terzo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 il sig. O.M. deduce la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14 e art. 3, comma 3, lett. a) e b), degli artt. 3 e 7 CEDU, dal momento che il rigetto del riconoscimento della protezione sussidiaria è stato emesso (anche) sulla base di un giudizio prognostico, futuro e incerto e non “sullo stato effettivo e attuale del Paese d’origine”, ritenendo che in (OMISSIS) non vi fosse un pericolo generalizzato. Il comma 3 dell’art. 3 del più volte citato decreto impone, in sede di valutazione della domanda del, richiedente la protezione internazionale, di aver riguardo alle vicende politiche del Paese d’origine al momento della decisione giurisdizionale, al fatto che l’istante abbia già subito persecuzioni, alia situazione individuale e a qualsiasi attività esercitata dal richiedente successivamente alla fuga. Pur avendo, nel caso in esame, il richiedente rappresentato il timore, in caso di rimpatrio, di essere arrestato dalla polizia e di subire l’assoluta privazione del giusto processo e la violazione della propria incolumità e dignità personale, data la situazione delle carceri in (OMISSIS), né la Commissione territoriale né il giudice hanno ritenuto sufficiente la vicenda rappresentata e le criticità della situazione sodo-politica per concedere al ricorrente la protezione sussidiaria. Si allega una relazione tratta dal sito ufficiale della Farnesina relativa alla precaria situazione di sicurezza in (OMISSIS), ad ulteriore riprova del grave errore commesso dal tribunale nel limitarsi ad un giudizio prognostico, futuro e incerto, sullo stato del Paese, anziché attivare poteri officiosi per conoscerne la situazione attuale ed effettiva, con conseguente difetto d’istruttoria. Con il quarto motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3 il sig. O.M. deduce la violazione del combinato disposto di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 1, la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 3, lett. e) e comma 4; l’illogica, contraddittoria e apparente motivazione per avere il tribunale rigettato la richiesta di protezione umanitaria senza operare un esame specifico e attuale della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente, con riferimento al paese d’origine. Ad avviso del ricorrente, nel caso di specie sussistono i motivi di carattere umanitario necessari per concedere la protezione residuale di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, essendo il ricorrente scappato dal suo paese a causa dei gravissimi problemi familiari avuti dopo l’uccisione di uno dei figli del vicino, sicché un rientro forzoso in patria si tradurrebbe in un’evidente compromissione del suo diritto alla libertà e all’incolumità personale. Si ribadisce, inoltre, che, ai fini della concessione della protezione umanitaria, occorre valutare caso per caso se la vulnerabilità del richiedente possa discendere da un’effettiva sproporzione nel godimento dei diritti fondamentali tra il contesto di vita nel paese d’origine e quello nel paese di destinazione, comparazione nel caso de quo del tutto omessa dal tribunale.

Il Ministero dell’Interno si è costituito in giudizio per resistere al presente ricorso, La causa è stata chiamata all’adunanza di camera di consiglio del 7 ottobre 2020, per la quale non sono state depositate memorie.

Il ricorrente, sig. O.M., è stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato. Il primo motivo, con cui si censura il rigetto dello status di rifugiato, si risolve in rassegna di giurisprudenza scollegata dalle argomentazioni del decreto impugnato. Esso va disatteso, perché non scalfisce la ratio decidendi, ossia l’accertamento di fatto del giudice di merito che la fuga dell’odierno ricorrente nulla a che fare con motivi razziali, religiosi, culturali o politici, cosicché “la vicenda narrata (al netto del fatto omicidiario, del quale non vi è prova e per il quale non risultano provvedimenti restrittivi adottati nei confronti del richiedente) riguarda aspetti privati e non integra in alcun modo gli estremi per il riconoscimento della protezione internazionale” (pagina 13, primo capoverso, del decreto). Cfr. Cass. n. 30969/2019: “Requisito essenziale per il riconoscimento dello “status” di rifugiato è il fondato timore di persecuzione “personale e diretta” nel Paese d’origine del richiedente a causa della razza, della religione, della nazionalità, dell’appartenenza a un gruppo sociale ovvero per le opinioni politiche professate; il relativo onere probatorio – che riceve un’attenuazione in funzione dell’intensità della persecuzione – incombe sull’istante, per il quali è tuttavia sufficiente dimostrare, anche in via indiziaria, la “credibilità” dei fatti allegati, i quali, peraltro, devono avere carattere di precisione, gravita e concordanze.

Il secondo motivo – che censura il rigetto della domanda di protezione sussidiaria, con promiscuo riferimento all’art. 14, alle lett. b) e c) lamentando il mancato esercizio dei poteri ufficiosi di cooperazione istruttoria di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 – è infondato. Il tribunale ha infatti escluso la sussistenza d pericolo sulla scorta delle risultanze del report Roma Tre del maggio 2018, dal quale emerge che, anche ritenendo sussistente un conflitto armato nella zona del (OMISSIS), si tratterebbe pur sempre di violenze dirette al sabotaggio di impianti o al sequestro di dipendenti delle compagnie petrolifere, non anche alla popolazione civile (p. 13 decreto). Il terzo morivo è anch’esso infondato.

La deduzione relativa al timore del ricorrente di essere arrestato della polizia (cfr. pag. 12, ultimo cpv, del ricorso, dove si parla di “situazione della condizione delle carceri in (OMISSIS), con assoluta privazione del giusto processo, in assoluta violazione la sua incolumità e dignità personale”) è inammissibile perché non si confronta con il giudizio del tribunale secondo cui non vi è prova del fatto omicidiario e per lo stesso non risultano provvedimenti restrittivi nei confronti del richiedente (pag. 13, primo rigo, del decreto). Quanto allo stralcio tratto dal sito della Farnesina riprodotto a pag. 13 del ricorso, esso va giudicato inconcludente, nulla aggiungendo di nuovo al quadro delineato dal tribunale; tale stralcio, infatti, si limita a segnalare delle aree in cui si registra una più intensa attività terroristica e criminale (sostanzialmente confermando, peraltro, che le violenze legate ai conflitti armati sono orientate verso gli stranieri), senza alcun riferimento alla situazione delle carceri (OMISSIS), nelle quali l’odierno ricorrente teme la compromissione dei propri diritti fondamentali.

In ogni caso va qui ribadito che, in tema di protezione internazionale, il motivo di ricorso per cassazione che mira a contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle cd. fonti privilegiate, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, deve evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, in violazione del cd. dovere di collaborazione istruttoria, sono state oggettivamente travisate, ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate (così Cass. 4037/20).

Il tribunale ha esaminato la condizione attuale del Paese d’origine dell’odierno ricorrente e ha escluso la sussistenza delle condizioni per riconoscere la protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14, adeguandosi all’insegnamento di questa Corte alla cui stregua le liti tra privati per ragioni proprietarie o familiari non possono essere addotte come causa di persecuzione o danno grave, nell’accezione offerta dal D.Lgs. n. 251 del 2007, trattandosi di “vicende private” estranee al sistema della protezione internazionale, non rientrando né nelle forme dello “status” di rifugiato (art. 2, lett. e), né nei casi di protezione sussidiaria (art. 2, lett. g), atteso che i cd. soggetti non statuali possono considerarsi responsabili della persecuzione o del danno grave solo ove lo Stato, i partiti o le organizzazioni che controllano lo Stato o una parte consistente del suo territorio, comprese le organizzazioni internazionali, non possano o non vogliano fornire protezione contro persecuzioni o danni gravi (così Cass. ord. n. 23281/2020). Anche il quarto motivo di ricorso, relativo al rigetto della richiesta di protezione umanitaria D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6, va infine giudicato infondato, perché il tribunale ha analizzato tanto la situazione del paese di origine, ritenendo che la stessa non presentasse rischio per i (OMISSIS), tanto la situazione soggettiva del ricorrente, considerando sia la sua storia personale sia la sua mancanza di inserimento in Italia (pag. 14 del decreto), formulando un apprezzamento di fatto non censurabile in sede di legittimità se non nei limiti di cui al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Il ricorso è rigettato. Nulla per le spese, non avendo il Ministero sostanzialmente espletato attività difensive.

Deve altresì darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, del raddoppio del contributo unificato D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1 quater, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 7 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 4 agosto 2021

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