Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22228 del 04/08/2021

Cassazione civile sez. VI, 04/08/2021, (ud. 14/04/2021, dep. 04/08/2021), n.22228

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22848-2019 proposto da:

C.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LUIGI BARTELLI,

5, presso lo studio dell’avvocato RAFFAELE GAGLIARDI, rappresentato

e difeso dall’avvocato LUCA VELLETRI;

– ricorrente –

contro

D.F.A., elettivamente domiciliata in ROMA, V. CARLO MIRABELLO

6, presso lo studio dell’avvocato GRAZIELLA RUSSO, rappresentata e

difesa dall’avvocato FRANCESCA D’ONOFRIO;

– controricorrente –

contro

P.M.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 141/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 10/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/04/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPE

TEDESCO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Il Tribunale di Latina, nella causa di regolamento di confini promossa da D.F.A. nei confronti di P.M., ha determinato il confine fra i rispettivi fondi e ha condannato il convenuto P.M. a restituire una striscia di terreno compresa fra la particella (OMISSIS) del foglio (OMISSIS), di proprietà dell’attrice, e la particella (OMISSIS) del medesimo foglio, di proprietà del convenuto.

La sentenza di primo grado, sull’appello del P., è stata confermata dalla Corte d’appello di Roma.

Contro la sentenza in grado d’appello ha proposto opposizione di terzo C.L., affermandosi proprietario per usucapione della striscia oggetto della condanna restitutoria in favore della D.F.. Con la stessa opposizione ha chiesto che fosse in ogni caso accertato il proprio diritto di transitare sulla striscia in c.stazione per raggiungere il fondo identificato dalla particella 53, trattandosi di fondo al suo esclusivo possesso.

Instauratosi il contraddittorio nei confronti della D.F., nella contumacia del P., la Corte d’appello di Roma ha rigettato l’opposizione. Essa ha osservato che non era stata data la prova del possesso né della porzione in contesa, né della particella (OMISSIS), possesso, quest’ultimo, che si atteggiava quale presupposto essenziale per fondare una pretesa possessoria, a titolo di servitù, sulla porzione oggetto della pronuncia di condanna al rilascio in favore della D.F.. Al riguardo la Corte d’appello ha rilevato che le deposizioni dei testimoni F., Ca. e Pa., i quali avevano riferito che il C. custodiva il proprio materiale edile nel terreno identificato dalla particella (OMISSIS), riferivano una circostanza non determinante, in quanto ascrivibile a un comportamento di tolleranza del P., “che è pacificamente il cognato della parte opponente” (pag. 5 della sentenza). Per la cassazione della sentenza C.L. ha proposto ricorso affidato a due motivi. Con il primo motivo, proposto in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, il ricorrente denuncia la nullità della sentenza per motivazione apparente, nella parte in cui la Corte d’appello ha negato il possesso della particella 53. Con il secondo motivo si censura la decisione in relazione al medesimo profilo, ma in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n 5. Il ricorrente lamenta che la Corte d’appello, nel riconoscere la tolleranza, ha omesso di considerare un fatto storico decisivo, costituito dal procedimento possessorio, instaurato dal ricorrente contro il P.M. dinanzi al Tribunale di Latina, dal quale era scaturita una ordinanza di reintegrazione nel possesso in proprio favore.

D.F.A. ha resistito con controricorso.

La causa è stata fissata dinanzi alla Sesta sezione civile della Suprema Corte su conforme proposta del relatore di inammissibilità del ricorso. In quanto all’eccezione di inammissibilità del ricorso, per la sua tardiva notificazione alla controricorrente, si osserva che il ricorso è stato tempestivamente notificato a P.M., litisconsorte necessario nel giudizio di opposizione di terzo instaurato dal C. al fine riconoscimento del proprio diritto di proprietà sulla porzione oggetto della condanna in favore della D.F.. E’ stato chiarito che la sentenza esecutiva, la quale riconosca la proprietà dell’immobile in capo ad un soggetto nei confronti di un’altra parte, costituisce una situazione giuridica incompatibile con il preteso diritto di proprietà sullo stesso oggetto vantato dal terzo opponente, sussistendo quindi il litisconsorzio necessario di tutte le parti della sentenza (Cass. n. 24201/2006). In considerazione del carattere necessario del litisconsorzio, è quindi applicabile nella specie il principio secondo cui la “notifica dell’impugnazione relativa a cause inscindibili – sia nell’ipotesi di litisconsorzio necessario sostanziale che processuale eseguita nei confronti di uno solo dei litisconsorti nei termini di legge, introduce validamente il giudizio di gravame nei confronti di tutte le altre parti, ancorché l’atto di impugnazione sia stato, a queste, tardivamente notificato. In tal caso, infatti, l’atto tardivo riveste la funzione di notificazione per integrazione del contraddittorio ex art. 331 c.p.c., e l’iniziativa della parte, sopravvenuta prima ancora dell’ordine del giudice, assolve alla medesima funzione” (Cass. n. 13753/2009; n. 11552/2013; n. 27927/2018).

Il primo motivo è inammissibile. La motivazione della sentenza esiste non solo come parte grafica del documento, ma rende percepibili le ragioni del decisum, consistenti, da un lato, nel riconoscimento della persistente disponibilità del fondo da parte del proprietario, dall’altro, nella considerazione dell’attività realizzata dal C. sul fondo nella prospettiva della tolleranza. Il ricorrente, dunque, non denuncia un’anomalia motivazionale non senso chiarito dalla giurisprudenza di questa Corte, ma il supposto contrasto fra la decisione e le prove assunte, la cui valutazione si assume non correttamente eseguita da parte del giudice di merito (Cass., S.U. n. 8053/2014). In questo senso, però, la censura è inammissibile, perché, sotto l’apparente deduzione del vizio di motivazione apparente, il ricorrente aspira in realtà a una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito (Cass., S.U., n. 34476/2019).

E’ ugualmente inammissibile il secondo motivo, con il quale il ricorrente, nel denunciare l’omesso esame del fatto costituito dal procedimento possessorio promosso da lui contro il P. in relazione al possesso della particella 53, non assolve agli oneri di specificità imposti a chi intenda sollevare in cassazione una simile censura. La sentenza impugnata non accenna minimamente a tale fatto (Cass. n. 20694/2018), né il ricorrente deduce quando e come esso fu dedotto nel giudizio d’appello. I generici riferimenti contenuti nel ricorso, mediante rinvio alle pagg. 4 e 5 dell’atto di citazione e alle pagg. 6 e 7 della comparsa conclusionale, non sono a tal fine sufficienti (Cass., S.U., n. 8053/2014; n. 27415/2018). A ciò di deve aggiungere che il fatto è palesemente privo di decisività: è decisivo il fatto il quale, se esaminato, avrebbe giustificato con certezza una decisione diversa (Cass. n. 27415/2018). In proposito il precedente procedimento possessorio e il contegno tenuto in esso dal P., rimasto contumace, costituiscono elementi che, di per sé, non privano del suo fondamento la decisione della Corte d’appello, nella parte in cui è stato riconosciuto il persistente possesso del proprietario. Quest’ultimo, secondo la ricostruzione operata con la sentenza, aveva costruito il capannone, curato la pratica di condono e concesso in locazione il terreno a terzi. Si deve poi considerare che il vizio di omesso esame di un fatto decisivo non sussiste qualora il fatto storico, rilevante in causa, come nel caso in esame, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass., S.U., n. 8053/2014).

Conclusivamente il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con addebito di spese.

Ci sono le condizioni per dare atto del D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater, della “sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto”.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente, al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida nell’importo di Euro 2.800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 14 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 agosto 2021

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