Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22222 del 22/09/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 22/09/2017, (ud. 07/06/2017, dep.22/09/2017),  n. 22222

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPPI Aniello – Presidente –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6342-2017 proposto da:

R.K., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso

la Cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato GIUSEPPE TORTORELLI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DFLL’INTERNO, C.F. (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1517/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 25/08/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 07/06/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIO VALITUTTI.

Fatto

RILEVATO

che:

R.K. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, avverso la sentenza della Corte d’appello di Torino n. 1517/206, depositata il 25 agosto 2016, con la quale è stato rigettato l’appello proposto dal medesimo nei confronti dell’ordinanza del Tribunale di Torino in data 30 ottobre 2015, che aveva rigettato l’istanza del R. di riconoscimento della protezione internazionale o umanitaria; l’intimato Ministero dell’Interno non ha svolto attività difensiva.

Diritto

RITENUTO

che:

i tre motivi di ricorso siano manifestamente infondati, alla stregua dei principi affermati dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte, ai quali si è attenuto nel caso di specie il giudice di seconda istanza; invero, in tema di protezione internazionale dello straniero, sia la Commissione territoriale, alla quale spetta la prima valutazione della domanda di protezione internazionale, sia gli organi di giurisdizione ordinaria siano tenuti a valutare l’esistenza delle condizioni poste a base delle misure tipiche e della misura residuale del permesso umanitario, utilizzando il potere-dovere d’indagine previsto dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, e quello relativo alla credibilità delle dichiarazioni del richiedente, precisato dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 con forte attenuazione del regime ordinario dell’onere della prova (Cass. 24/09/2012, n. 16221; Cass. 16/07/2015, n. 14998), in particolare, la valutazione di affidabilità del dichiarante alla luce del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, sia vincolata ai criteri indicati dalla lett. a) e d) e debba essere compiuta in modo unitario (lettera e), tenendo conto dei riscontri oggettivi e del rispetto delle condizioni soggettive di credibilità contenute nella norma, non potendo lo scrutinio finale essere fondato sull’esclusiva rilevanza di un elemento isolato, specie se si tratta di una mera discordanza cronologica sulla indicazione temporale di un fatto e non sul suo mancato accadimento (Cass. 04/04/2013, n. 8282);

Rilevato che:

nel caso concreto, la Corte territoriale ha accertato la non credibilità della versione dei fatti fornita dal richiedente, sia per le palesi discrasie nella narrazione degli stessi – con particolare riferimento ai motivi della lite che avevano determinato la morte del fratello, ed in relazione al bene che avrebbe determinato la contesa con il sindaco del paese, dalla quale sarebbe derivato l’episodio delittuoso narrato sia per l’inverosimiglianza del fatto che a tale episodio non fosse stato dato seguito alcuno dalle autorità locali, nonostante la sua gravità, e del fatto che la famiglia del ricorrente non correva analoghi rischi, pur essendo rimasta in Pakistan;

la Corte ha, altresì, constatato che nessuna prova documentale attendibile era stata prodotta dall’istante, al di fuori di un informe foglietto – che avrebbe dovuto rappresentare la copia della denuncia alla polizia e che non presentava “alcun crisma di veridicità”;

il giudice di appello ha, infine, accertato – attraverso adeguate ricerche esperite sui siti internazionali – che la zona di provenienza del ricorrente non era interessata da forme di violenza indiscriminata, essendovi un numero limitato di attentati terroristici e di attacchi, per cui nè la protezione internazionale, nè quella umanitaria, potevano essere concesse a R.K.;

Considerato che:

a fronte di tali motivati accertamenti in fatto, operati dalla Corte d’appello, le censure in esame si traducano sostanzialmente in una revisione del ragionamento decisorio del giudice di appello, inammissibile in sede di legittimità (Cass. 05/08/2016, n. 16526); Ritenuto che:

il ricorso – in quanto manifestamente infondato, alla stregua dei parametri desumibili dall’art. 360 bis c.p.c. – debba essere, pertanto, dichiarato inammissibile (Cass. Sez. U. 21/03/2017, n. 7155), senza alcuna statuizione sulle spese, attesa la mancata costituzione degli intimati.

PQM

 

dichiara inammissibile il ricorso. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 7 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2017

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