Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22173 del 03/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 03/08/2021, (ud. 17/02/2021, dep. 03/08/2021), n.22173

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18510-2015 prcposto da:

P.N., elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio

dell’avvocato GUIDO ROSSI, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

I.N.P.G.I. – ISTITUTO NAZIONALE DI PREVIDENZA DEI GIORNALISTI

ITALIANI “GIOVANNI AMENDOLA”, in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA COLA DI

RIENZO 69, presso lo studio dell’avvocato PAOLO BOER, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 469/2015 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 14/01/2015 R.G.N. 494/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/02/2021 dal Consigliere Dott. LUIGI CAVALLARO.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che, con sentenza depositata il 14.1.2015, la Corte d’appello di Genova ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva rigettato la domanda di P.N. volta alla restituzione di quanto indebitamente trattenutogli sulla pensione di anzianità corrispostagli dall’INPGI in ottemperanza agli abbattimenti di cui all’art. 7 del Regolamento approvato con Delib. Consiglio di amministrazione dell’Istituto 17 giugno 1998, n. 144;

che avverso tale pronuncia P.N. ha proposto ricorso per cassazione, deducendo un motivo di censura, successivamente illustrato con memoria;

che l’INPGI ha resistito con controricorso, anch’esso successivamente illustrato con memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che, con l’unico articolato motivo, il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 416 del 1981, artt. 37 e 38, L. n. 388 del 2000, art. 76, D.Lgs. n. 509 del 1994, art. 2, L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, D.L. n. 185 del 2008, art. 19, comma 18-ter, lett. a), n. 2) (conv. con L. n. 2 del 2009), tutti in riferimento all’art. 7, comma 5, del Regolamento INPGI approvato con Delib. 17 giugno 1998, n. 144 per avere la Corte di merito ritenuto la legittimità della disposizione ult. cit., secondo la quale i giornalisti che accedono alla pensione anticipata patiscono di un abbattimento percentuale annuo a scalare dal 37,04% al 5,56% sino al raggiungimento dell’età pensionabile per come fissata nel regime ordinario, nonostante essa si ponga in contrasto con il principio del coordinamento tra le norme della gestione pensionistica sostitutiva e quelle dell’assicurazione generale obbligatoria e, ignorando la specialità propria della L. n. 416 del 1981, art. 37 attribuisca all’INPGI una potestà di incidere sui trattamenti pensionistici che non può dirsi conferita dal D.Lgs. n. 509 del 1994, art. 2;

che, al riguardo, non rileva la pronuncia n. 19573 del 2019 (cui ha dato continuità Cass. n. 21470 del 2020) con cui questa Corte, in difformità da Cass. nn. 8067 e 12671 del 2016, ha ritenuto l’illegittimità dell’art. 15 del Regolamento dell’INPGI in quanto recante la disciplina la materia del cumulo tra reddito da lavoro e trattamento pensionistico in maniera diversa da quanto previsto nel regime relativo all’AGO, trattandosi di pronuncia che, oltre ad avere ad oggetto una fattispecie differente da quella per cui è causa, ha precisato di non voler rimettere in discussione il valore precettivo attribuito dal precedente orientamento al disposto della L. n. 416 del 1981, art. 38, comma 4 (nel testo risultante dalla novella apportata della L. n. 388 del 2000, art. 76, comma 1), secondo cui il ricorso al concetto di “coordinamento” vale di per sé stesso quale negazione di una diretta e necessaria efficacia delle norme di previdenza sociale nell’ordinamento dell’Istituto e quale affermazione di un autonomo potere di adeguare le norme stesse alle interne esigenze di bilancio, ma piuttosto di voler attribuire la necessaria rilevanza alla norma regolatrice della fattispecie del cumulo, ratione temporis costituita dalla L. n. 388 del 2000, art. 72, comma 2;

che, per conseguenza, deve tenersi fermo il principio secondo cui l’autonomia gestionale, organizzativa e contabile riconosciuta all’INPGI, come agli altri enti privatizzati di cui al D.Lgs. n. 509 del 1994, trova limite soltanto nell’esigenza esigenza che l’Istituto assicuri il coordinamento delle proprie regole gestionali con quelle operanti con riguardo al regime delle prestazioni e dei contributi delle forme di previdenza sociale obbligatoria, senza che per ciò solo sussista alcun diritto degli iscritti alla forma sostitutiva a rivendicare il trattamento della forma obbligatoria e dovendo semmai ribadirsi – sulla scia di Cass. nn. 11023 del 2006 e 12208 del 2011 – l’affermazione d’un autonomo potere dell’ente previdenziale di adeguare le norme stesse alle interne esigenze di bilancio;

che, ciò premesso, la sentenza impugnata ha correttamente valorizzato il fatto che la previsione della L. n. 416 del 1981, art. 37 che pone a carico dell’INPGI l’obbligo di integrare la contribuzione mancante ai giornalisti che, in caso di crisi aziendale, accedano al trattamento pensionistico anticipato fin dal compimento del 58 anno di età, rappresentava, anteriormente all’entrata in vigore del D.L. n. 185 del 2008, art. 19, comma 18-ter, lett. a), n. 2), cit., che ha posto il relativo onere a carico del bilancio pubblico, una fonte di spesa maggiore rispetto al rimborso a carico della CIG della contribuzione perduta fino al compimento dell’anzianità normativamente prevista per accedere alla pensione, implicando per l’INPGI l’esborso del trattamento pensionistico per un numero superiore di anni rispetto a quello prevedibile (cfr. pag. 5 della sentenza impugnata);

che affatto corretta, in quest’ottica, è l’implicazione secondo cui, non potendo l’ordinamento accollare l’onere di corrispondere un dato beneficio pensionistico ad un ente previdenziale privatizzato e assoggettato a rigorosissime regole di gestione finanziaria per garantirne la solvibilità nei confronti degli iscritti, senza al contempo consentirgli di assumere quei provvedimenti necessari ad assicurarne la sostenibilità in termini finanziari, affatto plausibile doveva ritenersi la disciplina degli abbattimenti di cui all’art. 7 del Regolamento pensionistico, essendo stata adottata siccome accertato dalla Corte territoriale – “sulla base di uno “studio tecnico attuariale” finalizzato a verificare l’impatto della disciplina di fonte primaria sulla spesa previdenziale” dell’Istituto (così la sentenza impugnata, pag. 6);

che tali abbattimenti, garantendo la prestazione pensionistica prevista dalla norma primaria e modulandone l’ammontare in modo da garantire il rispetto degli obblighi di equilibrio finanziario della gestione, risultano pienamente compatibili con il dovere di coordinamento di cui alla L. n. 416 del 1981, art. 38 cit., costituendone precisamente un inveramento relativamente al periodo che qui è in contestazione, anteriore all’entrata in vigore del D.L. n. 185 del 2008, art. 19, comma 18-ter, più volte cit.;

che deve escludersi che la commisurazione della pensione di anzianità mediante sistemi di abbattimento del tipo di quello in esame sia assoggettata alla disciplina del pro rata di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, (nel testo vigente anteriormente alle modifiche apportate dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763), non riguardando il rendimento dei contributi versati e costituendo, invece, una misura di temporanea graduazione della misura della prestazione con scopo dissuasivo e con la finalità di garantire il mantenimento di equilibri finanziari, la cui applicazione è rimessa alla scelta dell’assicurato di optare per la pensione di anzianità (cfr. in tal senso le considerazioni espresse in Cass. nn. 23597 e 28253 del 2018);

che il ricorso, pertanto, va rigettato, compensandosi nondimeno le spese del giudizio di legittimità, in relazione alla complessità della fattispecie e alle oscillazioni della giurisprudenza di questa stessa Corte in materia; che, in considerazione del rigetto del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, previsto per il ricorso.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Compensa le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 17 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 agosto 2021

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