Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22164 del 03/08/2021

Cassazione civile sez. III, 03/08/2021, (ud. 11/05/2021, dep. 03/08/2021), n.22164

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE STEFANO Franco – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 16810/2019 R.G. proposto da:

P.S., titolare della ditta individuale omonima e

successore a titolo particolare di STEFANO UNO SRL in liquidazione,

rappresentato e difeso dall’Avv. BRUNELLI ILARIA, con domicilio

eletto in Roma, via degli SCIALOJA, n. 18, presso lo studio di

quest’ultimo;

– ricorrente –

contro

ACEA SPA, in qualità di mandataria di ACEA ATO 2 SPA GRUPPO ACEA

SPA, in persona del Responsabile della Direzione Affari e Servizi

Corporate e come tale procuratore della ACEA SPA,

D.V.G., rappresentata e difesa dall’Avv. VALENTI VALERIO, con

domicilio eletto in Roma, via del MASCHERINO, n. 72, presso lo

studio di quest’ultimo;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 7283/2018 della Corte d’Appello di Roma

adottata in data 12 settembre 2018, resa pubblica il 19 novembre

2018;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del giorno 11

maggio 2021 dal Consigliere Dott. Marilena Gorgoni.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il ricorrente, il quale agisce nella veste di titolare della Ditta individuale P.S. e quale successore a titolo particolare della ditta Stefano Uno SRL, rispettivamente, proprietaria e conduttrice del locale seminterrato sito in (OMISSIS), espone in fatto che aveva convenuto Acea Ato 2 SPA, dinanzi al Tribunale di Roma, chiedendo, previo provvedimento cautelare d’urgenza ex art. 669 quater c.p.c., l’eliminazione delle infiltrazioni d’acqua provenienti da un tubo stradale adduttore di acqua potabile in pressione ed il risarcimento di tutti i dati subiti e subendi.

Il Tribunale, espletata CTU, accogliendo la domanda attorea, emetteva ordinanza ex art. 186 quater c.p.c., con cui, accertata la responsabilità della convenuta riguardo al danneggiamento del locale per le infiltrazioni di acqua, ordinava la sostituzione del tubo risultato tarlato e riconosceva agli attori – la Ditta P. e la Stefano Uno SRL – i soli danni alla struttura del locale, quantificati in Euro 1.500,00, escludeva, invece, quelli alle merci ed ai macchinari ivi contenuti, condividendo quanto affermato dal CTU, e cioè che i suddetti beni fossero già danneggiati prima dell’infiltrazione d’acqua, a causa dell’umidità normalmente presente in un locale seminterrato, ed altresì quei danni assertivamente derivanti dal mancato utilizzo di due box.

La sentenza n. 16975/2015 del Tribunale confermava il contenuto dell’ordinanza cautelare e regolava le spese di lite e di CTU.

Gli attori impugnavano il suddetto provvedimento dinanzi alla Corte d’Appello di Roma, che, con la decisione n. 7283/2018, oggetto dell’odierno ricorso, rigettava il gravame.

P.S. ricorre averso detta sentenza, basandosi su dodici motivi, illustrati da memoria.

Resiste con controricorso ACEA SPA.

La trattazione del ricorso è stata fissata in Camera di Consiglio ai sensi dell’art. 380 bis n. 1 c.p.c. e non sono state depositate conclusioni scritte da parte del PM.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Alla disamina di tutte le censure va premesso che la Corte d’appello ha complessivamente basato la sua decisione sulla carenza di idonea prova del valore delle merci (in relazione al loro stato attribuito dal CTU ad un preesistente ammaloramento) al momento dei fatti come pure dei danni derivati dalla lamentata indisponibilità dei locali. Puo poi tralasciarsi, visto l’esito del ricorso la questione della legittimazione a ricorrere.

Tanto osservato puo procedersi all’esame del primo motivo con il quale il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, “Nullità della sentenza per omessa pronuncia su motivo d’appello, per violazione degli artt. 112 e 132 c.p.c.”.

La Corte territoriale, dopo aver enunciato il secondo ed il terzo motivo di appello, ha affermato di poterli esaminare congiuntamente ed ha concluso, ad avviso del ricorrente, senza alcuna motivazione logico-giuridica, che essi non erano meritevoli di accoglimento, limitandosi ad osservare che in appello era stato chiesto al CTU di esprimere le sue valutazioni sulle osservazioni delle parti, che il CTU aveva depositato a tale scopo la sua relazione il 18 novembre 2016 e che l’attività istruttoria svolta, tenendo in considerazione la citata integrazione, era del tutto esauriente e tale da consentire di valutare le censure di merito relative al rigetto della domanda di risarcimento dei danni da ammaloramento delle merci e da indisponibilità dei locali.

Il ricorrente ne trae il convincimento che il giudice a quo abbia omesso di pronunciarsi sul motivo di appello con cui era stato lamentato il mancato svolgimento in primo grado di ulteriori indagini tecniche al fine di verificare la misura del livello di umidità presente all’interno del box utilizzato dalla Stefano Uno SRL come magazzino, dopo la sostituzione della tubazione tarlata, oltre a non aver motivato le ragioni del rigetto del secondo e del terzo motivo di gravame.

Dette censure non possono trovare accoglimento.

La sentenza impugnata, infatti, ha fornito una congrua e coerente motivazione delle ragioni a sostegno della decisione reiettiva della domanda risarcitoria, così come sulla completezza dell’attività istruttoria svolta. Quanto a quest’ultima, a p. 4, dà atto che era stato concesso alle parti un termine per formulare eventuali osservazioni critiche alle valutazioni del CTU “con piena interlocuzione con questi”, che in appello era stato chiesto al CTU di esprimere le sue valutazioni sulle osservazioni delle parti, che il CTU vi aveva provveduto con il deposito di una specifica relazione, avvenuto il 18 novembre 2016. In merito al rigetto delle domande risarcitorie, oggetto del secondo e del terzo motivo di appello (con il secondo veniva lamentato il mancato espletamento di una specifica indagine tecnica volta ad accertare il grado di umidità dei locali, dopo la risoluzione del problema infiltrativo; con il terzo veniva ribadita la richiesta risarcitoria dei danni a merci, materiali e fustelle e di quelli derivanti dall’inutilizzabilità del box oggetto delle infiltrazioni e di quello nel quale erano state trasferiti i materiali già danneggiati dall’umidità), la sentenza impugnata ha chiarito, dopo aver dato atto del deposito della relazione integrativa da parte del CTU e che “con l’integrazione svolta in appello l’attività istruttoria svolta e’, in ogni caso, esauriente”, con una motivazione piuttosto articolata, le ragioni ostative all’accoglimento delle domande risarcitorie, alle pp. 4-7. Deve, quindi, escludersi che meriti le censure rivoltele, sia sotto il profilo dell’asserito difetto di attività, ex art. 112 c.p.c., sia sotto il profilo motivazionale.

Anche senza considerare che la tecnica argomentativa del ricorrente è in bilico tra la denuncia del vizio di omessa pronuncia e quella del vizio di omessa motivazione e che l’erronea sussunzione nell’uno piuttosto che vizio è ritenuta da questa Corte causa di inammissibilità del ricorso (Cass. 11/05/2012, n. 7268), deve muoversi dalla premessa che l’omessa pronunzia che il ricorrente ha inteso denunciare, invocando la violazione dell’art. 112 c.p.c., si sostanzia nella totale carenza di considerazione della domanda e dell’eccezione sottoposta all’esame del giudice, il quale manchi completamente di adottare un qualsiasi provvedimento, quand’anche solo implicito, di accoglimento o di rigetto, invece indispensabile alla soluzione del caso concreto.

Ebbene, se è vero che la sentenza impugnata non ha dato contezza esplicitamente delle ragioni per cui non ha provveduto a dar seguito alla richiesta di indagine di cui al secondo motivo di appello, dopo averlo riprodotto, deve tuttavia escludersi che sia incorsa nel denunciato vizio di omessa attività, perché, dopo aver ritenuto esaustiva l’attività svolta dal CTU, anche in ragione della sua relazione integrativa, ha disatteso la domanda risarcitoria per il mancato assolvimento dell’onere della prova quanto all’esistenza ed alla consistenza delle merci, per mancata indicazione quali testimoni dei tecnici dell’ACEA, che avevano eseguito i sopralluoghi nei locali sei giorni dopo la scoperta del danno, e del geometra, che era stato incaricato di periziare il danno, nonché per la mancata produzione del libro inventari. A tale valutazione assorbente, giacché rende del tutto irrilevante il fatto che i locali fossero o meno umidi anche a prescindere dalle infiltrazioni d’acqua, il giudice a quo ha sommato un’ulteriore considerazione così introdotta: “anche a voler ritenere provata l’effettiva esistenza delle merci nelle quantità indicate nel magazzino di proprietà del P. non vi è prova dei danni subiti dalle fustelle metalliche mentre la pelletteria (…) era presumibilmente priva di valore commerciale nel 2009”, giacché, trattandosi di prodotti acquistati tra il 1995 ed il 1990, quand’anche conservati in locali idonei, erano soggetti per natura a rapido ed elevato deprezzamento. Ha poi aggiunto che i locali non erano idonei alla conservazione di quel tipo di materiali, ed è tornata sul valore irrisorio della merce, affermando che esso trovava conferma nel fatto che la merce era stata trasferita in un altro locale solo nel dicembre 2009, cioè nove mesi dopo la constatazione delle infiltrazioni provenienti dalla tubatura tarlata.

Non solo: a p. 5 ha tratto dalla relazione di CTU il convincimento che i locali non fossero idonei alla conservazione di quella tipologia di merce, a causa dell’umidità ambientale connaturata alle caratteristiche costruttive di un locale seminterrato e con pareti esterne costituite da murature di sostegno del terreno.

Per concludere, la Corte territoriale ha adeguatamente motivato l’esaustività dell’attività svolta dal CTU; dalla relazione integrativa emergeva, infatti, che il CTU, fornendo i chiarimenti richiestigli sulle contestazioni di natura tecnica racchiuse nelle censure dell’impugnazione, aveva concluso che il locale, privo di intercapedini e di vespaio ventilato, di adeguate aperture dirette all’aria libera e di sistemi di impermeabilizzazione non era idoneo ad essere utilizzato né come laboratorio né come deposito dei materiali sensibili all’umidità; implicitamente rigettando la richiesta di svolgimento di un’indagine specifica volta ad accertare il grado di umidità dei locali dopo la riparazione delle infiltrazioni. Non solo: la Corte territoriale ha ampiamente giustificato il rigetto della domanda risarcitoria, anche a prescindere da tale questione.

E comunque non è ammissibile un motivo di ricorso che denunci un difetto di motivazione della sentenza che venga supportato da riferimenti esterni alla motivazione stessa: secondo il costante insegnamento di questa Corre, infatti, il vizio denunciato deve risultare dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali (Cass., Sez. Un., 7/04/2014, nn. 8053 e 8054).

2. Con il secondo motivo il ricorrente, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deduce “Omesso esame di fatto decisivo – vizio di motivazione – travisamento della prova e violazione dell’art. 115 c.p.c.”, non essendosi la sentenza gravata pronunciata sulle richieste di supplemento della CTU e sulle prove documentali offerte, costituite da perizie di misurazione dell’umidità dei locali, ed essendosi limitata ad un acritico accoglimento delle conclusioni del CTU, senza in alcun modo spiegare da cosa fosse stato tratto il convincimento che il locale fosse umido ed inidoneo alla conservazione di merci, visto che la prova decisiva, cioè la perizia circa lo stato del locale dopo la riparazione della tubatura rotta, era stata del tutto ignorata.

Il motivo ripropone, da una prospettiva diversa, la questione già sollevata con il mezzo impugnatorio precedente. Non può che rinviarsi a quanto già rilevato scrutinandolo, dovendosi ribadire che l’umidità dei locali e la loro idoneità alla conservazione della merce asseritamente danneggiata non sono state la ragione principale né l’unica per cui la Corte d’Appello non ha accolto la richiesta risarcitoria.

3. Con il terzo motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il ricorrente denuncia “Omesso esame di fatto decisivo – vizio di motivazione – travisamento della prova e violazione dell’art. 115 c.p.c.”. Oggetto di censura è la statuizione con cui la Corte d’Appello ha giustificato la reiezione della domanda risarcitoria per i danni alle merci, ritenendola non provata, ma solo assertivamente affermata. Il ricorrente la ritiene errata, perché, a suo dire, dalle prove in atti, anche documentali, emergeva, senza contestazioni provenienti da parte avversa, la presenza di almeno 8-10 scatoloni di merce danneggiata dall’infiltramento diretto dell’acqua ed il danno arrecato veniva valutato nel 10% del valore richiesto.

La censura non si confronta con la ratio decidendi della sentenza impugnata, la quale, come già riferito, ha giustificato le ragioni per cui ha ritenuto non provato il danno alle merci conservate nel magazzino: mancata escussione di testi che avrebbero potuto riferire della presenza e (soprattutto) della consistenza della merce asseritamente danneggiata, mancata produzione dei libri contabili da cui desumere quanto meno il valore di acquisto, se non quello attuale di magazzino (cfr. p. 49).

Peraltro, deve ribadirsi che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass., Sez. Un., 07/04/2014, nn. 8053 e 8054).

Non può dunque che ribadirsi che non è ammessa una censura che investa la motivazione della sentenza impugnata, traendo argomenti dal confronto tra la motivazione e le risultanze processuali.

4. Con il quarto motivo il ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e n. 3, “Omesso esame di fatto decisivo – vizio di motivazione – travisamento della prova e violazione dell’art. 115 c.p.c.”.

Secondo il ricorrente era pacifico, perché non contestato, che almeno 8-10 scatoloni erano stati danneggiati e che il danno risultante era pari al 10% di quanto richiesto, tant’e’ che era stata chiesta sia in primo che in secondo grado una provvisionale; di conseguenza, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto che non fossero state dimostrate né la presenza né la consistenza delle merce danneggiata, posto che: i) dalla CTU e dalla documentazione fotografica ad essa allegata emergeva la presenza di una scaffalatura metallica su cui erano collocati alcuni scatoloni; ii) era stato prodotto un inventario; iii) la stessa Corte d’Appello, sia pure al ben diverso fine di far emergere il valore irrisorio della merce, aveva dato risalto al fatto che la merce asseritamente danneggiata fosse stata trasferita in altro box solo sei mesi dopo la constatazione dell’infiltrazione d’acqua: indice della presenza della stessa prima del relativo trasferimento.

Il motivo è infondato.

Innanzitutto, va rilevato che l’inventario prodotto non è stato considerato utile ai fini della prova, perché non era stato redatto secondo la previsione di cui all’art. 2217 c.c., sul libro regolarmente tenuto dalla società Stefano Uno nel rispetto dell’art. 2215 c.c., e che tale statuizione, avente valore assorbente, non è stata in alcun modo confutata dal ricorrente.

Bisogna partire, infatti, da un dato e cioè dal fatto che la Corte d’Appello ha ritenuto carenti di prova la presenza e la consistenza della merce presente in magazzino al momento delle infiltrazioni.

Va da sé che, ai fini della richiesta risarcitoria, era necessario dimostrare sia l’una che l’altra, oltre al danneggiamento cagionato dall’infiltrazione d’acqua.

Ora, la mancata contestazione specifica di circostanze di fatto, nel caso di specie costituite dalla presenza di un certo numero di scatoloni di merce all’interno del box danneggiato dalle infiltrazioni, non potrebbe comportare, anche là dove documentata – nel caso di specie, peraltro, il ricorrente, si è limitato a riportare alcuni stralci della relazione del geometra incaricato da Generali Italia, assicuratrice della ACEA, da cui emerge la non contestazione circa l’esistenza di fenomeni infiltrativi riconducibili alla rottura della tubatura e che l’incidenza causale del sinistro sul danno reclamato era indicato nella misura del 10% del danno lamentato: danno che ben poteva riferirsi alle tinteggiature e al danneggiamento dell’intonaco – la prova degli effetti del sinistro quanto al danno reclamato, né la prova positiva del fatto costitutivo, restando lo status epistemico dell’enunciato fattuale comunque nell’incertezza, né la relevatio ab onere probandi.

Le ragioni sono le seguenti: i) il principio di non contestazione non opera in relazione a fattispecie, come quella del diritto al risarcimento danno, il cui accertamento, richiedendo un riscontro sulla condotta, sul nesso di causalità, sull’evento e sul pregiudizio, ha carattere fortemente valutativo (Cass. 19/08/2019, n. 21460); ii) l’onere di contestazione per la parte attiene alle circostanze di fatto e non anche alla loro componente valutativa, che è sottratta al principio di non contestazione, sicché non sussiste alcun onere di contestazione con riferimento alla valutazione svolta dal consulente tecnico d’ufficio (Cass. 21/12/2017 n. 30744).

5. Con il quinto motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il ricorrente censura la sentenza impugnata per “Omesso esame di fatto decisivo. Vizio di motivazione – travisamento della prova e violazione dell’art. 115 c.p.c., comma 2 – errata applicazione del c.d. fatto notorio”. La Corte d’Appello avrebbe erroneamente affermato, facendo non correttamente ricorso al fatto notorio, che la pelletteria indicata nelle fatture di acquisto e nelle bolle di consegna prodotte era presumibilmente priva di valore commerciale nel 2009, all’epoca dell’infiltrazione, perché il relativo acquisto risaliva al periodo 1995-2000 e i beni acquistati erano per loro natura soggetti a rapido deterioramento e notevole deprezzamento.

Oltre a dover considerare che allorché si assuma che il fatto considerato come notorio non risponde al vero, l’inveridicità del preteso fatto notorio può solo formare oggetto di revocazione a norma dell’art. 395 c.p.c., n. 4, ove ne ricorrano gli estremi (tra le varie pronunce in tal senso cfr. Cass. 17/09/2005, n. 18446; Cass. 18/05/2007, n. 11643), il motivo non tiene assolutamente conto del fatto che la statuizione di rigetto della richiesta risarcitoria del danno ai materiali è stata innanzitutto determinata dalla mancata affidabile prova della loro esistenza ed esatta consistenza.

6. Con il sesto motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il ricorrente lamenta “Omesso esame di fatto decisivo” vizio di motivazione – travisamento della prova e violazione dell’art. 115 c.p.c.”. La sentenza avrebbe erroneamente ritenuto, solo per aver aderito acriticamente alla CTU, ma senza tener conto delle puntuali osservazioni del CTP e, per di più, omettendo di pronunciarsi sugli elementi forniti nelle istanze di supplemento di CTU, che il locale ove era conservata la merce avesse le pareti esterne costituite di muratura di sostegno del terreno, quindi, che fosse umido e inidoneo alla conservazione della merce ivi contenuta, in contrasto con la certificazione amministrativa di idoneità dei locali e con le prove raccolte, da cui si desumeva, invece, che tre pareti su quattro non erano murature di sostegno, perché due confinavano con altri box adiacenti ed una era interamente utilizzata a saracinesca.

Il motivo e’, in parte, inammissibile e, in parte, infondato.

L’inammissibilità investe la doglianza nella parte in cui censura la sentenza impugnata per mancata valutazione delle argomentazioni del CTP: la parte che addebiti alla CTU lacune di accertamento, errori di valutazioni e che denunci l’adesione acritica alla CTU da parte del giudice, in ossequio alle prescrizioni di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6, ha l’onere di specificare le circostanze e gli argomenti rispetto ai quali invoca il controllo di logicità, trascrivendo almeno i passaggi salienti e non condivisi della relazione e riportando il contenuto specifico delle critiche ad essa mosse dal proprio CTP, al fine di evidenziare gli errori commessi dal giudice del merito nel limitarsi a recepirla e nel trascurare completamente le critiche formulate in ordine agli accertamenti ed alle conclusioni del CTU (Cass. 10/07/2014, n. 16368). Solo, infatti, ove si dimostri che il giudice abbia omesso di valutare precise e circostanziate argomentazioni del CTP, è possibile chiedere il sindacato di legittimità della sentenza che si sia limitata a fare proprie le conclusioni del CTU, partendo dal presupposto che il potere di apprezzare il fatto non equivale ad affermare che al giudice sia data facoltà di farlo immotivatamente e non lo esime dalla spiegazione delle relative ragioni (Cass. 21/11/2019, n. 30364).

Peraltro, va osservato che la Corte d’Appello ha aderito alla CTU, affermando che la sua relazione integrativa avesse tenuto conto dei rilievi dell’odierno ricorrente; il che esauriva l’obbligo della motivazione su di essa gravante, non essendo necessario che si soffermasse sulle contrarie deduzioni dei consulenti di fiducia che, anche se non espressamente confutate, erano da considerare implicitamente disattese perché incompatibili con le argomentazioni raccolte (Cass. 29/11/2011, n. 24144). Le critiche di parte che tendano al riesame degli elementi di giudizio già valutati dal consulente d’ufficio si risolvono in tal caso in mere allegazioni difensive che non possono configurare il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (Cass. 16/01/2007, n. 577).

Il ricorrente insiste sul mancato accoglimento della propria istanza di rinnovazione o integrazione della CTU al fine di accertare il grado di umidità dei locali, senza in alcun modo considerare che la CTU aveva dato atto che le caratteristiche costruttive del locale seminterrato non erano idonee a svolgervi né l’attività di laboratorio per la lavorazione del pellame né per la conservazione di quest’ultimo.

La censura di omessa motivazione su fatti decisivi – il certificato di autorizzazione tecnico-sanitaria rilasciata dal Comune, il certificato di abitabilità – è infondata, perché, a prescindere dal diverso ambito di operatività della documentazione amministrativa invocata da parte ricorrente, non è mai stata in discussione l’idoneità dei locali in astratto, ma la loro idoneità in concreto allo svolgimento delle attività svoltevi dalla società Stefano Uno: lavorazione del pellame e conservazione delle materie prime e dei semilavorati.

7. Con il settimo motivo, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, il ricorrente censura la sentenza impugnata per “Violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., comma 2”. La tesi del ricorrente è che la Corte d’Appello abbia erroneamente fatto ricorso al fatto notorio per ritenere che la merce conservata nel locale fosse di valore irrisorio, non rientrando tra le nozioni di comune esperienza il tempo di deterioramento di un pellame, vieppiù considerando che si trattava di prodotti semilavorati.

Anche in questo caso, come già per il quinto motivo, la censura investe l’adozione come notorio di un fatto che non aveva tali caratteri e va incontro alla medesima sorte.

Per la parte in cui il ricorrente sostiene che la Società Stefano Uno, a differenza del giudice d’Appello e del CTU, che era un architetto, era in possesso, in quanto società specialista che operava nel settore e lavorava il pellame, delle specifiche conoscenze tecniche e degli elementi valutativi per pronunciarsi sui tempi di deterioramento e sulla perdita di valore di pellami grezzi e semilavorati e che essa aveva svolto puntuali censure di appello dimostrando il permanere ed anzi l’aumento del valore per tali merci, questo Collegio rileva l’assoluta assertività di tali affermazioni, in quanto non supportate dall’adempimento di quanto prescritto dall’art. 366 c.p.c., n. 6.

8. Con l’ottavo motivo il ricorrente, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, denuncia “Violazione di legge: artt. 115 c.p.c. e art. 2697 c.c.” e ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 Omesso esame di un fatto decisivo”.

La Corte territoriale avrebbe violato l’art. 115 c.p.c., confermando la decisione di prime cure, quanto al rigetto delle richieste istruttorie – prove per testi, nuova CTU – ed omettendo di pronunciarsi sulle stesse, così impedendo l’adempimento dell’onere probatorio di cui all’art. 2697 c.c.

Il motivo è infondato.

Da quanto riportato nel ricorso, in ottemperanza all’art. 366 c.p.c., n. 6, si evince che le prove di cui il ricorrente lamenta la mancata ammissione erano generiche e valutative, sicché, a differenza di quanto da lui indicato, non avrebbero portato ad un diverso esito della lite.

Risulta, infatti, evidente che, a fronte della ritenuta inidoneità dei locali a svolgervi l’attività di lavorazione e conservazione del pellame, la ruggine presente sui particolari metallici e la presenza di muffa sui materiali in pelle, il trasferimento dal box danneggiato ad un altro non erano tali da confutare quanto ritenuto dalla sentenza e cioè che il materiale asseritamente danneggiato era privo di valore commerciale per essere stato acquistato molti anni prima dell’infiltrazione imputabile all’ACEA e conservato in locale non idoneo; e ciò senza considerare che la merce asseritamente danneggiata non risultava, né per consistenza né per valore, da un inventario correttamente formato.

9. Con il nono motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il ricorrente deduce “Omesso esame di un fatto, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia decisivo ai fini di una diversa conclusione della controversia”. Oggetto di censura è la seguente statuizione con cui la Corte territoriale ha rigettato la domanda di risarcimento per il mancato utilizzo dei box: “appare evidente il difetto di legittimazione attiva del P. in quanto il danno in questione grava sulla Stefano Uno, la quale, oltre a non godere del primo box condotto in locazione sarebbe stata costretta a locare il secondo box per ricoverarci la merce di sua proprietà ammalorata a causa delle infiltrazioni presenti nel primo”. Secondo il ricorrente la Stefano Uno avrebbe chiesto i danni per i primi sei mesi del 2010, durante i quali aveva continuato a pagare il canone di locazione, e la Corte non ne aveva tenuto conto, benché il contratto di locazione fosse stato prodotto agli atti tempestivamente e ritualmente; inoltre, il giudice a quo avrebbe dovuto riconoscere alla ditta P. il danno per il mancato percepimento dei canoni di locazione ai sensi dell’art. 115 c.p.c., attesa l’accertata inutilizzabilità del locale e la circostanza non contestata dell’inadempimento della Stefano Uno.

La censura non è del tutto perspicua e difetta quindi di specificità.

Si intuisce che l’odierno ricorrente era proprietario sia del box danneggiato dalle infiltrazioni sia di quello in cui la società conduttrice, Stefano Uno, era stata costretta a trasportare la merce, che quest’ultima aveva sospeso il pagamento del canone di locazione dal giugno 2010 e che per il primo semestre del 2010 aveva chiesto il pagamento di Euro 4-500,00 per l’affitto dei due box; che P.S., la cui attività lavorativa era quella di affitto e vendita di immobili non era riuscito né a locare né a vendere il box danneggiato dalle infiltrazioni.

La Corte d’Appello ha rigettato la richiesta di pagamento dei canoni di locazione da parte di P.S., perché, essendo stato allegato il permanere del contratto di locazione con la società Stefano Uno, quest’ultima e non il primo avrebbe dovuto chiedere il risarcimento dei danni e non per aver continuato a pagare il canone di locazione, ma semmai per essere stata costretta, a causa delle infiltrazioni del primo box a locarne un altro, sempre di proprietà di P.S., in cui mettere al riparo la merce; questa è la ragione per la quale la Corte territoriale aveva disatteso le richieste risarcitorie di P.S., la prima, quella relativa al mancato percepimento del canone di locazione da parte della società Stefano Uno, per difetto di prova, e la seconda, per la perdita di chance di affittare o vendere i due box per la carenza di prova di serie trattative non andate a buon fine a causa delle infiltrazioni in uno dei due box.

Ciò di cui sembra dolersi l’odierno ricorrente è la contraddittorietà della sentenza per non aver riconosciuto i danni subiti dalla società Stefano Uno, che aveva continuato a pagare, stante la persistenza del contratto di locazione, il canone fino al giugno 2010 per i due box, adducendo che la danneggiata era appunto la società Stefano Uno e non l’odierno ricorrente che evidentemente fino al giugno 2010 non solo aveva percepito il canone di locazione del primo box, quello danneggiato, ma anche del secondo box.

La critica alla sentenza impugnata evidentemente non ne coglie la ratio decidendi o comunque non è tale da rendere percepibile in che cosa si sostanzierebbe la denunciata contraddittorietà.

L’altro motivo di doglianza riguarda il mancato percepimento dei canoni di locazione del box, che la Corte d’Appello aveva giustificato ritenendo non provata la morosità della società Stefano Uno, mentre il ricorrente ritiene che la Corte territoriale avrebbe dovuto riconoscerglielo, attesa l’accertata inutilizzabilità del locale e la circostanza non contestata dell’inadempimento della Stefano Uno.

Si tratta in tutta evidenza di una censura inammissibile, perché si basa su una premessa in fatto diversa da quella assunta a base di riferimento della propria decisione da parte della Corte d’Appello – il ricorrente, a differenza della Corte d’Appello, ritiene provato l’inadempimento della società Stefano Uno, perché non contestato che avrebbe dovuto essere sorretta dall’adempimento da parte del ricorrente della dimostrazione di aver egli per primo ottemperato all’onere processuale, posto a suo carico, di compiere una puntuale allegazione dei fatti di causa, in merito ai quali l’altra parte era tenuta a prendere posizione.

10. Con il decimo motivo il ricorrente adduce la violazione in particolare dell’art. 345 c.p.c. “laddove la Corte di Appello qualifica come domanda nuova quella di risarcimento del danno ai macchinari”, perché non avrebbe ritenuto tale danno compreso nella domanda risarcitoria, avente ad oggetto tutti i danni subiti e subendi, quindi, anche quelli ai macchinari presenti nel box, come, invece, sarebbe risultato dalla richiesta al CTU di quantificare i danni a merci, materiali, macchinari e strutture dei box e dalla documentazione fotografica agli atti, che evidenziava la presenza di macchinari della società Stefano Uno.

La censura in oggetto non merita accoglimento.

Al fine di dimostrare che una domanda, nel caso di specie la richiesta di risarcimento dei danni per i macchinari presenti all’interno del box danneggiato, non sia nuova, come ritenuto dalla Corte territoriale, e quindi non determini un allargamento del tema di indagine proponendone uno diverso rispetto a quello prospettato in precedenza, il ricorrente avrebbe dovuto dimostrare quale era stata la sua iniziale attività di allegazione, la quale non si soddisfa con l’indicazione di una generica pretesa al risarcimento di tutti i danni subiti e subendi, né con un quesito rivolto al CTU volto all’accertamento di tutti i danni, ma comporta l’indicazione di tutti gli elementi atti ad individuare il fatto specifico allegato, vieppiù se si considera che la domanda di risarcimento del danno ha ad oggetto un diritto c.d. eterodeterminato (cfr. Cass. 15/09/2020, n. 19186; Cass. 04/05/2018, n. 10577). Deve ritenersi dunque non dimostrato l’errore imputato alla Corte territoriale, la quale ha correttamente applicato la giurisprudenza di legittimità, per la quale deve configurarsi quale domanda nuova, e come tale inammissibile in appello, quella che, pur basandosi sugli stessi fatti già esposti nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado, dia origine ad una ulteriore pretesa rispetto a quella fatta valere nel giudizio di prime cure (Cass. 23/03/2006, n. 6431).

11. Con l’undicesimo motivo il ricorrente denuncia la “Violazione e falsa applicazione degli artt. 184 c.p.c. e art. 345 c.p.c. nella parte in cui la Corte d’Appello fonda la decisione di rigetto del risarcimento del danno subito da materiali, merci e fustelle sulla presunzione di persistente umidità del locale, omettendo e non considerando i documenti prodotti dagli appellanti ed in particolare le misurazioni di umidità depositate da parte appellante e il certificato di abitabilità del locale box (Cass., Sez. Un., 10790/2017)”. Secondo il ricorrente, il CTU avrebbe omesso di eseguire un accertamento tecnico-scientifico del grado di umidità dei locali attraverso un idrometro ad impulsi ed un termometro a infrarossi, con conseguente errore della sentenza impugnata nell’affidarsi alle valutazioni del CTU e nell’omissione dell’esame della documentazione in atti relativa alla abitabilità ed alla regolarità igienico-sanitaria dei locali ed al grado di umidità in essi presente a seguito dell’intervento riparatore.

Il motivo non può trovare accoglimento.

La Corte territoriale, come più volte ricordato, ha ritenuto che il locale seminterrato non fosse idoneo alla conservazione di quel particolare di tipo di merci e che queste ultime, in aggiunta, per loro natura e perché acquistate molti anni prima del verificarsi dell’infiltrazione avessero un valore irrisorio.

Il ricorrente pretende di censurare tale statuizione con argomenti irrilevanti – il certificato di abitabilità del box, il quale, rilasciato a fini sostanzialmente amministrativi, comunque non è incompatibile con l’inidoneità del locale in concreto (cfr. supra, sub sesto motivo) – o comunque assorbiti dalla valutazione, istituzionalmente insindacabile nella presente sede di legittimità quando (come visto accadere nella specie) scevra dai soli gravissimi vizi motivazionali ammessi a partire da Cass. Sez. U. nn. 8053 e 8054/2014 citt., di esaustività dell’attività istruttoria operata dal giudice – quanto all’umidità del locale interrato – che il ricorrente insiste nel tentativo di confutare, senza, tuttavia, mai dedurre quali critiche specificamente volte alla relazione del CTU non siano state da questi tenute in considerazione nella relazione integrativa depositata (cfr. supra sub sesto motivo), traducendosi in altrettanti errori della sentenza impugnata.

12. Con il dodicesimo ed ultimo motivo il ricorrente lamenta “Violazione di legge D.P.R. n. 115 del 2002, artt. 3 e 126 in relazione al profilo del mancato esame dell’istanza di ammissione al gratuito patrocinio ritenuta inammissibile dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati”, per avere la Corte d’Appello omesso di pronunciarsi sull’impugnazione della decisione del Consiglio dell’Ordine, limitandosi a dare atto della mancata prova dell’ammissione al gratuito patrocinio, atteso che la delibera depositata non conteneva alcun riferimento alla proposizione della impugnazione.

Il motivo è inammissibile.

Innanzitutto, esso è dedotto in violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6. Non risulta infatti che l’odierno ricorrente, a seguito del rigetto dell’istanza di gratuito patrocinio da parte del competente Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, abbia riproposto la domanda alla Corte d’Appello. La sentenza impugnata, infatti, si è limitata a prendere atto che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati competente non aveva mai emesso il provvedimento di ammissione al gratuito patrocinio, atteso che la delibera depositata non conteneva alcun riferimento alla proposizione dell’atto di appello. In via dirimente, peraltro, va osservato che l’impugnativa del provvedimento descritto da parte ricorrente è regolata dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 99 il quale ne prevede la ricorribilità davanti al Presidente del Tribunale o al Presidente della Corte d’Appello ai quali appartiene il magistrato che ha emesso il provvedimento di rigetto, ed involge altri litisconsorti.

13. Il ricorso va dunque rigettato.

14. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

15. Seguendo l’insegnamento di Cass., Sez. U., 20/02/2020 n. 4315, si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello da corrispondere per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 8.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della non sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio delle Sezione Terza civile della Corte di Cassazione, il 11 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 agosto 2021

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