Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22154 del 05/09/2019

Cassazione civile sez. III, 05/09/2019, (ud. 15/03/2019, dep. 05/09/2019), n.22154

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17089-2017 proposto da:

G.G., G.C., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA MACHIAVELLI, 25, presso lo studio dell’avvocato PIO CENTRO,

rappresentati e difesi dall’avvocato VALERIO RICCIARDI;

– ricorrenti –

contro

C.M.R., in persona del suo Amministratore di

Sostegno, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SILVESTRO II 21,

presso lo studio dell’avvocato PAOLA TORTORA, rappresentata e difesa

dagli avvocati AUGUSTO MARESCA, TEODORO ANASTASIO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1706/2017 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 13/04/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/03/2019 dal Consigliere Dott. ANNA MOSCARINI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

C.M.R. con citazione del 20/12/2005 convenne in giudizio i figli G.C. e G. davanti al Tribunale di Torre Annunziata rappresentando di aver loro donato la nuda proprietà di immobili siti in (OMISSIS), con riserva di usufrutto vitalizio in proprio favore, con atti di donazione dell’8/7/1999; che, trovandosi in difficoltà economiche, in data 18/9/2004 dapprima in via bonaria e, a seguire con raccomandata del 3/12/2004, stante l’inattivo comportamento dei figli, aveva richiesto loro il corrispettivo del diritto di usufrutto. I figli, costituendosi in giudizio, eccepirono di detenere gli immobili a titolo di comodato gratuito stipulato con il padre F. circa venti anni prima, in via subordinata rilevavano che il fondamento dell’avversa pretesa poteva farsi risalire solo alla prima richiesta di versamento dei frutti civili del settembre 2004. Il Tribunale adito accolse la domanda e condannò G.G. a pagare la somma di Euro 27.335,00 e G.C. la somma di Euro 24.986,50 a titolo di frutti civili degli immobili donati. La Corte d’Appello di Napoli, adita in via principale dai G. ed in via incidentale dalla C., per quel che ancora rileva in questa sede ha, con sentenza n. 1706/2017, ritenuto che, accertata la sussistenza del comodato, la richiesta della C. di ottenere il corrispettivo del diritto di usufrutto di cui era titolare doveva interpretarsi quale volontà di porre fine al comodato gratuito dei beni; che la C. avrebbe avuto titolo alla restituzione del bene ai sensi dell’art. 1810 c.c. ma che non aveva mai estrinsecato la volontà di rientrare in possesso dei medesimi ma solo di ottenere il corrispettivo dell’usufrutto; che, in sostanza, il comodato si era interrotto al momento in cui l’usufruttuaria aveva richiesto il corrispettivo dell’usufrutto e che, conseguentemente, doveva escludersi il diritto della C. al corrispettivo dell’usufrutto in data antecedente il 18/9/2004; che, una volta sciolto per iniziativa unilaterale del comodante il vincolo contrattuale, il comodatario che rifiutava la cosa assumeva la posizione di detentore sine titulo, tenuto al versamento di una indennità parametrata al valore di mercato del canone di locazione; che, a tal fine, la causa, accogliendo parzialmente l’appello principale sul diritto della C. al pagamento del corrispettivo dell’usufrutto dalla stessa richiesto con decorrenza dal 18/9/2004, andava rimessa sul ruolo per il quantum.

Avverso la sentenza G.C. e G. propongono ricorso per cassazione affidato a tre motivi, illustrati da memoria. Resiste con controricorso C.M.R..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo denunciano la violazione dell’art. 112 c.p.c. con riguardo all’art. 360 c.p.c., n. 4. In subordine erronea interpretazione delle domande avversarie. La sentenza gravata sarebbe viziata da ultrapetizione perchè la domanda riguardava l’accertamento dell’usufrutto mentre la sentenza ha qualificato la fattispecie quale “comodato”.

1.1 Il motivo è fondato. Come si evince dalle conclusioni formulate dalla C. nell’atto di citazione introduttivo del giudizio di primo grado la stessa aveva chiesto che si dichiarasse il proprio usufrutto sui beni donati ai figli, ed il proprio diritto a percepire i frutti naturali e civili derivanti, con la conseguente condanna dei figli a restituire il cd. “corrispettivo” dell’usufrutto, corrispondente ad una somma mensile pari ai canoni locativi di mercato dei beni. A fronte di questa domanda la pronuncia del giudice di appello, che ha dichiarato cessati i contratti di comodato alla data del 18/9/2004 di ricezione delle raccomandate con le quali la C. aveva formulato per la prima volta richiesta di pagamento del “corrispettivo dell’usufrutto”, non ha provveduto a qualificare o interpretare le domande ma ha introdotto domande nuove aventi diversi petitum e causa petendi. Così facendo la Corte è caduta in un vizio di extra-petizione pronunziando su questioni non formanti oggetto del giudizio e non rilevabili d’ufficio, attribuendo un bene non richiesto o diverso da quello domandato.

Dalle conclusioni formulate dalla C. nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado si evince che la medesima mai formulò domanda volta ad ottenere l’indennità di occupazione sine titulo dei beni, avendo la stessa non già allegato la sopravvenuta inesistenza di valido titolo obbligatorio a detenere gratuitamente gli immobili da parte dei ricorrenti germani ma un suo diritto erga omnes che l’avrebbe legittimata a percepire inesistenti frutti civili dagli immobili. Soccorre, a sostegno della decisione di accoglimento del ricorso, la giurisprudenza consolidata di questa Corte secondo la quale il principio della corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato, la cui violazione determina il vizio di ultrapetizione, implica unicamente il divieto, per il giudice, di attribuire alla parte un bene non richiesto o, comunque, di emettere una statuizione che non trovi corrispondenza nella domanda, ma non osta a che il giudice renda la pronuncia richiesta in base ad una ricostruzione dei fatti di causa autonoma rispetto a quella prospettata dalle parti. Tale principio deve quindi ritenersi violato ogni qual volta il giudice, interferendo nel potere dispositivo delle parti, alteri alcuno degli elementi obiettivi di identificazione dell’azione (“petitum” e “causa petendi”), attribuendo o negando ad alcuno dei contendenti un bene diverso da quello richiesto e non compreso, nemmeno implicitamente o virtualmente, nella domanda, ovvero, pur mantenendosi nell’ambito del “petitum”, rilevi d’ufficio un’eccezione in senso stretto che, essendo diretta ad impugnare il diritto fatto valere in giudizio dall’attore, può essere sollevata soltanto dall’interessato, oppure ponga a fondamento della decisione fatti e situazioni estranei alla materia del contendere, introducendo nel processo un titolo (“causa petendi”) nuovo e diverso da quello enunciato dalla parte a sostegno della domanda (Cass., 1, n. 29200 del 13/11/2018; Cass., 3 n. 906 del 17/1/2018; Cass., 2, n. 11289 del 10/5/2018).

2.Con il secondo motivo denuncia la violazione degli artt. 1362 e segg. c.c. in tema di ermeneutica contrattuale, con riguardo all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Censura la sentenza nella parte in cui ha interpretato il contenuto delle missive con le quali l’originaria attrice chiedeva, una volta divenuta usufruttuaria dei beni, il diritto di usufrutto, il senso di voler porre fine ai contratti di comodato de quibus.

3. Con il terzo motivo denuncia la violazione dell’art. 1803 c.c., comma 1 e artt. 1809 e 1810 c.c.. Perdurante validità dei contratti di comodato, con riguardo all’art. 360 c.p.c., n. 3. Censura la sentenza nella parte in cui avrebbe fatto applicazione della disciplina del comodato senza termine di durata, con la possibilità del recesso ad nutum anzichè a quella del comodato con termine di durata, soggetto al recesso solo per imprevedibili e sopravvenute esigenze del comodante.

2-3. I motivi restano assorbiti dall’accoglimento del primo motivo.

4. Conclusivamente il ricorso va accolto con riguardo al primo motivo, mentre restano assorbiti gli altri. La sentenza va cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Napoli in diversa composizione per nuovo esame ed anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbiti gli altri, cassa l’impugnata sentenza e rinvia la causa alla Corte d’Appello di Napoli, in diversa composizione, per nuovo esame ed anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Terza Sezione Civile, il 15 marzo 2019.

Depositato in Cancelleria il 5 settembre 2019

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