Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22148 del 12/09/2018

Cassazione civile sez. VI, 12/09/2018, (ud. 21/03/2018, dep. 12/09/2018), n.22148

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. GRASSI Aldo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13654-2017 proposto da:

B.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA UGO DE

CAROLIS n. 99, presso lo studio dell’avvocato PIETRANGELO IARICCI,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE TOMASELLO;

– ricorrente –

contro

BO.MA., quale erede di A.S.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 11039/2016 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

depositata il 27/05/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 21/03/2018 dal Consigliere Dott. MILENA FALASCHI.

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Con sentenza n. 11039 del 27 maggio 2016 questa Corte ha respinto il ricorso proposto dall’odierno ricorrente avverso la sentenza della Corte d’appello di Catania n. 635 del 6 maggio 2011, così definendo un giudizio relativo a preliminare di compravendita concluso fra il costruttore B.S. e il promissario acquirente Sebastiano Allegrezza, in cui veniva accertato l’inadempimento del promittente venditore, con pronuncia ai sensi dell’art. 2932 c.c.. In quella sede parte ricorrente, B.S., aveva svolto due motivi di ricorso, denunciando: A) violazione e falsa applicazione degli artt. 1321 e 2932 c.c. in quanto la Corte distrettuale avrebbe disposto l’esecuzione in forma specifica dell’atto di vendita non concluso, avallando una pratica di sanatoria unilateralmente decisa e arbitrariamente intrapresa dal promissario acquirente e a condizioni non previste nel preliminare, anzi aggiungendo condizioni non pattuite e, dunque, in violazione di norme che regolano la materia contrattuale; B) la sentenza impugnata aveva omesso di considerare un fatto controverso e decisivo per il giudizio (con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5) riferito alla stima del box e al rigetto della richiesta di pagamento dei lavori extra capitolato eseguiti a favore dell’Allegrezza adducendo la mancanza di prova circa l’effettiva esecuzione, nonostante il giudice di prime cure non avesse ammesso i mezzi di prova richiesti e riproposti in appello, ritenuto dalla Corte distrettuale che il Bonfiglio aveva posto in essere un comportamento (sollecitazione della definizione della causa) che equivaleva a rinuncia alle prove, mentre erano state dal B. tempestivamente e ritualmente richieste e mai rinunciate.

La sentenza n. 11039/2016 ha disatteso, esaminandoli analiticamente, entrambi i motivi del ricorso così statuendo: “Come ha avuto modo di chiarire la Corte distrettuale, fondate e persuasive, pertanto, da condividere, erano le ragioni per le quali il primo giudice aveva ritenuto l’inadempimento del B. ed aveva accolto la domanda ex art. 2932 c.c.dell’Allegrezza riconoscendogli anche il diritto ad essere rimborsato delle spese affrontate per ottenere la sanatoria edilizia dell’appartamento oggetto di preliminare. Infatti, il primo Giudice, afferma la Corte distrettuale, correttamente ha osservato che con ordinanza del 11 settembre 1987 il Sindaco aveva già ordinato la demolizione del piano seminterrato ove si trovava l’appartamento promesso in vendita ad A. e ciò perchè adibito non a magazzini, come era previsto nella concessione edilizia, ma ad appartamenti. E correttamente ha desunto da tale circostanza che l’appartamento promesso in vendita non avrebbe neanche potuto ottenere per tale difformità il certificato di abitabilità Sicchè, in ragione di ciò, la Corte distrettuale ha affermato l’inadempimento del B., e, l’intervento, valutato come necessario, per così dire sostitutivo dell’ A. al fine di sanare l’irregolarità urbanistica dell’immobile di cui si dice. Con l’ulteriore conseguenza di affermare il diritto di A. di essere rimborsato della relativa spesa di Lire 12 milioni con l’esclusione di ogni forma risarcitoria a favore del B.. La Corte distrettuale ha aggiunto, altresì, che il contrasto dell’immobile con la concessione edilizia che ne autorizzava l’edificazione era elemento che evidenziava l’inadempimento del promittente venditore posto che esponeva il promissario acquirente al rischio di vedersi ordinata la demolizione dell’immobile. Quanto al secondo motivo, precisato che quanto alla censura circa la stima dell’autorimessa si risolveva nella richiesta di una nuova e diversa valutazione dei dati processuali non proponibile nel giudizio di cassazione, per il resto ha così concluso: ” B. con il suo comportamento, non avendo richiesto la revoca delle ordinanze con e quali il Tribunale aveva disatteso la richieste istruttorie, ha prestato acquiescenza ai suddetti provvedimenti (ordinanze) e, sollecitando la decisione della causa, aveva mantenuto un comportamento, che equivale a rinuncia alla prove richieste, aspetti questi che non sono stati adeguatamente censurati. Come afferma la sentenza impugnata: (….) il B. (in primo grado), nel precisare le conclusioni non avrebbe sollecitato le prove di cui aveva chiesto la loro ammissione e non avrebbe neppure chiesto la revoca dei provvedimenti (ordinanze) che avevano disatteso le predette istanze istruttorie, limitandosi a concludere riportandosi in via generica e sintetica alla comparsa di risposta e richiedendo che la causa fosse posta in decisione con l’ammissione dei termini di legge per il deposito delle comparse conclusionali e delle successive repliche. E di più, la Corte distrettuale, ha avuto modo di precisare che neanche con l’atto di appello il B. ha censurato le ordinanze di cui si è detto in relazione alle ragioni che le sorreggevano. E, comunque, la prova non avrebbe potuto essere ammessa in appello perchè è consolidato il principio secondo il quale, quando le prove debbono ritenersi abbandonate in primo grado esse non potranno essere riproposte in appello”.

Per la revocazione della sentenza della Corte di cassazione Santo B. ha proposto ricorso, con atto notificato il 20 maggio 2017, sulla base di un unico artico lato motivo.

Non ha svolto difese l’intimata Bo.Ma., quale erede di A.S..

Ritenuto che il ricorso potesse essere dichiarato inammissibile, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5), su proposta del relatore, regolarmente comunicata al ricorrente, il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

Atteso che:

– con l’unico motivo del ricorso il B. lamenta che la Corte di legittimità abbia supposto l’inesistenza di un fatto, cioè la mancata richiesta di revoca da parte del ricorrente dei provvedimenti relativi alle istanze di prove, la cui esistenza era di converso positivamente accertata agli atti di causa.

L’errore ipotizzato dal ricorrente è palesemente estraneo al parametro dell’errore revocatorio di fatto, rilevante ai sensi dell’art. 391 bis c.p.c..

Per consolidata interpretazione, invero, in materia di revocazione delle sentenze della Corte di cassazione, l’errore di fatto di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4, deve consistere in una disamina superficiale di dati di fatto che abbia quale conseguenza l’affermazione o la negazione di elementi decisivi per risolvere la questione, ovvero in un errore meramente percettivo, risultante in modo incontrovertibile dagli atti e tale da aver indotto il giudice a fondare la valutazione della situazione processuale sulla supposta inesistenza (od esistenza) di un fatto, positivamente acquisito (od escluso) nella realtà del processo, che, ove invece esattamente percepito, avrebbe determinato una diversa valutazione della situazione processuale.

E’ invece inammissibile il ricorso ex art. 395 c.p.c., n. 4, ove vengano dedotti errori di giudizio concernenti i motivi di ricorso esaminati dalla sentenza della quale è chiesta la revocazione, ovvero l’errata valutazione di fatti esattamente rappresentati o, ancora, l’omesso esame di atti difensivi, asseritamente contenenti argomentazioni giuridiche non valutate (Cass. 22 settembre 2014 n. 19926; Cass. 9 dicembre 2013 n. 27451; Cass. Sez. Un. 28 maggio 2013 n. 13181; Cass. 12 dicembre 2012 n. 22868; Cass. 18 gennaio 2012 n. 714; Cass. Sez. Un. 30 ottobre 2008 n. 26022).

In particolare, si è deciso da questa Corte come una sentenza della Corte di cassazione non possa essere impugnata per revocazione in base all’assunto che essa abbia male valutato i motivi di ricorso, perchè un vizio di questo tipo costituirebbe un errore di giudizio e non un errore di fatto ai sensi dell’art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, (Cass. 3 aprile 2017 n. 8615; Cass. 15 giugno 2012 n. 9835).

L’inammissibilità del ricorso discende, quindi, dalla constatazione basilare che l’errore di fatto che può legittimare la revocazione di una sentenza della Corte di cassazione deve pur sempre riguardare gli atti “interni” al giudizio di legittimità, ossia quelli che la Corte esamina direttamente nell’ambito dei motivi di ricorso e delle questioni rilevabili di ufficio, e deve avere, quindi, carattere autonomo, nel senso di incidere direttamente ed esclusivamente sulla sentenza medesima.

Ne consegue che, ove il dedotto errore sia stato causa determinante della sentenza pronunciata in sede di appello, in relazione agli accertamenti dei fatti di causa o alla ricostruzione delle reciproche allegazioni difensive operata dal secondo giudice (come si denuncia nel caso di specie), si tratta di un punto controverso della lite, su cui la Corte ha pronunciato alla luce delle valutazioni espresse dal giudice del gravame.

Infatti, contrariamente a quanto assunto dal ricorrente, hanno formato oggetto di decisione dell’impugnata sentenza di questa Corte, e prima ancora della Corte di merito, proprio le circostanze in ordine alle quali il B. assume si sia avuto omesso esame.

In altri termini, il rigetto del ricorso quanto alla doglianza relativa alle istanze istruttorie è dipeso dalla mancata riproposizione delle richieste probatorie in sede di precisazione delle conclusioni nel giudizio di primo grado, laddove parte convenuta si era limitata “a concludere riportandosi in via generica e sintetica alla comparsa di risposta”, ove con tutta evidenza non erano state articolare le prove, “richiedendo che la causa fosse posta in decisione con l’ammissione dei termini di legge per il deposito delle comparse conclusionali e delle successive repliche”. Nè in questa sede il ricorrente offrire una analisi specifica e soprattutto decisiva degli errori avallati dalla corte d’appello.

Il ricorso per revocazione, infatti, non ammette una rivisitazione della sentenza impugnata per valutare nuovamente il ricorso rigettato (o accolto) o spiegarne più diffusamente al soccombente le motivazioni.

Va infine rilevato che anche l’ultimo presupposto della revocazione ex art. 395, n. 4, costituito dalla circostanza che il fatto non deve aver costituito un punto controverso sul quale la sentenza abbia pronunciato, appare palesemente insussistente. La questione delle prove è stata al centro dell’attenzione del giudice di appello, che l’ha disattesa e la decisione sul punto non è stata convenientemente impugnata, come da ultimo ritenuto da questa Corte, la cui statuizione non può essere sindacata sulla base di argomenti non riconducibili al paradigma di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4.

In conclusione il ricorso va dichiarato inammissibile.

Nessuna pronuncia sulle spese del giudizio, non avendo l’intimata svolto difese.

Sebbene il ricorso sia stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 e sia stato rigettato, nella specie il ricorrente è stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato e, pertanto, non sussistono le condizioni per l’applicazione del disposto di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, stante la prenotazione a debito in ragione dell’ammissione al predetto beneficio (cfr. Cass. 2 settembre 2014 n. 18253) e non potendosi privare la parte non abbiente di una eventuale tutela giurisdizionale in sede di legittimità, risultando Altrimenti violati l’art. 6 della CEDU e l’art. 47 della Carta fondamentale dell’Unione Europea (cfr. Cass. 5 giugno 2017 n. 13935).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Sesta Civile, il 21 marzo 2018.

Depositato in Cancelleria il 12 settembre 2018

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