Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22148 del 03/08/2021

Cassazione civile sez. VI, 03/08/2021, (ud. 03/02/2021, dep. 03/08/2021), n.22148

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRAZIOSI Chiara – Presidente –

Dott. SCRIMA Antonietta – rel. Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25531-2019 proposto da:

S.A., titolare dell’omonima Ditta di Autotrasporti,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ENRICO TAZZOLI 2, presso lo

studio dell’avvocato MARIA ANTONIA GIOFFRE’, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

FIP SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore, FAP SRL,

in liquidazione, in persona del liquidatore pro tempore, IPL SRL, in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliate in ROMA, V.LE BRUNO BUOZZI 53, presso lo studio

dell’avvocato CARMELA GIUFFRIDA, rappresentate e difese

dall’avvocato FRANCESCO CACCIOLA;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 350/2019 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 6/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio non

partecipata del 3/02/2021 dal Consigliere Relatore Dott. SCRIMA

ANTONIETTA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

FIP S.r.l., FAP S.r.l. e IPL. S.r.l., convennero in giudizio, dinanzi al Tribunale di Patti – Sezione distaccata di S. Agata Militello, S.A. e, premesso di avere stipulato con quest’ultimo, titolare dell’omonima ditta di autotrasporti, un contratto di trasporto merci in base al quale questi avrebbe dovuto rimettere ad esse società committenti le somme consegnate dai destinatari dei beni ricevuti, dedussero l’inadempimento del convenuto al suddetto obbligo e, pertanto, ne chiesero la condanna al risarcimento dei danni quantificati in misura uguale alle somme rispettivamente loro dovute.

Si costituì S.A., il quale eccepì la sussistenza della causa a lui non imputabile, in quanto dette somme gli erano state trafugate da ignoti mentre si trovavano custodite all’interno della propria autovettura e, comunque, stante la gratuità dell’incarico, sostenne che la colpa avrebbe dovuto essere valutata con minor rigore; in via riconvenzionale, chiese il pagamento del corrispettivo del contratto di trasporto effettuato.

Con sentenza n. 197/2010, il Tribunale adito condannò il convenuto al pagamento della somma di Euro 8.707,66 in favore della FIP S.r.l., di Euro 5.324,67 in favore della FAP S.r.l. e di Euro 1.815,86 in favore della IPL S.r.l.; rigettò la domanda riconvenzionale e condannò S.A. al pagamento delle spese di lite.

Avverso tale sentenza il soccombente propose impugnazione della quale, costituendosi, le società appellate chiesero il rigetto.

La Corte di appello di Messina, con sentenza n. 350/2019, pubblicata il 6 maggio 2019, rigettò il gravame e condannò l’appellante al pagamento delle spese di quel grado in favore delle società appellate.

Avverso la sentenza della Corte di merito S.A. ha proposto ricorso per cassazione, basato su tre motivi e illustrato da memoria, cui hanno resistito FIP S.r.l., FAP S.r.l. e IPL S.r.l. con un unico controricorso.

La proposta del relatore è stata ritualmente comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in Camera di Consiglio, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, rubricato “Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia art. 360 c.p.c., n. 5 – violazione art. 112 c.p.c.”, il ricorrente deduce che la Corte di merito non avrebbe tenuto conto della circostanza che il contratto di trasporto a titolo oneroso stipulato tra le parti riguardava esclusivamente il trasporto e la consegna della merce sino alla destinazione indicata, mentre la riscossione del prezzo della merce sarebbe stato un quid pluris che egli si sarebbe “reso disponibile ad eseguire gratuitamente, rectius amichevolmente, per mera cortesia, in relazione ai rapporti che lo legavano alle società committenti, per le quali in passato aveva effettuato consegne e curato regolarmente gli incassi, sempre gratuitamente ed a titolo di cortesia” e che tali circostanze non sarebbero mai state contestate e/o smentite dalle predette società.

Sostiene, altresì, il ricorrente che nessuna prova sia stata fornita ex adverso in ordine ad un suo comportamento colposo determinante l’evento dannoso lamentato e che dall’istruttoria espletata sarebbe emerso che la perdita del denaro in questione si sarebbe verificata solo per caso fortuito e/o forza maggiore, determinati dal fatto di terzi che, per le modalità di tempo e di luogo, non sarebbe stato possibile in alcun modo evitare o prevedere, sicché la sentenza impugnata sarebbe del tutto erronea.

1.1. Il motivo è inammissibile in quanto: i vizi motivazionali risultano veicolati secondo lo schema censorio dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nella sua precedente formulazione, inapplicabile ratione temporis; non è stata argomentata, nell’illustrazione dello stesso, la violazione dell’art. 112 c.p.c., pure, indicata nella rubrica; il mezzo in esame si risolve in una generica censura di erroneità della sentenza impugnata (v. ricorso p. 6) e tende, sostanzialmente, ad una rivalutazione del merito, non consentita in questa sede. Inoltre, il ricorrente neppure ha riportato specificamente in quali esatti termini le controparti non avrebbero contestato o smentito che solo per mera cortesia si sarebbe reso disponibile ad eseguire “gratuitamente” ed “amichevolmente” la riscossione del prezzo della merce alla consegna, con conseguente difetto di specificità del motivo al riguardo (Cass., ord., 22/05/2017, n. 12840; Cass., ord., 12/10/2017, n. 24062).

2. Con il secondo motivo, rubricato “Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia-violazione o falsa applicazione di norme di diritto art. 360 c.p.c., n. 3 erronea applicazione dell’art. 1710 c.c.”, il ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui la Corte territoriale ha ritenuto di accogliere la domanda attorea nell’erroneo – a suo avviso convincimento che l’incarico, affidato dalle committenti al vettore, di riscuotere i crediti delle medesime verso i destinatari è da qualificarsi quale mandato accessorio al contratto di trasporto e, quindi, a titolo oneroso. Il ricorrente lamenta, in particolare, che la Corte di merito abbia basato la motivazione della sentenza impugnata sull’applicazione della prima parte dell’art. 1710 c.c., secondo cui il mandatario è tenuto ad eseguire il mandato con la diligenza del buon padre di famiglia, e non abbia, invece, tenuto conto della seconda parte del ricordato articolo, secondo cui, se il mandato è gratuito, la responsabilità per colpa è valutata con minor rigore.

2.1. Anche il secondo motivo va disatteso.

Ed invero lo stesso è inammissibile, per quanto attiene alle censure motivazionali, per le ragioni già espresse in relazione al primo motivo.

Parimenti inammissibile è il motivo in esame anche in relazione alla lamentata violazione dell’art. 1710 c.c., essendosi il ricorrente al riguardo limitato sostanzialmente a ribadire le doglianze proposte in sede di appello, senza confrontarsi specificamente con le ragioni espresse sul punto dalla Corte territoriale, la quale ha evidenziato che la medesima censura proposta in secondo grado “non coglie nel segno, stante che il Tribunale, con motivazione logica ed esente da vizi, ha ampiamente motivato sia la sussistenza dell’inadempimento dell’appellante sia la di lui negligenza nell’eseguire l’obbligazione”. Quella stessa Corte ha pure ritenuto che “Il rapporto dedotto in giudizio, poi, non può essere dimostrato sulla base di un ipotetico carattere amichevole – fiduciario sotteso, appunto, a tale fattispecie contrattuale”; ha affermato che “l’asserito furto del marsupio contenente le somme incassate, custodito nel cassettino portaoggetti dell’autovettura che lo S., a suo dire, aveva poco prima parcheggiato al centro del paese non può ritenersi fatto idoneo per escludere del tutto la responsabilità del predetto mandatario con riguardo alle modalità della custodia, sicuramente avvenuta in maniera negligente, pur volendola esaminare con un criterio di minore rigore possibile. Tale negligenza non può essere messa in discussione né giustificata dal fatto che nel marsupio, secondo l’affermazione dell’appellante, lo S. custodisse anche il blocchetto personale degli assegni e la di lui patente di guida, in quanto se ciò p(uò) servire ad escludere il dolo, sicuramente non è utile per escludere la colpa pur considerata nella forma lieve”.

In base alle risultanze dell’espletata prova testimoniale, la cui valutazione è rimessa al giudice del merito, la Corte territoriale ha concluso affermando che “lo S. è stato ampiamente e scarsamente negligente nel custodire la somma di denaro da consegnare alle società mandanti. Infatti, lo stesso, invece, di lasciare il marsupio nel cruscotto dell’automobile, alla vista di tutti coloro che a quell’ora del mattino popolavano la centrale piazza del paese, avrebbe potuto benissimo portarlo con sé, ovvero, lasciarlo in custodia alla di lui moglie che, addirittura dal balcone, sito al primo piano dell’appartamento ove si era affacciata per fumare una sigaretta, aveva potuto constatare che il marito aveva riposto il marsupio contenente il denaro nel cruscotto dell’auto che ivi aveva appena parcheggiato”.

3. Con il terzo motivo, rubricato “Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia violazione o falsa applicazione di norme di diritto art. 360 c.p.c., n. 3, erronea applicazione de(gli) art(t). 1510 e 1689 c.c.”, il ricorrente si duole che la Corte territoriale abbia rigettato la domanda riconvenzionale, in applicazione degli articoli del c.c. indicati nella rubrica del mezzo.

Ad avviso di S.A., la mancata contestazione da parte delle società attuali controricorrenti avrebbe dovuto condurre all’accoglimento della domanda da lui proposta, attesa la consuetudine dei rapporti tra le parti in causa in relazione alle prestazioni dal medesimo eseguite nei confronti delle società sopra indicate.

3.1. Il terzo motivo è inammissibile, per quanto attiene alle censure motivazionali, per le ragioni già espresse con riferimento al primo motivo.

E’, altresì, inammissibile, in relazione alle violazioni di legge dedotte, precisandosi che e stesse si fondano sulla mancata contestazione della debenza delle somme indicate da parte delle attuali controricorrenti in favore del ricorrente. A tale ultimo riguardo va sottolineato che il principio di non contestazione opera in relazione a fatti che siano stati chiaramente esposti da una delle parti presenti in giudizio e non siano stati contestati dalla controparte che ne abbia avuto l’opportunità; pertanto, la parte che lo deduca in sede di impugnazione è tenuta ad indicare specificamente in quale atto processuale il fatto sia stato esposto, al fine di consentire al giudice di verificarne la chiarezza e se la controparte abbia avuto occasione di replicare (Cass., ord., 6/12/2018, n. 31619), e a riportare in modo dettagliato in quali esatti termini le controparti non abbiano specificamente contestato il fatto precisamente dedotto; ma tali indicazioni mancano nel motivo all’esame, con conseguente suo difetto di specificità al riguardo (Cass., ord., 22/05/2017, n. 12840; Cass., ord., 12/10/2017, n. 24062). Peraltro, si osserva che l’onere di contestazione riguarda le allegazioni delle parti e non i documenti prodotti, né la loro valenza probatoria la cui valutazione, in relazione ai fatti contestati, è riservata al giudice (Cass. 21/06/2016, n. 12748).

Infine, va evidenziato che anche in relazione alla lamentata violazione degli artt. 1510 e 1689 c.c., il ricorrente si è inammissibilmente limitato, in sostanza, a ribadire le doglianze proposte sul punto in sede di appello, senza confrontarsi specificamente con le ragioni espresse al riguardo dalla Corte territoriale (v. sentenza di secondo grado, p. 8 e 9).

4. Il ricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile.

5. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

6. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis (Cass., sez. un., 20/02/2020, n. 4315).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore delle controricorrenti, delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfetarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Sesta Civile – 3 della Corte Suprema di Cassazione, il 3 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 agosto 2021

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