Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22147 del 14/10/2020

Cassazione civile sez. VI, 14/10/2020, (ud. 23/09/2020, dep. 14/10/2020), n.22147

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17031-2018 proposto da:

T.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CRESCENZIO

20, presso lo studio dell’avvocato NICOLA STANISCIA, che la

rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

ROMA CAPITALE (OMISSIS), EQUITALIA SUD SPA (OMISSIS), AGENZIA DELLE

ENTRATE – RISCOSSIONE (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 22849/2017 del TRIBUNALE di ROMA, depositata

il 06/12/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/09/2020 dal Consigliere Dott. CRISCUOLO MAURO;

Lette le memorie depositate dalla ricorrente.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Con atto di citazione ritualmente notificato T.A. proponeva opposizione ex art. 615 c.p.c., davanti al Giudice di Pace di Roma avverso la cartella esattoriale, notificata da SPA Equitalia Sud, nella quale opposizione si costituivano SPA Equitalia Sud e Roma Capitale per chiederne il rigetto.

Al termine del giudizio di primo grado il Giudice di Pace di Roma, ritenendo insussistenti i titoli posti a fondamento della cartella per omessa notifica dei verbali sottesi alla stessa, con la sentenza n. 3321/2013, accoglieva l’opposizione della T. e condannava il Comune di Roma al pagamento delle spese di giudizio; diversamente compensava le spese nei confronti di Equitalia Sud.

T.A. proponeva appello, ritualmente notificato il 18 marzo 2013, deducendo l’erronea applicazione del principio della soccombenza, stante la sussistenza della legittimazione passiva di Equitalia Sud SPA, e chiedendo, dunque, l’estensione della condanna alle spese di lite anche a SPA Equitalia Sud. Quest’ultima si costituiva in giudizio per contestare il gravame e chiedere la conferma della sentenza di primo grado, mentre Roma Capitale rimaneva contumace.

Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 22849/2017, accoglieva il gravame di T.A., riformando parzialmente la sentenza di primo grado, riconoscendo, nello specifico, la legittimazione passiva anche in capo all’ente esattore, dal momento che tale soggetto era quello dal quale promanava l’atto oggetto di opposizione.

Affermava il Tribunale che la legittimazione passiva spettava tanto all’ente impositore, quale titolare della pretesa sostanziale contestata, quanto all’esattore, quale soggetto emittente l’atto opposto, ragion per cui anche Equitalia doveva essere condannata al pagamento delle spese del giudizio di primo grado.

Nondimeno, dato atto del mutamento giurisprudenziale operato dalla Corte di Cassazione (Cass. n. 6411/2016, Cass. n. 17501/2016 e Cass. n. 17502/2016) secondo cui “se è vero che l’esattore agisce su richiesta dell’ente impositore ponendo in essere atti dovuti, tale circostanza rileva solo nei rapporti interni mentre rispetto all’opponente vige il principio di causalità che giustifica la condanna in solido”, il giudice dell’appello disponeva, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., nella formulazione applicabile ratione temporis, la compensazione delle spese del secondo grado di giudizio.

Per la cassazione di tale sentenza ricorre T.A. sulla base di due motivi di ricorso.

Gli intimati non hanno svolto difese in questa fase.

Con il primo motivo di ricorso deduce la “violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c. (art. 360 c.p.c., comma, 1, n. 3). Violazione e falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c. (art. 360 c.p.c., comma, 1, n. 3)”.

L’errore nel quale sarebbe incorso il Tribunale atterrebbe alla immotivata compensazione delle spese di lite di secondo grado. Poichè la condanna al pagamento delle spese di lite non riveste funzione sanzionatoria, ma rappresenta unicamente conseguenza logica della soccombenza in giudizio, ad essa si potrebbe derogare, disponendo la compensazione delle spese, solo nell’ipotesi di cui all’art. 92 c.p.c., comma 2 (applicabile nella formulazione successiva alla L. n. 69 del 2009, essendo il procedimento iniziato nel 2012) in base al quale la compensazione si giustifica a seguito di soccombenza reciproca, ovvero per altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate in motivazione.

Entrambe le circostanze non sarebbero ravvisabili nel caso di specie in quanto, da un lato l’odierna ricorrente risultava completamente vittoriosa, escludendo così l’ipotesi di soccombenza reciproca; dall’altro, si afferma che il Tribunale non avrebbe mai esplicitato le ragioni volte a giustificare una compensazione delle spese, limitandosi a procedere in tal senso solo sulla base della novità dell’orientamento giurisprudenziale seguito; tale motivazione è erronea in quanto secondo l’ultradecennale orientamento della Cassazione, nei giudizi ex art. 615 c.p.c. deve disporsi la condanna solidale alle spese sia dell’ente impositore che dell’ente esattore.

Essendo tale orientamento precedente rispetto all’introduzione del giudizio è quindi erronea la statuizione del Tribunale basata sull’infondato assunto del contrasto con l’orientamento in parola.

Il primo motivo di ricorso è inammissibile ex art. 360 bis c.p.c., n. 1.

Ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, nel testo risultante dalla L. n. 69 del 2009, art. 45, comma 11 – ossia quello applicabile alla controversia in esame – la compensazione delle spese di lite può essere disposta, in difetto di soccombenza reciproca, soltanto per “gravi ed eccezionali ragioni”, che rappresenta una nozione necessariamente elastica all’interno della quale può certamente ricondursi la novità della questione giuridica decisa, nonchè la sopravvenuta declaratoria di illegittimità costituzionale della norma in base alla quale era stato emesso il provvedimento impugnato, non potendo in tal caso imputarsi alla controparte di resistere invocando una norma vigente o di non farsi carico di una sua possibile incostituzionalità, finchè la sola Autorità deputata a rilevarla, e cioè la Corte costituzionale, non l’abbia pronunciata (v. Cass. n. 5267/2016); non diversamente, come già questa Corte ha avuto modo di affermare, le “gravi ed eccezionali ragioni”, da indicarsi esplicitamente nella motivazione, che ne legittimano la compensazione totale o parziale, devono riguardare specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa (Cass. n. 14546/2015) e tra queste può sicuramente essere ricompresa anche la circostanza di avvenuto mutamento di giurisprudenza relativamente all’interpretazione di una norma.

Il Tribunale, dunque, dando atto, con adeguata motivazione, dell’oscillazione della giurisprudenza sulla questione oggetto di appello, ha ritenuto di dover applicare l’art. 92 c.p.c. nella formulazione ratione temporis applicabile e, così disponendo, ha statuito conformemente al dettato normativo e in armonia con l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, pervenendo così ad una decisione rispettosa delle norme che la ricorrente deduce esser state violate.

Il motivo deve essere pertanto dichiarato inammissibile, non potendo ritenersi la sentenza impugnata difforme e contraria a quanto previsto dall’art. 92 c.p.c., comma 2, per il fatto di aver correttamente dato atto di un mutamento della giurisprudenza della legittimità in materia, e per tale via aver applicato tale principio al caso di specie.

Con il secondo motivo di ricorso si contesta l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., comma, 1, n. 5).

La sentenza del Tribunale di Roma sarebbe affetta da una motivazione “aberrante”, in quanto si porrebbe in evidente violazione dell’art. 92 c.p.c., comma 2, come novellato dalla riforma del 2006.

La compensazione apparirebbe immotivata soprattutto per la circostanza secondo cui i convenuti si sarebbero sempre limitati a contestare gli assunti attorei, senza mai dispensare, quindi, parte attrice da alcun onere probatorio.

Stante la proposizione del motivo, articolato sulla base del vecchio testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), e dunque non applicabile ratione temporis al caso in esame, deve dichiararsi la sua inammissibilità. Ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo introdotto dalla L. n. 134 del 2012, il vizio denunciabile è limitato all’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione fra le parti, essendo stata così sostituita la precedente formulazione (omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio).

Pertanto, non possono essere sollevate doglianze volte a censurare l’iter logico-argomentativo della sentenza, denunziandone l’insufficienza o la contraddittorietà, a meno che non sia denunciato come incomprensibile il ragionamento ovvero che la contraddittorietà delle argomentazioni si risolva nella assenza o apparenza della motivazione (caso in cui, allora, il vizio sarà deducibile quale violazione della legge processuale ex art. 132 c.p.c.).

Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Nulla per le spese atteso che gli intimati non hanno svolto attività difensiva.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente del contributo unificato per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, art. 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 23 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 14 ottobre 2020

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