Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22137 del 14/10/2020

Cassazione civile sez. VI, 14/10/2020, (ud. 16/09/2020, dep. 14/10/2020), n.22137

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17945-2019 proposto da:

T.R. e T.A., rappresentati e difesi

dall’Avvocato FOGLIANI VILMA presso il cui studio a Casteggio, via

Garibaldi 3, elettivamente domiciliano, per procura speciale in

calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

PROVINCIA DI PAVIA, rappresentati e difesi dall’Avvocato PALMIERO

MARIA TERESA elettivamente domiciliata a Roma, via Pieve di Cadore

30, presso lo studio dell’Avvocato GUALTIERI GIUSEPPE, per procura

speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la SENTENZA n. 5432/2018 della CORTE D’APPELLO DI MILANO,

depositato il 5/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 16/9/2020 dal Consigliere DONGIACOMO GIUSEPPE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La corte d’appello, con la sentenza in epigrafe, ha dichiarato l’inammissibilità dell’appello che T.R. e T.A. avevano proposto avverso la sentenza con la quale, in data 14/2/2017, il tribunale di Pavia aveva rigettato l’opposizione presentata ai sensi della L. n. 689 del 1981, art. 22 nei confronti dell’ordinanza della Provincia di Pavia che, in data 23/7/2015, sulla base di un verbale di accertamento del Corpo Forestale dello Stato, aveva ingiunto agli stessi il pagamento della somma di Euro 18.907,40, per violazione della L.R. Lombardia n. 31 del 2008, art. 42, comma 2, art. 43, commi 1 e 2, e art. 61, comma 2.

La corte, in particolare, ha ritenuto che il gravame, irritualmente introdotto con atto di citazione anzichè con ricorso ai sensi degli del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 6,artt. 433 e 434 c.p.c., era tardivo in quanto depositato presso la cancelleria della corte d’appello solo in data 12/9/2017 e, dunque, oltre il termine di trenta giorni dalla pronuncia della sentenza appellata in data 14/2/2017 mediante lettura del dispositivo in udienza e l’esposizione delle ragioni di fatto e diritto della decisione in presenza delle parti.

T.R. e T.A., con ricorso notificato il 4/6/2019, hanno chiesto, per due motivi, la cassazione della sentenza, dichiaratamente non notificata.

La Provincia di Pavia ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo, i ricorrenti hanno lamentato,

ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 324,325,326,327,342,429,433 e 434 c.p.c., in relazione al D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 6 e alla L. n. 742 del 1969, artt. 1 e 3, censurando la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto che l’appello che gli stessi avevano proposto fosse tardivo sul Ric 2019 n. 17945 – Sez. 6-2 – c.c. 16 settembre 202 rilievo che l’atto d’impugnazione era stato depositato in giudizio solo in data 12/9/2017 e, quindi, dopo la scadenza del termine di trenta giorni dalla pronuncia, mediante lettura del dispositivo in udienza, della sentenza appellata, in data 14/2/2017.

1.2. Così facendo, però, hanno osservato i ricorrenti, la corte d’appello non ha considerato che, nelle controversie assoggettate al rito del lavoro, la lettura del dispositivo in udienza equivale alla pubblicazione della sentenza e che, pertanto, da tale data decorre il termine lungo per proporre l’impugnazione ma, in difetto di notifica della sentenza, non il termine breve.

1.3. Nel caso si specie, la Provincia di Pavia non ha provveduto a notificare la sentenza del tribunale per cui, al fine di stabilire la tempestività dell’appello, occorreva tener conto del termine lungo stabilito dall’art. 327 c.p.c. il quale, a fronte di una sentenza pubblicata in data 14/2/2017 e della sospensione dei termini in periodo feriale, scadeva solo in data 14/9/2017.

1.4. L’appello, pertanto, hanno concluso i ricorrenti, in quanto proposto con atto depositato in data 12/9/2017, doveva essere considerato tempestivo.

2.1. Il motivo è fondato.

2.2. L’appello avverso sentenze in materia di opposizione ad ordinanza-ingiunzione, pronunciate ai sensi della L. n. 689 del 1981, art. 22, è assoggettato al rito del lavoro e si propone, pertanto, come si evince dal comb. disp. del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 2, comma 1, e art. 6, comma 1, (non con atto di citazione ma) con ricorso (art. 434 c.p.c., comma 1) con la conseguenza che la sua tempestività dev’essere verificata con esclusivo riguardo alla data del suo deposito in cancelleria. L’appello è, dunque, inammissibile ove il ricorso sia stato depositato in cancelleria oltre il termine di decadenza di trenta giorni dalla notifica della sentenza ovvero, in caso di mancata notifica, oltre il termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c.. Tale regola, peraltro, vale anche nel caso in cui il gravame sia stato irritualmente proposto con citazione, assumendo in tal caso comunque rilievo solo la data di deposito di quest’ultima (cfr. Cass. n. 19298 del 2017; Cass. n. 17666 del 2018).

2.2. Nel caso in esame, la sentenza impugnata ha ritenuto che l’appello proposto dai ricorrenti era inammissibile in quanto tardivo rilevando, per un verso, che la pronuncia del tribunale sull’opposizione proposta ai sensi della L. n. 689 del 1981, art. 22 era stata pronunciata, mediante lettura del dispositivo in udienza e l’esposizione delle ragioni di fatto e diritto della decisione in presenza delle parti, in data 14/2/2017 e, per altro verso, che l’appello degli opponenti era stato proposto con atto (di citazione) depositato in cancelleria solo in data 12/9/2017.

2.3. La corte d’appello, però, così ragionando, non ha tenuto conto del fatto che il termine per la proposizione dell’appello (pari, in difetto di notifica della sentenza, a sei mesi: art. 327 c.p.c., comma 1) – sospeso ex lege dall’1/8/2017 al 31/8/2017 (il procedimento in questione, sebbene regolato dal rito del lavoro, non rientra tra quelli per i quali la L. n. 742 del 1969, art. 3 dispone l’inapplicabilità della sospensione dei termini nel periodo feriale, assumendo rilievo a tali fini non il rito da cui la causa è disciplinata ma la sua natura, costituita, nella specie, in via diretta dall’accertamento dall’esistenza, o meno, dei presupposti per l’esercizio della potestà sanzionatoria: cfr. Cass. n. 8673 del 2018) – non era, al momento del deposito del relativo atto, ancora scaduto. In effetti, nelle controversie che, come quella in esame, sono assoggettate al rito del lavoro, la lettura del dispositivo e delle ragioni in fatto e diritto della decisione equivale, prevista dall’art. 429 c.p.c., comma 1, (nel testo applicabile ratione temporis quale risulta dalle modifiche apportate dal D.L. n. 112 del 2008, art. 53, comma 2, conv., con modif., dalla L. n. 133 del 2008), equivale, in analogia con lo schema dell’art. 281-sexies c.p.c., alla pubblicazione della sentenza dal quale, pertanto, in mancanza di notifica della stessa, decorre solo il termine lungo per proporre l’impugnazione di cui all’art. 327 c.p.c. (cfr. Cass. n. 14724 del 2018): non certo il termine breve.

2.4. Il secondo motivo, concernente le spese processuali liquidate nella sentenza impugnata, è assorbito.

3. La sentenza impugnata dev’essere, quindi, cassata con rinvio alla corte d’appello di Milano la quale, in differente composizione, provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte così provvede: accoglie il primo motivo, assorbito il secondo; cassa la sentenza impugnata con rinvio alla corte d’appello di Milano la quale, in differente composizione, provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sesta Sezione Civile – 2, il 16 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 14 ottobre 2020

 

 

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