Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22132 del 22/09/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 22/09/2017, (ud. 08/06/2017, dep.22/09/2017),  n. 22132

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Presidente –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1638-2011 proposto da:

R.L., elettivamente domiciliato in ROMA VIA MONTEMIGNAIO 31,

presso lo studio dell’avvocato LUCIANO PICCO, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE UFFICIO DI ROMA (OMISSIS), in persona del

Direttore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 178/2009 della COMM.TRIB.REG. di ROMA,

depositata il 17/12/2009;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/06/2017 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA.

Fatto

RILEVATO

che con sentenza in data 25.9-17.12.2009 (nr. 178/3/2009) la Commissione Tributaria Regionale di Roma ha confermato la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale della stessa sede, che aveva respinto il ricorso proposto da R.L. avverso l’avviso di accertamento n. (OMISSIS), con il quale veniva recuperata a tassazione per l’anno di imposta 2002 la plusvalenza di Euro120mi1a realizzata dal contribuente con la vendita di una licenza di taxi;

che avverso tale sentenza R.L. ha proposto ricorso affidato a quattro motivi, al quale ha opposto difese la AGENZIA DELLE ENTRATE con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che il ricorrente ha dedotto:

– con il primo motivo: ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione dell’art. 115 c.p.c.. Ha esposto che il giudice dell’appello aveva fondato il proprio convincimento su di una indagine condotta da docenti dell’Università della Tuscia e su “dati attendibili di varia provenienza” (così in sentenza) laddove l’ufficio aveva prodotto due soli documenti (rispettivamente denominati: “Studio Università della Tuscia” e “Studio Agenzia controllo e qualità dei Servizi Comune di Roma”) e non anche i documenti ulteriori indicati nell’avviso di accertamento ovvero una procedura del giudice tutelare di Milano e gli annunci pubblicati su internet;

– con il secondo motivo: ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 3 e dell’art. 2729 c.c.. Con il motivo viene censurata la utilizzazione nella decisione dello Studio dell’Università della Tuscia. Il ricorrente ha dedotto che il documento faceva parte di un elaborato più ampio a cura di un solo docente universitario, in una ad un responsabile del servizio studi economici delle Poste Italiane ed ad un dipendente della Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali del Comune di Roma; nelle note in calce gli autori precisavano di avere espresso opinioni personali, che non rappresentavano l’orientamento delle istituzioni di appartenenza. Nello studio i valori delle licenze di taxi a Roma per gli anni dal 1980 al 2002 erano stati ricostruiti a seguito di una indagine empirica, sulla base delle risposte a cinquanta questionari fornite dagli aderenti ad una cooperativa di taxi e di un numero di undici interviste casuali presso altri tassisti. Gli stessi autori del lavoro evidenziavano che la indagine non era robusta sotto il profilo statistico, per il limitato numero di osservazioni e per la dipendenza del risultato dalla capacità dell’intervistato di distinguere il valore della licenza dal prezzo dell’autovettura, di norma contestualmente trasferita. L’ulteriore documento prodotto, indicato come “Studio Agenzia controllo e qualità dei Servizi Comune di Roma” era in realtà una pubblicazione che riportava il contenuto del primo documento. La prova era stata fondata, pertanto, su presunzioni prive dei caratteri di precisione, gravità e concordanza richiesti dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38 e dall’art. 2729 c.c..

– con il terzo motivo: ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. Il ricorrente ha dedotto che anche a volere ritenere raggiunta la prova del prezzo ricavato dalla cessione della licenza di taxi, ai fini IRPEF era sottoposto a tassazione, ai sensi del D.P.R. n. 917 del 1986, artt. 54 ed 81, non l’intero ricavato della vendita ma solo la plusvalenza ovvero la differenza tra il valore iniziale ed il valore finale della azienda. L’ufficio avrebbe dovuto considerare, pertanto, non solo il valore della licenza nell’anno 2002 ma anche il valore della licenza al momento dell’acquisto – ugualmente accertabile presso il Comune di Roma pur in assenza di dati forniti dal contribuente – laddove era stato recuperato illegittimamente a tassazione l’intero prezzo di vendita della licenza;

– con il quarto motivo: ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, omessa e insufficiente motivazione. Il contribuente ha esposto di avere rappresentato come motivo di appello la avvenuta tassazione dell’intero valore di vendita della licenza in luogo della mera plusvalenza. Ha censurato la sentenza per incongruità della motivazione, in quanto il giudice dell’appello si era limitato ad affermare che la contestazione della plusvalenza era generica.

che ritiene il collegio si debba rigettare il ricorso;

che, infatti:

– il primo motivo è infondato, poichè dalla motivazione della sentenza non risulta la utilizzazione di documenti non prodotti in causa (in particolare: la procedura di volontaria giurisdizione del Tribunale di Milano e gli annunci pubblicati sul web) ma piuttosto la valutazione, da un lato, dello studio universitario posto a base dell’accertamento, in atti del giudizio e dall’altro, della condotta processuale di mancata contestazione da parte del contribuente dei dati indicati dalla amministrazione finanziaria nell’avviso di accertamento;

– il secondo motivo, benchè rubricato come denunzia di violazione di norme di diritto, contesta la valutazione da parte del giudice del merito degli elementi di prova offerti dall’ufficio. Tale valutazione è sindacabile in questa sede di legittimità esclusivamente sotto il profilo del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5 – evidenziando la omessa valutazione di un elemento di prova decisivo ovvero la insufficienza o contraddittorietà del percorso logico del giudice del merito relativamente all’accertamento di un fatto decisivo. La parte ricorrente si limita, invece, a contrapporre alla valutazione discrezionale del giudice dell’appello il proprio personale convincimento circa la inidoneità dei documenti prodotti dalla amministrazione a provare il valore della licenza ceduta, in tal modo devolvendo a questa Corte un inammissibile riesame sul merito dell’accertamento;

– il terzo ed il quarto motivo, che possono essere trattati congiuntamente in quanto connessi, sono infondati. Ai sensi del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 54, comma 2 per determinare la plusvalenza (o minusvalenza) derivante dalla cessione d’azienda occorre detrarre dal prezzo di cessione il costo non ammortizzato. Era dunque onere del contribuente allegare il costo di acquisizione (ed il periodo di utilizzo) della licenza, non trattandosi di fatto conoscibile dalla amministrazione finanziaria. Correttamente il giudice del merito ha rilevato al riguardo che il contribuente si era limitato a contestare genericamente la plusvalenza senza offrire alcun elemento idoneo a confutarne il calcolo;

che, pertanto, il ricorso deve essere respinto;

che le spese vengono regolate come da dispositivo.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 4.000 oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, il 9 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2017

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