Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22130 del 13/10/2020

Cassazione civile sez. III, 13/10/2020, (ud. 24/06/2020, dep. 13/10/2020), n.22130

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

Dott. GIAIME GUIZZI Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 33628-2018 proposto da:

C.L., quale amministratore di sostegno di

CO.LE., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CRESCENZI0, 19,

presso lo studio dell’avvocato LUIGI PAMPHILI, rappresentato e

difeso dagli avvocati GIANCARLA CASTELNOVO e CESARE TENTORI;

– ricorrente –

contro

P.C., G.E., M.V. e P.P.,

elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio

dell’avvocato ROMANO POMARICI, rappresentati e difesi dall’avvocato

VIVIANA BOVE;

P.S., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR 17,

presso lo studio dell’avvocato GAIA D’ELIA, rappresentata e difesa

dall’avvocato MARCO VERDI;

CREDITO VALTELLINESE SPA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA S.

COSTANZA 27, presso lo studio dell’avvocato LUCIA MARINI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUCIO CARAMATTI;

ELOROND NPL 2017 SRL, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA S.

COSTANZA 27, presso lo studio dell’avvocato LUCIA MARINI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUCIO CARAMATTI;

– controricorrenti –

nonchè contro

MEAR SPA, BANCA PROGETTO SPA, FALLIMENTO (OMISSIS) SRL;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1925/2018 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 17/04/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/06/2020 dal Consigliere Dott. GIAIME GUIZZI STEFANO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1 C.F., nella qualità di amministratore di sostegno di Co.Le., ricorre, sulla base di quattro motivi, per la cassazione della sentenza n. 1925/18, del 13 febbraio 2018, della Corte di Appello di Milano, che – respingendo, all’esito della riunione di quattro distinti giudizi, i gravami esperiti dall’odierna ricorrente avverso le sentenze nn. 331/10, 378/14 e 379/14 del Tribunale di Lecco, nonchè avverso la sentenza n. 180/12 del Tribunale di Sondrio – ha confermato il rigetto, rispettivamente: a) dell’opposizione ex art. 2797 c.c., avverso l’atto con cui la società Mear S.p.a. intimava a Co.Le. di pagare la somma di Euro 1.543.000,00; b) dell’opposizione al decreto ingiuntivo, emesso a carico del medesimo C. e in favore della società Banca Provinciale Lecchese, oggi Banca Progetto S.p.a., per l’importo di Euro 111.892,29, oltre interessi e spese; c) dell’opposizione al decreto ingiuntivo, emesso sempre a carico del C. e in favore della società Banca Provinciale Lecchese S.p.a., per l’importo di Euro 74.679,78, oltre interessi e spese; d) dell’opposizione al decreto ingiuntivo, emesso nuovamente a carico del C. e in favore della società Credito Valtellinese Soc. Coop. (oggi S.p.a.), per l’importo di Euro 268.713,27.

2. Riferisce, in punto di fatto, l’odierna ricorrente come tutte le iniziative giudiziarie, ex art. 2797 c.c. e art. 645 c.p.c., sopra meglio identificate (e nelle quali erano stati coinvolti anche P.C., G.E., P.S., il fallimento della società (OMISSIS) S.r.l., M.V. e P.P.), fossero dirette ad accertare che Co.Le., già amministratore delegato della società Mear S.p.a., aveva compiuto, in ragione dello stato di incapacità di intendere e di volere in cui verserebbe da anni, atti pregiudizievoli per il patrimonio proprio e della predetta società, ad esclusivo vantaggio di P.C. o di società al medesimo collegate. In ciascuno dei giudizi incardinati, pertanto, parte attrice in opposizione formulava duplice istanza – sempre rigettata dai giudici di prime cure (salvo che nel procedimento innanzi al Tribunale di Lecco, culminato nella sentenza n. 378/14) – di svolgimento di CTU medico-legale (e, nei tre giudizi ex art. 645 c.p.c., anche di CTU contabile), oltre che di ammissione di prova testimoniale volta a far accertare l’invalidità e illiceità dei rapporti sottostanti ai titoli invocati dai creditori a fondamento delle pretese dagli stessi azionate.

Essendo rimasto Co.Le. soccombente in ciascuno dei giudizi incardinati, l’amministratrice di sostegno C.F. esperiva gravame innanzi alla Corte di Appello di Milano, che – dopo aver riunito i giudizi impugnatori – dava corso alla richiesta, reiterata in appello, di una CTU medico-legale, volta ad accertare l’eventuale incapacità naturale dell’uomo e la sua (in)capacità di resistenza ad eventuali iniziative predatorie di terzi, senza, però, dare corso nè alla CTU contabile, nè alla richiesta prova testimoniale.

All’esito dell’espletata consulenza, essendo stato escluso dagli ausiliari del giudice che Co.Le. versasse in stato di incapacità di intendere e di volere all’epoca dei fatti, gli appelli proposti venivano rigettati.

3. Avverso la pronuncia della Corte meneghina ricorre per cassazione il C., sulla base – come detto – di quattro motivi.

3.1. Con il primo motivo – proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) – si deduce “omessa valutazione scientifica da parte della Corte delle censure di parte appellante alla CTU”.

La sentenza impugnata è censurata in quanto “non ritiene sufficientemente provato lo stato di incapacità di intendere e volere di Co.Le. nel periodo tra il 2003 e il 2007”.

Tale conclusione è ritenuta, infatti, viziata per carenza di motivazione, in quanto la Corte milanese si sarebbe limitata ad un’acritica adesione, “per relationem”, alle conclusioni della CTU, senza valutare le rilevanti e circostanziate osservazioni critiche di parte appellante, nonchè i documenti clinici nelle stesse richiamati.

In particolare, il giudice d’appello avrebbe omesso di valutare tredici documenti medici, emessi tra il febbraio e il giugno 2007, relativi alla patologia sofferta dal C. e consistente in un’osteomielite flogistica, ed in particolare il nesso fra la stessa e lo stato depressivo in cui versava l’uomo.

Del pari, la Corte territoriale avrebbe omesso ogni valutazione in ordine ai rilievi tecnici – espressi dall’allora parte appellante – circa la correttezza scientifica del test WAIS-R, somministrato al C. il (OMISSIS) dal Dott. R., così come in ordine al documento relativo alla visita sostenuta, sempre dal C., il 16 marzo 2008, presso l’unità valutativa Alzheimer (cd. “UVA”) della Clinica Zucchi di C.B., oltre che alla cd. “PET” cerebrale (ovvero, alla tomografia ad emissione di positroni) del 25 marzo 2008, documenti sulla base dei quali i tecnici di parte ebbero a formulare una diagnosi di “pseudodemenza” nei riguardi del C., anch’essa del tutto ignorata dalla consulenza tecnica d’ufficio e, quel che più conta, dalla sentenza impugnata.

Quest’ultima, infine, avrebbe, nella sostanza, omesso ogni lettura della consulenza tecnica d’ufficio svolta dal Dott. M. nel procedimento celebrato innanzi al Tribunale di Lecco e culminato nella sentenza n. 378/14, ovvero una delle pronunce confermate dalla decisione oggi impugnata (consulenza che aveva concluso per l’esistenza di una situazione di deficienza psichica tale da impedire al C. di riconoscere le intenzioni predatorie altrui e proteggersi da manipolazioni ed eventuali inganni), mentre l’adesione alle conclusioni rassegnate dal Dott. B., nell’ambito di un diverso processo svolto sempre innanzi alla corte di Milano (relativo a circostanze analoghe a quelle che formano oggetto del presente giudizio) sarebbe, nuovamente, frutto di un ragionamento che omette di valutare i già indicati documenti clinici.

3.2. Con il secondo motivo – proposto sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) – si deduce omessa valutazione sul quesito peritale disatteso dal CTU.

Si censura la sentenza impugnata in quanto, sia la Corte territoriale che i consulenti tecnici d’ufficio, avrebbero omesso completamente di esaminare “gli atti scriteriati” compiuti dal C. a proprio danno, sia il suo comportamento, la sua genesi, le sue dinamiche, nonchè la sua illogicità e incomprensibilità, con riferimento alle sue possibili motivazioni. Si contesta, in particolare, quel passaggio della sentenza impugnata nel quale la Corte milanese afferma che a nulla rileverebbe l’asserita illogicità degli atti compiuti dal C., giacchè siffatta argomentazione non attribuirebbe adeguato rilievo al fatto che costui, nel lasso temporale preso in considerazione, in forza del proprio ruolo di noto imprenditore, ha, in realtà, “sottoscritto un numero considerevole di ulteriori atti, che non sono oggetto di causa e che andrebbero egualmente valutati al fine di condurre una proficua analisi di tal genere, che tenga conto di una visione complessiva delle pluralità di operazioni finanziarie poste in essere dallo stesso”.

Così argomentando, tuttavia, la Corte avrebbe omesso di esaminare completamente i flussi di denaro usciti dai conti correnti personali del C. in favore di un unico soggetto, ovvero P.C. e/o le società a lui collegate, movimenti, tra l’altro, tutti documentati e, oltretutto, non contestati dalle controparti.

Si censura, poi, la stessa relazione dei consulenti tecnici, nella parte in cui afferma, con riguardo alle operazioni finanziarie eseguite dal C. nel periodo 2003-2007, che risulterebbe “molto difficile darne una spiegazione”, ciò che, però, “non è compito del CTU” fare.

3.3. Con il terzo motivo – al pari degli altri, proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) – è dedotta omessa motivazione sulla mancata ammissione della CTU contabile e delle prove testimoniali.

Assume la ricorrente che la mancata ammissione dei mezzi istruttori non è stata in alcun modo motivata dalla Corte territoriale, come avrebbe invece dovuto (è citata Cass. Sez. 2, sent. 14 maggio 2015, n. 9881), nonostante sia la CTU contabile che le prove orali presentassero il carattere della “decisività” sotto diversi profili. Innanzitutto, perchè l’istruttoria orale avrebbe certamente provato il fatto storico, non preso in considerazione dai giudici di merito, del rapporto perverso di fiducia e suggestionabilità che si era creato tra il C. e il P., sempre presente presso gli istituti di credito al momento in cui, il primo, venne ad effettuare le varie operazioni bancarie oggetto di causa. In secondo luogo, l’istruttoria avrebbe certamente provato la complicità e malafede degli istituti di credito, dal momento che i versamenti fatti dal C. coprivano situazioni debitorie del P. e delle società a lui collegate nei confronti delle stesse banche.

3.4. Con il quarto motivo – proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – si deduce violazione o falsa applicazione di norme di diritto.

Le stesse vengono individuate, innanzitutto, in quelle sull’amministrazione di sostegno, censurandosi la sentenza impugnata nella parte in cui afferma che l’avvenuta nomina di un’amministratrice di sostegno non depone, di per sè, per la sussistenza dell’incapacità naturale dell’amministrato, dal momento che lo scopo di tale istituto – assume, per contro, la ricorrente – è proprio quello di garantire tutela alle persone che, per una qualsiasi causa anche transitoria, abbiano compiuto atti o stipulino contratti in condizioni di incapacità di intendere e di volere.

Il motivo in esame investe, inoltre, le norme che disciplinano i rapporti tra i giudizi civile e penale, censurandosi, in questo caso, l’affermazione della Corte territoriale che ha ritenuto di trarre argomento, nel senso del rigetto del proposto gravame, dalla sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Milano, passata in giudicato, che ha escluso a carico di P.C. e Po.Fe. il requisito oggettivo del reato di cui all’art. 643 c.p., asseritamente commesso in danno del C.. Osserva, infatti, la ricorrente come la sentenza assolutoria pronunciata ai sensi dell’art. 530 c.p.p., comma 2, non abbia alcun effetto preclusivo nel giudizio civile, non impedendo la possibilità di pervenire, nel giudizio di risarcimento danni intentato a carico dell’imputato, ad un’affermazione di responsabilità civile dello stesso.

Inoltre, sarebbero state violate anche le norme sulla “mutatio libelli”. Si censura, sul punto, l’affermazione della Corte territoriale secondo cui l’omesso accertamento – che l’allora appellante aveva addebitato ai giudici di prime cure – in ordine alla invalidità dei rapporti sottostanti i pagamenti effettuati dal C., sarebbe da escludere, in ragione della tardività della relativa domanda. Assume, per contro, la ricorrente che l’invalidità o l’illiceità di tali rapporti costituirebbe soltanto il motivo posto a fondamento delle proposte opposizioni, di talchè la memoria ex art. 183 c.p.c., comma 6, con cui tale invalidità e illiceità era stata contestata, avrebbe costituito una mera precisazione della domanda e non certo “mutatio libelli”.

Si contesta, ancora, l’affermazione della Corte territoriale che ha ritenuto di trarre conferma, in ordine all’insussistenza dell’incapacità di intendere e di volere dal C., dalla circostanza che la sottoscrizione dell’apertura di credito in conto corrente avvenne attraverso atto notarile, sicchè sarebbe difficile ritenere che nessuno dei soggetti presenti in tale contesto, “in primis” lo stesso professionista, non si sia accorto della incapacità nella quale, asseritamente, versava il C.. In questo modo, tuttavia, la Corte territoriale avrebbe disatteso il principio secondo cui il giudizio sulla capacità di intendere e di volere dei contraenti, compiuto dal notaio rogante in sede di stipula di un atto pubblico, non è vincolante nella valutazione che deve compiere il giudice per verificare la sussistenza della eventuale incapacità naturale dello stipulante;

– Infine, si censura la decisione della Corte territoriale nella parte in cui, nell’esaminare il gravame proposto avverso la sentenza n. 378/14 del Tribunale di Lecco, avrebbe omesso di pronunciarsi sui motivi concernenti il rapporto esistente tra l’obbligazione fideiussoria, prestata dal C., e l’obbligazione principale, e ciò sul rilievo che il debitore principale avrebbe posto acquiescenza alle questioni relative alla sussistenza e all’ammontare dell’obbligazione principale. Si tratterebbe di motivazione erronea in diritto, dal momento che l’art. 1945 c.c., consente al fideiussore, nella specie il C., di opporre al creditore (nella specie, la Banca Provinciale Lecchese tutte le eccezioni che spettano al debitore principale). Del pari errata, infine, sarebbe l’affermazione della Corte territoriale secondo cui le domande riconvenzionali proposte dall’opponente – nei giudizi ex art. 645 c.p.c. e nei confronti di soggetti terzi, rispetto ai creditori ingiungenti – avrebbero dovuto essere connesse, per titolo, alla domanda principale, ex art. 36 c.p.c., dal momento che, nel caso di specie le domande “de quibus” risultavano collegate con la richiesta di pagamento della Banca Provinciale Lecchese, senza tacere del fatto che il rapporto processuale tra creditore, debitore principale e fideiussore, che è facoltativo nella fase di introduzione del giudizio, diventa necessario nei gradi di impugnazione, se siano riproposti i temi comuni al debitore principale e al fideiussore (viene citata Cass. Sez. 1, sent. 1 ottobre 2012, n. 16379).

4. P.S. ha resistito, con controricorso, all’avversaria impugnazione, chiedendone la declaratoria di inammissibilità ovvero, in subordine, di infondatezza.

La controricorrente evidenzia, in via preliminare, come i giudizi di merito abbiano attestato l’assoluta mancanza di qualsiasi contatto tra di essa e il C., nonchè la propria estraneità rispetto alle accuse sollevate dall’odierna ricorrente, oltre che la carenza di qualsiasi vantaggio patrimoniale quale diretta conseguenza delle operazioni dal medesimo C. poste in essere.

Quanto, poi, ai singoli motivi di ricorso, il primo sarebbe destituito di fondamento, posto che la Corte territoriale non si è affatto limitata a recepire “acriticamente” le conclusioni raggiunte dai consulenti tecnici d’ufficio, avendo puntualmente esaminato i rilievi critici formulati dei tecnici della parte odierna ricorrente, nonchè i documenti ai quali ha fatto riferimento. Per le stesse ragioni sarebbe infondato anche il secondo motivo di ricorso, mentre l’infondatezza del terzo deriverebbe dalla circostanza che, alla luce delle risultanze della espletata consulenza tecnica d’ufficio medico – legale, la Corte territoriale ha ritenuto, evidentemente, superflua un’indagine tecnica di natura contabile, così come l’assunzione delle prove testimoniali articolate dall’odierna ricorrente.

Infine, quanto alla supposta violazione di norme di diritto, si sottolinea, da un lato, come la sentenza impugnata si sia uniformata al costante orientamento della giurisprudenza di legittimità in tema di amministrazione di sostegno, secondo cui il ricorso a tale istituto opera anche a tutela di un soggetto che non versi in una situazione di infermità. D’all’altro, quanto alla contestazione di avere la Corte territoriale tenuto conto delle risultanze della sentenza assolutoria resa all’esito del procedimento penale per il delitto di circonvenzione di incapace ipotizzato ai danni del C., si sottolinea che, una volta esclusa dal giudice penale l’esistenza di uno stato di incapacità di costui, non si vede come giudice civile potesse disattendere tale conclusione.

5. Hanno proposto controricorso anche P.C., G.E., M.V. e P.P., eccependo preliminarmente l’inammissibilità dell’avversaria impugnazione ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 4), in particolare per omesso rispetto del dovere di chiarezza e sinteticità espositiva degli atti processuali.

Assumono, inoltre, i controricorrenti come i quattro motivi di ricorso, in realtà, costituiscano un unico motivo composito, da ritenersi inammissibile a seguito dell’avvenuta riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. A tale principio, del resto, si sarebbe attenuta questa Corte nel giudicare, dichiarandolo inammissibile, analogo ricorso per cassazione proposto avverso altra sentenza della Corte di Appello di Milano – tra le stesse parti – concernente fatti analoghi a quelli oggetto del presente giudizio (è citata Cass. Sez. 3, ord. 31 luglio 2017, n. 18951).

D’altra parte, nel caso di specie, nessuna omissione sarebbe addebitabile alla Corte territoriale, avendo esaminato le osservazioni alla consulenza tecnica d’ufficio, e i documenti richiamati a sostegno delle stesse, sicchè la censura proposta dalla ricorrente si risolverebbe in un tentativo di rivisitazione del materiale istruttorio.

Infine, da escludere sarebbero pure le ipotizzate violazioni di legge, la cui deduzione, peraltro, risulterebbe addirittura inammissibile, visto che nessuna specifica norma di diritto viene indicata nell’illustrazione del motivo.

6. Hanno proposto controricorso – con due distinti atti, sebbene con il patrocinio dei medesimi difensori – anche la società Credito Valtellinese S.p.a. e la società Elrond NPL 2017 S.r.l. (cessionaria del credito della prima, in forza di operazione di cartolarizzazione), sulla base di rilievi analoghi a quelli già illustrati.

7. Hanno depositato memoria esclusivamente la società Credito Valtellinese S.p.a., insistendo nelle proprie argomentazioni.

8. Già fissata adunanza camerale per il giorno 12 marzo 2020, la stessa veniva rinvita in ragione della sospensione delle attività giudiziarie disposta dalla legislazione emergenziale per il contrasto dell’emergenza epidemiologica originata dalla diffusione del virus “Covid-19”.

Nuova adunanza camerale veniva, pertanto, fissata per la data del 23 giugno 2020.

9. Prima di tale udienza è intervenuta in giudizio C.L., nuovo amministratore di sostegno di Co.Le..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

10. In via preliminare, occorre dare atto dell’intervento in giudizio – quale nuovo amministratore di sostegno di Co.Le., in luogo dell’originario amministratore, C.F. – della sorella C.L., giusta provvedimento del giudice tutelare del 30 ottobre 2019.

11. Il ricorso va rigettato.

11.1. Il primo motivo non è fondato.

11.1.1. Sul punto deve muoversi dalla premessa – che impone di superare l’eccezione di inammissibilità del motivo, formulata sul rilievo che esso tenderebbe a sollecitare un riesame del merito della vicenda – che “il giudice del merito non è tenuto a fornire un’argomentata e dettagliata motivazione là dove aderisca alle elaborazioni del consulente ed esse non siano state contestate in modo specifico dalle parti, mentre, ove siano state sollevate censure dettagliate e non generiche, ha l’obbligo di fornire una precisa risposta argomentativa correlata alle specifiche critiche sollevate, corredando con una più puntuale motivazione la propria scelta di aderire alle conclusioni del consulente d’ufficio” (Cass. Sez. 3, sent. 19 giugno 2015, n. 12703, Rv. 635763-01; nello stesso anche Cass. Sez. 1, sent. 31 novembre 2016, n. 23637, Rv. 642660-01, Cass. Sez. 1, ord. 11 giugno 2018, n. 15147, Rv. 649560-01, nonchè, in motivazione, Cass. Sez. 6-Lav., ord. 9 ottobre 2017, n. 23493, Rv. 645668-01).

Nella specie, del tutto adeguata risulta la motivazione con riferimento, innanzitutto, agli esiti del test WAIS-R, somministrato al C. il (OMISSIS) dal Dott. R., visto che, in relazione ad esso, nella sentenza impugnata si legge che l’esame aveva “fornito un risultato sostanzialmente normale quanto a livello intellettivo, nonostante alcune discrepanze tra i vari subtest facessero pensare, a detta del Dott. R., ad un certo deterioramento cognitivo”, soggiungendosi come tale deterioramento fosse, peraltro, “solamente

ipotizzato dallo psicologo”. Esso, comunque, risultava

successivamente, “escluso dalla visita cui Co.Le. è stato sottoposto in data 6 luglio 2016”. Infatti, all’esito della stessa, “come evidenziato dai CTU”, l’uomo “è apparso lucido, orientato e coerente nella sua esposizione e nel ragionamento”, senza che fossero “notati segni di deterioramento cognitivo significativo”, tanto che il paziente “ha conseguito un risultato del tutto analogo al test che era stato sottoposto in data 21 giugno 2010”; circostanza ritenuta rilevante, dagli ausiliari – dà atto la Corte territoriale – “ai fini dell’esclusione del processo dementigeno, ipotizzato nel dicembre 2007 dal dottor R.”. Analoghe conclusioni, del resto, la sentenza impugnata compie anche con riferimento al test presso l’Unità valutativa Alzheimer del 10 marzo 2008 e all’esame PET del successivo 25 marzo, che in particolare fa riferimento solo ad un “iniziale deterioramento cognitivo su base neurovegetativa”, stato, come detto, rimasto invariato ancora il 6 luglio 2016.

Orbene, questi rilievi escludono la fondatezza, oltre che della censura di omesso esame della diagnosi di “pseudodemenza” formulata dal consulente di parte, pure delle doglianze che investono la valutazione sull’osteomielite flogistica, in relazione alla quale la sentenza afferma – con valutazione indubbiamente sintetica, ma certamente adeguata (e ciò anche in relazione all’avvenuta riduzione del sindacato sulla motivazione al “minimo costituzionale”; cfr. Cass. Sez. Un., sent. 7 aprile 2014, n. 8053, Rv. 629830-01, nonchè, “ex multis”, Cass. Sez. 3, ord. 20 novembre 2015, n. 23828, Rv. 637781-01; Cass. Sez. 3, sent. 5 luglio 2017, n. 16502, Rv. 637781-01) – trattarsi di una patologia che, “di per sè”, non sarebbe “atta ad influire in maniera determinante sulla capacità naturale del soggetto”. Tale rilievo, infatti, va valutato non atomisticamente, ma nel contesto degli altri apprezzamenti compiuti dalla Corte territoriale, ed in particolare alla luce del fatto che essa ha valorizzato il dato dell’invarianza, tra il 2007 ed il 2016, dello stato cognitivo del C., ritenendo che, dopo quasi dieci anni dal test WAIS-R, il quadro clinico fosse ancora quello di un “iniziale deterioramento” delle facoltà cognitive. Siffatti rilievi, dunque, per ciò solo escludono che quella pur grave patologia del midollo osseo abbia potuto determinare un’incapacità di intendere e di volere all’epoca dei fatti oggetto di causa (tutti compresi tra il 2003 e il 2007).

Sempre sulla base di una valutazione complessiva dello stato clinico del C. (operata dalla sentenza impugnata), deve superarsi anche la censura che investe l’adesione alle conclusioni rassegnate dal Dott. B., mentre risulta “prima facie” destituita di fondamento la doglianza relativa alla “omissione di lettura” della consulenza del Dott. M..

Osserva, sul punto, la sentenza impugnata che se il Dott. M. concluse, quanto allo stato del C., per una “situazione di deficienza psichica tale da impedirgli di riconoscere le intenzioni predatorie altrui e proteggersi dalle manipolazioni e dagli eventuali inganni”, è pur vero che “il percorso logico da esso seguito non fu fondato su dati clinici indicativi di una reale incapacità di intendere e volere, quanto piuttosto sulla storia personale del C., che nonostante abbia visto in passato eventi connotati da un indubbio grado di tragicità – come il grave incidente subito nel 1983 – non è sufficiente a concludere per la sussistenza di una condizione di incapacità in capo allo stesso”. Ne consegue, dunque, che la consulenza è stata esaminata, sicchè la censura della ricorrente investe, in realtà, non l’omesso esame della stessa, bensì il suo apprezzamento, così collocandola fuori del paradigma di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), e ciò anche con riferimento alla dedotta mancata disamina dei documenti sanitari che il medesimo consulente avrebbe utilizzato, dal momento che, in questo caso, resterebbe a carico della ricorrente dimostrarne la decisività, ovvero la loro idoneità a fornire “la prova di circostanze di tale portata da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la “ratio decidendi” venga a trovarsi priva di fondamento” (Cass. Sez. 3, ord. 26 giugno 2018, n. 16812, Rv. 649421-01).

11.2. Anche il secondo motivo non è fondato.

11.2.1. Esso, nella sostanza, censura l’omessa risposta al quesito rivolto ai CTU sulle motivazioni che avrebbero ispirato il C. nel compimento agli atti dispositivi dallo stesso posti in essere (e l’omessa rilevazione, da parte della Corte territoriale, di tale mancata risposta al quesito).

Premesso, invero, che, una volta esclusa la ricorrenza dello stato di incapacità naturale del C. al momento del compimento di tali atti, diveniva superfluo interrogarsi sulle motivazioni che li hanno ispirati, deve, comunque, trovare applicazione il principio secondo cui l’apprezzamento degli elementi probatori “è demandato al potere sovrano del giudice di merito, sempre che sia sorretto da una motivazione congrua, logicamente e giuridicamente corretta”, sicchè “il giudice di merito, come può legittimamente revocare, anche in modo implicito, decidendo la controversia, le ordinanze ammissive di prove, in quanto, rivalutando l’altro materiale probatorio, lo ritiene sufficiente al proprio convincimento, cosi può, in presenza di una relazione di consulenza tecnica che non abbia risposto a tutti i quesiti proposti, valutare sufficienti al detto scopo le risposte date dal consulente sugli altri punti, integrate con i risultati di altro materiale probatorio prodotto in causa” (Cass. Sez. Un., sent. 31 marzo 1971, n. 937, Rv. 35086101).

11.3. Anche il terzo motivo non è fondato.

11.3.1. Esso – che è, peraltro, ammissibile, anche quanto alla doglianza relativa alla mancata ammissione della prova testimoniale, avendo la ricorrente dimostrato di aver ribadito la richiesta istruttoria in sede di precisazione delle conclusioni davanti al giudice di appello (Cass. Sez. 3, ord. 13 settembre 2019, n. 22883, Rv. 655094-01) -va rigettato sulla base del rilievo già sopra espresso.

Invero, la mancata ammissione della CTU contabile e delle prove testimoniali, volte sia l’una che le altre a dimostrare che gli atti dispositivi per cui è causa furono il risultato di condotte “predatorie” di terzi, altro non è se non una conseguenza “implicita” della ritenuta insussistenza dello stato di incapacità naturale del C..

Trova, dunque, applicazione – anche con riferimento alla mancata ammissione della prova testimoniale – il principio secondo cui “il giudice di merito, nell’esercizio del proprio potere discrezionale di accoglimento (o di rigetto), anche implicito, di una istanza di consulenza tecnica avanzata da una delle parti del processo, è tenuto unicamente ad evidenziare, in sede di motivazione della propria decisione, la esaustività delle altre prove, acquisite o prodotte nel corso dell’istruttoria, ai fini della pronuncia definitiva sulla controversia” (Cass. Sez. Lav., sent. 8 gennaio 2003, n. 87, Rv. 559485-01). D’altra parte, e più in generale (come non ha mancato di rammentare anche il controricorrente Credito valtellinese nella propria memoria), “nel quadro del principio, espresso nell’art. 116 c.p.c., di libera valutazione delle prove (salvo che non abbiano natura di prova legale), il giudice civile ben può apprezzare discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenerli sufficienti per la decisione, attribuendo ad essi valore preminente e così escludendo implicitamente altri mezzi istruttori richiesti dalle parti”, in base ad un apprezzamento che “è insindacabile in sede di legittimità, purchè risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, agli elementi utilizzati” (Cass. Sez. 2, ord. 8 maggio 2017, n. 11176, Rv. 64420801).

11.4. Infine, anche il quarto motivo non è fondato.

11.4.1. In via preliminare, peraltro, va rigettata l’eccezione di inammissibilità dello stesso, per mancata indicazione delle norme che si assumono violate, dovendo darsi seguito al principio secondo cui, in tema di ricorso per cassazione, “non è inammissibile l’impugnazione per omessa indicazione delle norme di legge che si assumono violate, la cui presenza non costituisce requisito autonomo ed imprescindibile del ricorso, ma è solo funzionale a chiarirne il contenuto e a identificare i limiti della censura formulata, sicchè la relativa omissione può comportare l’inammissibilità della singola doglianza solo se gli argomenti addotti dalla ricorrente non consentano di individuare le norme e i principi di diritto asseritamente trasgrediti, precludendo la delimitazione delle questioni sollevata” (da ultimo, Cass. Sez. 5, ord. 20 settembre 2017, n. 21819 Rv. 645629-01).

Ciò detto, non ricorre, innanzitutto, alcuna violazione delle norme sull’amministrazione di sostegno, se è vero l’istituto “presuppone una condizione attuale d’incapacità, il che esclude la legittimazione a richiedere l’amministrazione di sostegno della persona che si trovi nella piena capacità psico-fisica, ma non esige che la stessa versi in uno stato d’incapacità d’intendere o di volere, essendo sufficiente che sia priva, in tutto o in parte, di autonomia per una qualsiasi “infermità” o “menomazione fisica”, anche parziale o temporanea e non necessariamente mentale, che la ponga nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi” (Cass. Sez. 1, ord. 15 maggio 2019, n. 12998, Rv. 653917-01).

Nè appare ipotizzabile, d’altra parte, neppure la violazione delle norme sull’efficacia, in sede civile, del giudicato penale di assoluzione, ovvero di quelle sull’efficacia degli atti pubblici, atteso che la sentenza impugnata non ha attribuito alcuna efficacia “vincolante”, in ordine alla capacità di intendere e volere del C., nè alla sentenza assolutoria intervenuta all’esito del giudizio sul reato ex art. 643 c.p., di cui il medesimo sarebbe stato vittima, nè alle attestazioni del pubblico ufficiale rogante gli atti da cui derivano i crediti oggetto di causa, traendo dagli stessi, semmai, solo degli argomenti di prova.

Quanto, poi, alla censura che investe la ritenuta inammissibilità delle domande, proposte verso terzi, volte a far acclarare l’illiceità/invalidità dei rapporti sottostanti alle operazioni negoziali fonte delle pretese creditorie azionate verso il C., non giova alla ricorrente il riferimento alla pronuncia delle Sezioni Unite di questa Corte che ha ritenuto ammissibile la cd. “domanda complanare”, giacchè essa sottolinea che la “vera differenza tra le domande “nuove” implicitamente vietate – in relazione alla eccezionale ammissione di alcune di esse – e le domande “modificate” espressamente ammesse” non sta “nel fatto che in queste ultime le “modifiche” non possono incidere sugli elementi identificativi, bensì nel fatto che le domande modificate non possono essere considerate “nuove” nel senso di “ulteriori” o “aggiuntive”, trattandosi pur sempre delle stesse domande iniziali modificate – eventualmente anche in alcuni elementi fondamentali -, o, se si vuole, di domande diverse che però non si aggiungono a quelle iniziali ma le sostituiscono e si pongono pertanto, rispetto a queste, in un rapporto di alternatività” (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., 15 giugno 2015, n. 12310; in senso analogo, ovvero sulla necessità che la domanda “nuova”, ex art. 183 c.p.c., sostituisca quella originaria, si vedano, più di recente, Cass. Sez. 3, sent. 13 settembre 2019, n. 22865, Rv. 655092-01 e Cass. Sez. 2, ord. 24 aprile 2019, n. 11226, Rv. 653638-01), o almeno si pongano in un rapporto di subordinazione (Cass. Sez. Un., sent. 13 settembre 2018, n. 22404, Rv. 650451- 01).

Nella specie, le domande verso i terzi si aggiungevano puramente e semplicemente a quelle originarie.

Infine, non fondata è la censura indirizzata avverso la sentenza impugnata, giacchè essa – nell’esaminare il gravame proposto avverso la sentenza n. 378/14 del Tribunale di Lecco, avrebbe omesso di pronunciarsi sui motivi concernenti il rapporto esistente tra l’obbligazione fideiussoria, prestata dal C., e l’obbligazione

principale verso il Credito Valtellinese, e ciò sul rilievo che il debitore principale avrebbe posto acquiescenza alle questioni relative alla sussistenza e all’ammontare dell’obbligazione principale.

Tale censura, per vero, non contrasta la “ratio decidendi” posta dalla Corte milanese a fondamento della propria decisione, ovvero il fatto che la garanzia prestata non aveva natura fideiussoria, bensì “a prima richiesta” (donde l’inopponibilità delle eccezioni relative al rapporto garantito), sicchè va data continuità, sul punto, al principio secondo cui la “proposizione, con il ricorso per cassazione, di censure prive di specifiche attinenze al “decisum” della sentenza impugnata è assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dall’art. 366 c.p.c., n. 4), con conseguente inammissibilità del ricorso, rilevabile anche d’ufficio” (Cass. Sez. 6-1, ord. 7 settembre 2017, n. 20910, Rv. 645744-01). Il tutto al netto del rilievo che l’omesso esame di un motivo di appello costituisce vizio da farsi valere ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4), (Cass. Sez. 6-3, ord. 16 marzo 2017, n. 6835, Rv. 643679-01; in senso analogo anche Cass. Sez. 6-1, ord. 12 ottobre 2017, n. 23930, Rv. 646046-01).

12. Le spese seguono la soccombenza, essendo pertanto poste a carico della ricorrente e liquidate come da dispositivo.

13. A carico della ricorrente sussiste l’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condannando C.L., nella qualità di amministratore di sostegno di Co.Le., a rifondere le spese del presente giudizio alle parti resistenti, liquidandole in Euro 6.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, più spese forfetarie nella misura del 15% ed accessori di legge, in favore di P.S., nonchè in favore di Elrond NPL 2017 S.r.l, ed ancora, per lo stesso importo, ma cumulativamente, in favore di P.C., G.E., M.V. e P.P., avendo resistito in giudizio con il medesimo controricorso, ed infine, per l’importo complessivo di Euro 7.800,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, più spese forfetarie nella misura del 15% ed accessori di legge, in favore, anche della società Credito Valtellinese S.p.a..

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, all’esito di adunanza camerale della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 23 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 ottobre 2020

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