Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22129 del 03/08/2021

Cassazione civile sez. trib., 03/08/2021, (ud. 10/06/2021, dep. 03/08/2021), n.22129

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Presidente –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – rel. Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. FANTICINI Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 14846 del ruolo generale dell’anno 2014

proposto da:

Agenzia delle entrate, in persona del direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, presso

i cui uffici in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, è domiciliata;

– ricorrente –

contro

S. Costruzioni s.r.l.;

– intimata –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

regionale della Lombardia, n. 137/8/2013, depositata in data 29

novembre 2013;

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del giorno 10

giugno 2021 dal Consigliere Giancarlo Triscari.

 

Fatto

RILEVATO

che:

dalla esposizione in fatto della sentenza impugnata si evince che: l’Agenzia delle entrate aveva notificato a S. Costruzioni s.r.l. un avviso di accertamento con il quale, relativamente all’anno di imposta 2006, aveva recuperato a tassazione l’Iva di cui alla fattura passiva emessa dalla Ditta T.A., in quanto relativa ad operazione oggettivamente inesistente, nonché l’Iva di cui alla fattura emessa dalla contribuente in regime di esenzione in ragione dell’esecuzione della prestazione di prestazione di prestazioni di servizi relativa a beni immobili siti in Croazia; avverso l’avviso di accertamento la società aveva proposto ricorso che era stato parzialmente accolto dalla Commissione tributaria provinciale di Pavia, limitatamente al recupero dell’Iva per la prestazione di servizi svolta dalla contribuente sull’immobile sito in Croazia; avverso la pronuncia del giudice di primo grado l’Agenzia delle entrate aveva proposto appello e la contribuente, costituendosi, aveva contestato la statuizione del giudice di primo grado a sé sfavorevole;

la Commissione tributaria regionale della Lombardia ha rigettato l’appello dell’Agenzia delle entrate, confermando la decisione di primo grado, in particolare ha ritenuto che: con riferimento al merito, la contribuente aveva prodotto il contratto di appalto stipulato con la società croata per l’esecuzione dei lavori su di un immobile ubicato in Croazia; il suddetto contratto costituiva prova idonea a giustificare l’esenzione dell’Iva; non era fondata, inoltre, la contestazione della contribuente in ordine alla illegittimità della pretesa impositiva relativa alla fattura passiva emessa dalla Ditta T.A.;

avverso la suddetta pronuncia ha quindi proposto ricorso l’Agenzia delle entrate affidato a tre motivi di censura;

la contribuente è rimasta intimata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo di ricorso si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), dell’art. 118, disp. att. c.p.c., del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, comma 2, n. 4) e art. 61, per non avere esplicitato l’argomento logico giuridico seguito in ordine alla circostanza che la produzione del contratto di appalto costituisse prova idonea a legittimare l’applicazione del regime di non imponibilità dell’Iva di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 7, comma 3 e 4;

il motivo è infondato;

la questione di fondo, su cui il giudice del gravame era chiamato a pronunciare, riguardava la corretta applicazione del regime di non imponibilità dell’Iva da parte della contribuente per la fattura attiva relativa alla esecuzione di prestazioni di servizi svolte sull’immobile di altra società sito in Croazia;

in particolare, secondo il testo dell’art. 7, comma 3 e 4, applicabile ratione temporis:”3. Le prestazioni di servizi si considerano,effettuate nel territorio dello Stato quando sono rese da soggetti che hanno il domicilio nel territorio stesso o da soggetti ivi residenti che non abbiano stabilito il domicilio all’estero, nonché quando sono rese da stabili organizzazioni in Italia di soggetti domiciliati e residenti all’estero; non si considerano effettuate nel territorio dello Stato quando sono rese da stabili organizzazioni all’estero di soggetti domiciliati o residenti in Italia. Per i soggetti diversi dalle persone fisiche, agli effetti del presente articolo, si considera domicilio il luogo in cui si trova la sede legale e residenza quello in cui si trova la sede effettiva. 4. In deroga al secondo e al comma 3: a) le prestazioni di servizi relativi a beni immobili, comprese le perizie, le prestazioni di agenzia e le prestazioni inerenti alla preparazione e al coordinamento dell’esecuzione dei lavori immobiliari, si considerano effettuate nel territorio dello Stato quando l’immobile è situato nel territorio stesso”;

in sostanza, secondo le suddette previsioni normative, se le prestazioni di servizi sono relative a beni immobili, le stesse non sono sottoposte alla regola della territorialità in Italia qualora abbiano ad oggetto un immobile sito in altro Paese;

il giudice del gravame, sul punto, ha ritenuto che era corretta la non imponibilità ad Iva dell’operazione di cui alla fattura in quanto dal contratto di appalto, ritenuto idoneo a fini probatori, si evinceva che la prestazione di servizi era svolta su di un immobile sito in Croazia; l’argomento logico seguito dal giudice del gravame rende chiaro che la definizione della questione in senso favorevole alla contribuente era stata basata sul fatto che risultava provata la collocazione dell’immobile, presso cui le prestazioni di servizi erano svolte, in altro Paese, giustificando in tal modo (“e quindi giustifica il tutto”, così si esprime il giudicante) l’applicazione del regime di non imponibilità dell’Iva;

né, sotto tale profilo, assume rilevanza l’ulteriore profilo relativo alla inesistenza di qualsiasi prova in ordine all’avvenuto pagamento da parte del cliente estero, costituendo, lo stesso, semmai, un elemento di valutazione che, sebbene non considerato dal giudice del gravame, non incide comunque sulla ragione di censura prospettata, basata sulla prospettazione della mancata delineazione dell’iter logico giuridico seguito dal giudice del gravame ai fini della definizione della controversia;

con il secondo motivo di ricorso si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per violazione dell’art. 2697, c.c., del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 1, art. 7, commi 3 e 4, e art. 54, della Dir. 77/388/Cee, art. 9, par. 1 e 2, lett. a), per non avere considerato che la contribuente non aveva dato prova di avere dato effettiva esecuzione al contratto di appalto, mediante la produzione documentale attestante la effettività delle operazioni di cui alla fattura contestata o comunque il pagamento da parte del ricevitore della prestazione;

il motivo è infondato;

la questione relativa alla corretta ripartizione dell’onere di prova va posta in stretta correlazione con la ragione della pretesa fatta valere dall’amministrazione finanziaria;

si evince dal ricorso che l’amministrazione finanziaria aveva contestato l’indebita applicazione del regime di non imponibilità dell’Iva, tenuto conto del fatto che la descrizione della prestazione di servizi di cui alla fattura era sommaria e non indicava il luogo in cui la prestazione era stata resa, oltre che non sussisteva alcuna documentazione comprovante i pagamenti (vd. pag. 3, ricorso);

in realtà, dunque, parte ricorrente non aveva posto in discussione la inesistenza oggettiva della operazione, ma l’incertezza della corretta applicazione del regime di imponibilità dell’Iva, ponendo l’attenzione sulla esatta individuazione del luogo ove la prestazione era stata realizzata;

ciò è tanto più vero ove si consideri che, invece, con riferimento all’altra ragione di contestazione, relativa al recupero a tassazione dell’Iva di cui alla fattura passiva emessa dalla Ditta T.A., era stata espressamente contestata l’inesistenza oggettiva dell’operazione;

ciò precisato, l’onere probatorio gravante sulla contribuente, tenuto conto della ragione della pretesa fatta valere dall’amministrazione finanziaria, atteneva alla individuazione del luogo di esecuzione della prestazione, ai fini della verifica della corretta applicazione del regime di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 7, comma 3 e 4;

sotto tale profilo, l’onere di prova gravante sulla contribuente riguardava unicamente la localizzazione dell’immobile in relazione al quale erano state eseguite le prestazioni di servizi, in particolare il fatto che il suddetto immobile non si trovava nello Stato;

a tale onere di prova, secondo il giudice del gravame, ha assolto la contribuente, avendo prodotto il contratto di appalto dal quale risultava che il suddetto immobile si trovava in Croazia;

e’ rilevante evidenziare, peraltro, che parte ricorrente non ha posto in alcun modo in contestazione la validità del contratto di appalto, ma solo la sua non idoneità ai fini probatori;

la circostanza, quindi, che non è stata posta alcuna questione relativa alla validità del contratto prodotto dalla contribuente deve indurre a ritenere, conseguentemente, che non è stata posta in discussione l’esistenza della obbligazione dallo stesso derivante, e, quindi, la legittimità della emissione della fattura;

il profilo, quindi, della effettività del pagamento o della effettiva esecuzione della prestazione è da porsi al di fuori della ragione sulla quale la pretesa si era fondata, sicché, sotto tale prospettiva, non può porsi alcuna questione di alterazione del regime di prova applicabile alla vicenda in esame;

con il terzo motivo di ricorso si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, per avere dato valenza dirimente al contratto di appalto prodotto dalla contribuente, senza avere esaminato la circostanza della mancanza di prova dell’effettiva riscossione del corrispettivo pattuito e, quindi, dell’effettiva esecuzione della prestazione, tenuto conto, sotto tale profilo, che la contribuente si era limitata a dare la prova unicamente mediante il rilascio di effetti cambiari, peraltro in copia;

il motivo è inammissibile;

il giudice del gravame, nel definire la questione relativa alla localizzazione della prestazione di servizi, ha precisato che doveva essere condivisa la rilevanza, già espressa dal giudice di primo grado, in ordine alla idoneità probatoria del contratto di appalto prodotto dalla contribuente, giudicando, in tal modo, sulla base delle stesse ragioni, inerenti a questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata;

trova, quindi, applicazione la previsione di cui all’art. 348-ter, c.p.c., applicabile ratione temporis alla fattispecie, tenuto conto del fatto che, ai sensi del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 2, le regole sulla pronuncia cd. doppia conforme si applicano ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del citato decreto, cioè ai giudizi di appello introdotti dal giorno 11 settembre 2012;

con riferimento alla fattispecie, il giudizio di appello è stato introdotto, secondo quanto si evince dalla sentenza censurata, in data 10 dicembre 2012, dunque successivamente alla sopra indicata data;

in conclusione, il primo e secondo motivo sono infondati, il terzo inammissibile, con conseguente rigetto del ricorso;

nulla sulle spese, attesa la mancata costituzione dell’intimata.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 10 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 agosto 2021

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