Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22127 del 22/09/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 22/09/2017, (ud. 26/05/2017, dep.22/09/2017),  n. 22127

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI IASI Camilla – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. CARBONE Enrico – Consigliere –

Dott. NOCERA Andrea – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

EDIFICIO NOBEL con sede in (OMISSIS), in persona dell’amministratore

p.t. e legale rappresentante L.G., difesa giusta procura

speciale in calce al ricorso dagli avvocati Benvenuti Anna Paola,

del foro di Livorno, e Lorenzo Prosperi, presso il cui studio, sito

in Roma, via G.B. Vico n. 1, è elettivamente domiciliata.

– ricorrente –

contro

ELBANA SERVIZI AMBIENTALI (ESA) s.p.a., in persona del direttore

generale p.t., difesa, giusta procura a margine del controricorso,

dall’avv. Baldassarri Marco ed elettivamente domiciliata, unitamente

ad esso, presso lo studio dell’avv. Thomas Martone, in Roma, via

della Conciliazione n. 44.

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 44/23/2013 della Commissione tributaria

regionale della Toscana, Sezione Staccata di Livorno, depositata il

15.02.2013, non notificata;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26 maggio 2017 dal Dott. Nocera Andrea.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – Con sentenza n. 44/23/2013, depositata il 15 febbraio 2013 e non notificata, la Commissione tributaria regionale della Toscana, Sezione Staccata di livorno (hinc: “CTR”), pronunciando sull’appello proposto dalla Elbana Servizi Ambientali (ESA), in qualità di soggetto gestore del servizio rifiuti per conto del comune di Portoferraio, nei confronti della Edificio Nobel s.r.l., avverso la sentenza n. 233/6/2011 della Commissione tributaria provinciale di (OMISSIS) (hinc: “CTP”), lo accoglieva, riformando la decisione di primo grado di accoglimento del ricorso introduttivo proposto dalla contribuente, e condannava quest’ultima al pagamento delle spese del giudizio di appello, “liquidate in Euro 600,00 oltre accessori”.

La odierna ricorrente ha impugnato la fattura T.I.A. emessa dal soggetto gestore del servizio rifiuti per conto del comune di Portoferraio per gli anni 2008, 2009 e 2010 in relazione ad un immobile, già destinato ad attività alberghiera, riconsegnato dal locatario libero da persone e cose in previsione di lavori di ristrutturazione integrale, con cambiamento di destinazione d’uso a civile abitazione, eccependo l’illegittimità della pretesa tributaria per carenza del presupposto impositivo, avendo il concessionario del servizio liquidato la quota fissa della tariffa nonostante l’edificio non fosse occupato, privo di allacciamenti alle reti di erogazione di pubblici servizi, non arredato, e non sussistesse autorizzazione o licenza all’esercizio di attività alberghiera o produttiva.

La CTR, nel riformare la sentenza della CTP, riteneva che, ai sensi del D.Lgs. n. 22 de 1997, art. 49, comma 4, e delle norme del regolamento comunale T.I.A. del comune di Portoferraio, l’ESA aveva correttamente liquidato la quota fissa del tributo. In particolare, rilevava la portata generale dell’art. 10 del citato regolamento comunale che, al comma 8, impone “anche nel caso di mancato utilizzo dell’immobile” il pagamento della quota fissa del tributo che, per le utenze non domestiche, come quella in oggetto, è “calcolata in riferimento all’ultima destinazione d’uso dell’immobile”, non condividendo la interpretazione dell’atto regolamentare sostenuta nel ricorso introduttivo – e condivisa dalla CTP – secondo cui il citato art. 10 del regolamento comunale si applica alle sole utenze domestiche, sia in ragione della rubrica, che fa riferimento al calcolo della tariffa per le “utenze domestiche” – mentre al calcolo delle “utenze non domestiche” è dedicato il successivo art. 11 – sia per la portata generale dell’art. 7, comma 3, del citato regolamento comunale T.I.A., che, con riferimento all’obbligazione tariffaria per le ” unità immobiliari destinate ad uso diverso da abitazione”, specifica il presupposto di imposta della occupazione e/o utilizzazione, richiedendo la contemporanea presenza delle condizioni dell’allacciamento alle reti di pubblico servizio, la presenza di arredi e l’esercizio di attività ivi svolta, attraverso l’esistenza di autorizzazione o licenza.

2. – Avverso la sentenza di appello, la ricorrente società ha proposto ricorso per cassazione affidato a un solo articolato motivo e notificato il 30 settembre 2013.

3. – La Elbana Servizi Ambientali resiste con controricorso notificato l’8 novembre 2013.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con un unico articolato motivo di ricorso la Edificio Nobel s.r.l. deduce “la violazione e falsa applicazione D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 49, comma 3 e 4, nonchè violazione dell’art. 7, comma 3, del Regolamento del Comune di Portoferraio approvato con delibera 22/12/2009, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, nonchè insufficiente motivazione in ordine a un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5”, lamentando la violazione della norma che individua il presupposto per l’applicazione della T.I.A. nella occupazione o conduzione dei locali e delle aree e della disposizione del regolamento comunale attuativo, che definisce le condizioni per la sussistenza di tale presupposto per le “unità immobiliari destinate ad uso diverso da abitazione”. La medesima censura viene, quindi, dedotta sub specie di vizio di motivazione della sentenza, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

2. Le censure, articolate nell’unico motivo di ricorso, possono essere trattate congiuntamente, avendo la società ricorrente dedotto la medesima doglianza ora come vizio di violazione di legge ora come insufficienza della motivazione della sentenza della CTR.

Il motivo di ricorso, come sopra articolato, è infondato.

Secondo la parte ricorrente la CTR avrebbe errato nel non ritenere applicabile all’immobile della società, già destinato ad attività alberghiera, ma nel periodo di imposta interessato da lavori di ristrutturazione, la disposizione di cui all’art. 7, comma 3, del regolamento comunale di Portoferraio, che richiede per l’applicabilità della T.I.A. la presenza congiunta delle tre condizioni dell’allacciamento alle reti di pubblico servizio, della presenza di arredi e dell’esercizio di attività ivi svolta, a mezzo di autorizzazione o licenza, in concreto non sussistenti.

L’interpretazione del quadro normativo proposta nel ricorso appare non rispondente alla lettura piana del dettato delle norme di cui si deduce la violazione.

Invero, il D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 49, comma 3, prevede che “la tariffa deve essere applicata nei confronti di chiunque occupi oppure conduca locali, o aree scoperte ad uso privato non costituenti accessorio o pertinenza dei locali medesimi, a qualsiasi uso adibiti, esistenti nelle zone del territorio comunale”, mentre al comma 4 individua la quota fissa di cui si compone il tributo “in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio, riferite in particolare agli investimenti per le opere ed ai relativi ammortamenti”, in alternativa alla concorrente componente variabile legata alla quantità del conferimento, al servizio fornito e ai costi di gestione.

Il regolamento comunale in tema di T.I.A., cui è demandata la disciplina di dettaglio per la determinazione delle tariffe, in applicazione della norma di legge, – ribadisce il presupposto di imposta di cui al citato art. 49, comma 3, essendo dovuta la Tariffa “per l’occupazione o la conduzione di locali e aree scoperte” (art. 6, comma 1);

– indica un criterio presuntivo dell’occupazione o detenzione del bene immobile (“arredo o attivazione anche di uno solo dei pubblici servizi di erogazione” – art. 6, comma 2);

– prevede, per le unità immobiliari destinate ad uso diverso da abitazione, quale presupposto per ritenere in via automatica – senza necessità di verifica – il presupposto di imposta della occupazione o detenzione dei locali, la sussistenza delle tre condizioni suindicate (“l’occupazione e/o utilizzazione si realizza…”);

– dispone che l’utente è comunque tenuto al pagamento della quota fissa del tributo” qualora “dimostri il mancato utilizzo dell’immobile” (art. 10, comma 8, prima parte), per poi aggiungere che, “per le utenze non domestiche la parte fissa è calcolata in riferimento all’ultima destinazione d’uso dell’immobile” (art. 10, comma 8, seconda parte).

La disciplina regolamentare, dunque, prevede che, anche in caso di mancato utilizzo dell’immobile, il contribuente sia tenuto al versamento della quota fissa del tributo che, per gli immobili ad uso non abitativo, si calcola con riferimento all’ultima destinazione.

Il dubbio interpretativo dell’art. 10, comma 8, prospettato nel ricorso, riguarda il fatto che la rubrica della norma è dedicata alla “definizione delle utenze domestiche e calcolo della tariffa per le utenze domestiche”. In realtà, nell’economia interpretativa, il dato della rubrica si rivela del tutto neutro, in quanto la disposizione di dettaglio di cui all’art. 10, comma 8, seconda parte è armonicamente inserito nel dettato normativo, prevedendo uno specifico criterio di determinazione della quota fissa (“l’ultima destinazione dell’immobile”) per le utenze non domestiche, criterio che risponde alle potenziali diverse destinazioni che possono avere tali utenze.

Tale interpretazione, oltre ad essere l’unica oggettivamente evincibile dal dato testuale delle norme del regolamento comunale in tema di T.I.A., si presenta, del resto, conforme al D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 49, – riprodotta sub art. 5, comma 2, del regolamento comunale – che distingue le componenti fissa e variabile della tariffa di igiene urbana, rapportando la prima al “costo del servizio” e, in particolare agli “investimenti per le opere e relativi ammortamenti”.

La CTR nella sentenza impugnata ha, dunque, applicato correttamente le disposizioni normative in tema di T.I.A. nel caso di specie.

Le considerazioni sopra svolte consentono di ritenere del tutto infondato il motivo di ricorso sotto entrambi i profili denunciati.

3. Per i motivi sopra esposti il ricorso deve essere rigettato, con conferma della sentenza impugnata.

4. Alla soccombenza segue la condanna della ricorrente alle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano come da dispositivo.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla refusione delle spese del giudizio di legittimità al controricorrente, che liquida in Euro 2.000,00 per compensi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1- quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a tutolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 5^ sezione civile, il 26 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2017

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