Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22127 del 13/10/2020

Cassazione civile sez. III, 13/10/2020, (ud. 20/02/2020, dep. 13/10/2020), n.22127

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 34453/2018 proposto da:

B.A., rappresentato e difeso dagli avvocati Modestino

Acone, Germano Di Feo e Pasquale Acone e con i medesimi

elettivamente domiciliato in Roma presso lo studio dell’avvocato

Maria Teresa Acone in via Buccari 3;

– ricorrente –

Contro

EQUITALIA SUD S.P.A., in persona del legale rappresentante pro-

tempore;

– intimato –

AGENZIA DELLE ENTRATE RISCOSSIONE, (OMISSIS), in persona del legale

rappresentate pro-tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

Generale dello Stato ed elettivamente domiciliata in Roma, in via

dei Portoghesi 12;

e

INAIL, in persona del Dirigente Generale, rappresentato e difeso

dagli avvocati Raffaela Fabbi e Lorella Frasconà e con i medesimi

elettivamente domiciliato presso la sede legale dell’Istituto in

Roma via IV Novembre n. 144;

– controricorrenti –

Avverso la sentenza n. 1423/2018 della Corte d’Appello di Salerno,

depositata il 27/9/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

20/2/2020 dal Consigliere Dott. Moscarini Anna.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

B.A., con ricorso ex art. 702 bis c.p.c., del 22/3/2011, convenne in giudizio davanti al Tribunale di Vallo della Lucania l’Equitalia Polis S.p.A. (di seguito Equitalia) per sentirla condannare alla restituzione di una somma indebitamente trattenuta di Euro 26.548,67 oltre interessi e rivalutazione e vittoria di spese. A fondamento della domanda pose la sentenza della Commissione Tributaria di Salerno che aveva dichiarato illegittima l’iscrizione ipotecaria eseguita da Equitalia su beni di sua proprietà sulla base di cartelle esattoriali che l’avevano costretto a pagare la somma predetta per evitare ulteriori pregiudizi ma che erano prive di causa. Nel contraddittorio con Equitalia e con Inail, chiamata in causa per essere uno dei due enti impositori, il Tribunale adito rilevò che l’unico motivo per il quale era stato accolto il ricorso consisteva nella mancata prova, da parte degli enti impositori, della notifica delle cartelle esattoriali mentre restava impregiudicata la questione dell’esistenza o meno del credito tributario nel merito. Il giudice adito rilevò che, sulla questione di merito, sussisteva peraltro il difetto di giurisdizione del giudice ordinario in favore della Commissione Tributaria e rigettò il ricorso, ritenendo che il credito poteva sussistere indipendentemente dall’annullamento delle cartelle esattoriali. La Corte d’Appello di Salerno, adita dal B., fu richiesta di pronunciarsi su due motivi, il primo con il quale il B. contestava la tesi secondo cui la Commissione Tributaria non avrebbe accertato anche la sussistenza o meno del credito tributario, avendo lui documentato la cessazione dell’attività di impresa fin dal 1993; il secondo con il quale sosteneva che era comunque venuto meno il diritto di Equitalia di trattenere il pagamento effettuato. La Corte d’Appello di Salerno, con sentenza n. 1423 del 27 settembre 2018, dato atto che le cartelle erano sette, cinque concernenti debiti tributari e due pretese dell’Inail, ha rigettato l’appello, confermando che l’annullamento delle cartelle era intervenuto soltanto per difetto di prova della notifica e che la Commissione Tributaria nulla aveva statuito in merito all’esistenza o inesistenza della pretesa tributaria. Il Giudice ha rilevato come “l’annullamento della cartella per mancata notifica (al pari del caso del rilievo di vizi del precetto) non implica nullità del credito se non vi è anche una espressa statuizione sul merito della pretesa tributaria.” A dire della Corte d’Appello tale accertamento costituiva il presupposto indispensabile della domanda di ripetizione del pagamento indebito che, come ritenuto dal primo giudice, non poteva essere effettuato nella sede cognitiva nè risultava essere stato effettuato dalla Commissione Tributaria “unica munita di giurisdizione”, non potendosi ritenere implicitamente ricompreso nella pronunzia di annullamento delle cartelle esattoriali poste a base dell’iscrizione ipotecaria. La Corte territoriale, rigettato l’appello, ha condannato l’appellante alle spese del grado nei confronti di Equitalia e di Inail. Il ricorso introduttivo del presente giudizio, notificato ad Equitalia Sud SpA, Agenzia delle Entrate – Riscossione (gia Equitalia Sud S.p.A) e ad Inail, è affidato a due motivi, illustrati anche da memoria. Resistono con distinti controricorsi sia l’Ader Agenzia delle Entrate Riscossione sia l’Inail che chiede l’estromissione dal giudizio.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si deduce la violazione degli artt. 99,112,115 e 116 c.p.c., nonchè degli artt. 2033,2697 e 2909 c.c., con riguardo all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. A dire del ricorrente la sentenza avrebbe condiviso acriticamente la tesi di Equitalia senza considerare che egli aveva espressamente contestato, a prescindere dall’illegittima iscrizione di ipoteca in base a cartelle di pagamento mai notificate, l’esistenza del debito tributario per aver egli cessato sin dal 31 maggio 1993 la ditta individuale artigiana cancellandosi dal registro della Camera di Commercio di Salerno. Ad avviso del ricorrente egli avrebbe, sin dall’inizio del presente giudizio, formulato e documentato la domanda di ripetizione dell’indebito per inesistenza del credito tributario mentre gli enti impositori non avrebbero dato prova, su di essi incombente, che il pagamento era sorretto da una giusta causa.

1.1. Il motivo è infondato per plurime distinte ragioni. Innanzitutto in quanto sul difetto di giurisdizione del giudice ordinario in favore del giudice tributario si è formato il giudicato interno in quanto il ricorrente non ha impugnato il capo della sentenza d’appello nel quale si affermava la giurisdizione del giudice tributario e si riferiva che la Commissione tributaria, a suo tempo adita, nulla aveva statuito sulla esistenza o inesistenza della pretesa tributaria nel merito.

La formazione del giudicato interno sulla giurisdizione consente di ritenere priva di rilevanza la pretesa omessa pronuncia relativa alla prova offerta dalla cancellazione dell’iscrizione dal registro della Camera di commercio perchè tale accertamento, anche con riguardo alla prova, rientrava nella sola giurisdizione del giudice tributario.

Ad abundantiam anche qualora si volesse ritenere che il ricorrente avrebbe potuto azionare nella sede processuale volta a far accertare l’illegittimità dell’iscrizione ipotecaria anche la questione di merito attinente all’inesistenza del credito, egli avrebbe dovuto articolare in quella sede, in modo esaustivo, tutte le proprie difese e non avendo a ciò provveduto è decaduto dalla possibilità di formulare la domanda di ripetizione dell’indebito davanti al giudice ordinario. Ciò si desume dalla giurisprudenza di questa Corte che, pronunciando sulla conformazione delle azioni volte a far accertare l’illegittimità dell’ipoteca e del fermo e ritenendo che l’azione di impugnativa del fermo sia un’azione di accertamento negativo del credito, ha vincolato il soggetto titolare dell’azione a provare, nella stessa sede processuale, tutte le proprie difese anche di merito (Cass., U, n. 19667 del 18/9/2014: “In tema di riscossione coattiva delle imposte, l’Amministrazione finanziaria prima di iscrivere l’ipoteca su beni immobili ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 77 (nella formulazione vigente “ratione temporis”), deve comunicare al contribuente che procederà alla suddetta iscrizione, concedendo al medesimo un termine – che può essere determinato, in coerenza con analoghe previsioni normative (da ultimo, quello previsto dall’art. 77, comma 2 bis, del medesimo D.P.R., come introdotto dal D.L. 14 maggio 2011, n. 70, conv. con modif. dalla L. 12 luglio 2011, n. 106), in trenta giorni – per presentare osservazioni od effettuare il pagamento, dovendosi ritenere che l’omessa attivazione di tale contraddittorio endoprocedimentale comporti la nullità dell’iscrizione ipotecaria per violazione del diritto alla partecipazione al procedimento, garantito anche dagli artt. 41, 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali della Unione Europea, fermo restando che, attesa la natura reale dell’ipoteca l’iscrizione mantiene la sua efficacia fino alla sua declaratoria giudiziale d’illegittimità”; in termini Cass., U, n. 19668 del 18/9/2014; Cass., 6-5 n. 23875 del 23/11/2015; Cass., 5n. 5577 del 26/2/2019).

2. Con il secondo motivo si deduce la violazione degli artt. 112,115 e 116 c.p.c., nonchè degli artt. 2033,2697 e 2909 c.c., con riguardo all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5. Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti con riguardo all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Il ricorrente si duole che la Corte d’Appello non abbia considerato che le questioni attinenti alla mancata prova della notifica delle cartelle di pagamento potevano essere introdotte in giudizio unitamente alla domanda di ripetizione dell’indebito e che egli aveva fornito prova a supporto di entrambe le domande. In ogni caso la Corte d’Appello avrebbe errato nel non attribuire la giusta rilevanza al principio di non contestazione in base al quale avrebbe dovuto rilevare che Equitalia non aveva mai contestato che il credito fosse inesistente e che il B. aveva cessato l’attività fin dal 1993, ben prima del periodo di riferimento dell’avversa pretesa.

2.1 Il motivo è infondato in quanto il principio di non contestazione non può essere invocato per fondare, nella fattispecie, l’esistenza giuridica del diritto dedotto in giudizio. Come osservato dalla difesa erariale, se colui che agisce in ripetizione deve necessariamente provare l’inesistenza dell’obbligazione, deve anche rilevarsi che, nel caso di specie, l’Agenzia delle Entrate si è sempre opposta alla domanda di ripetizione della controparte, contestando specificamente che la sentenza della Commissione Tributaria potesse costituire titolo idoneo alla ripetizione, sicchè alcuna mancata contestazione potrebbe dirsi sussistente. Come correttamente rilevato dalla Corte d’Appello, poi, l’inesistenza della pretesa tributaria va accertata dal giudice tributario sicchè un tale accertamento, pur per assurdo fondato sull’art. 115 c.p.c., non potrebbe essere compiuto nell’ambito della giurisdizione civile.

3. Con il proprio controricorso Inail resiste al ricorso e chiede l’estromissione dal giudizio lamentando che le somme relative ai crediti Inail sono state integralmente incassate dall’Istituto in data 9/12/2009 a seguito di recupero del credito da parte di Equitalia: la domanda di estromissione avrebbe dovuto essere articolata nella forma del ricorso incidentale, in ogni caso Inail è vittorioso sulle spese, in ragione del rigetto del ricorso.

4. Conclusivamente il ricorso va rigettato ed il ricorrente condannato a pagare le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, in favore dell’Agenzia delle Entrate Riscossione e di Inail, oltre spese prenotate a debito per l’Avvocatura Generale dello Stato. Si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, del cd. raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a pagare, in favore di ciascuna parte resistente (Agenzia delle Entrate Riscossione ed Inail), le spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 2.500 (oltre Euro 200 per esborsi), accessori di legge e spese generali, oltre spese prenotate a debito per l’Avvocatura Generale dello Stato. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Terza Sezione Civile, il 20 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 ottobre 2020

 

 

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