Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22064 del 22/09/2017


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Cassazione civile, sez. III, 22/09/2017, (ud. 18/07/2017, dep.22/09/2017),  n. 22064

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – rel. Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 2379-2016 proposto da:

P.G., D.M.A., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA DI VILLA GRAZIOLI 15, presso lo studio dell’avvocato BENEDETTO

GARGANI, che li rappresenta e difende unitamente agli avvocati

ARMANDO MASSIGNANI, LUCA MASSIGNANI giusta procura speciale a

margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

F.R., PE.GI., P.A., P.P.,

P.N., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CLAUDIO MONTEVERDI 20,

presso lo studio dell’avvocato GIAN LUIGI LOY, che li rappresenta e

difende unitamente all’avvocato PIERO VITACCHIO giusta procura

speciale in calce al controricorso;

– controricorrenti –

nonchè contro

P.P., P.A., P.N., PE.GI.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2854/2014 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 19/12/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/07/2017 dal Consigliere Dott. SESTINI DANILO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PEPE ALESSANDRO che ha concluso per il rigetto;

udito l’Avvocato ROBERTO CATALANO per delega;

Fatto

FATTI DI CAUSA

P.G. e D.M.A. proposero opposizione di terzo revocatoria – ex art. 404 c.p.c., comma 2, – avverso la sentenza n. 800/1997 emessa dal Tribunale di Vicenza nella controversia che era stata promossa – con domanda trascritta nell’anno 1989 – da F.R. nei confronti del marito P.D., per sentir accertare l’autenticità della sottoscrizione del convenuto nella scrittura privata con cui aveva alienato alla moglie gli stessi immobili successivamente ceduti dal medesimo venditore ai coniugi P./ D.M. (con atto pubblico trascritto nel marzo 1990).

A tale causa (n. 160/1999 R.G.) vennero riunite la causa n. 2636/1999 e quella n. 1144/2001, con cui i coniugi P./ D.M. avevano proposto opposizione di terzo ordinaria e avevano sostenuto, comunque, l’inefficacia e l’inopponibilità della sentenza n. 800/97 nei loro confronti.

Il Tribunale di Vicenza rigettò l’opposizione di terzo revocatoria proposta con la prima causa e dichiarò improcedibile l’opposizione di terzo ordinaria, affermando che il P. e la D.M. non erano legittimati a proporla in quanto successori a titolo particolare del venditore.

Provvedendo sul gravame principale dei coniugi P./ D.M., la Corte di Appello di Venezia, dopo aver confermato la statuizione di improponibilità dell’opposizione di terzo ordinaria, ha ritenuto insussistenti – o comunque irrilevanti ai fini della opponibilità agli appellanti – i denunciati vizi della trascrizione della domanda della F. e della sentenza n. 800/1997; la Corte ha inoltre respinto l’appello incidentale proposto, in punto di risarcimento del danno, dalla F. e delle figlie P., A., N. e P.G. (costituitesi quali eredi di P.D.); ha, infine, compensato per un quarto le spese di lite, ponendole, per il resto, a carico dei coniugi P. e D.M..

Questi ultimi hanno proposto ricorso per cassazione, affidandosi a quattro motivi; hanno resistito le intimate a mezzo di unico controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo, i ricorrenti deducono la violazione e falsa applicazione dell’art. 215 c.p.c., comma 2 e artt. 2652 e 2657 c.c., nonchè l’omesso esame di fatti decisivi: censurano la sentenza per aver dichiarato (“esistenza di correlazione tra la trascrizione delle domande giudiziali proposte e della sentenza trascritta, con conseguente opponibilità della stessa agli attuali ricorrenti” e assumono che la Corte ha erroneamente ritenuto equivalente all’accertamento dell’autenticità delle sottoscrizioni il riconoscimento tacito conseguente alla contumacia del convenuto, senza procedere alla verificazione ex art. 216 c.p.c. e senza nulla dire in ordine alla sottoscrizione della F.; rilevano, inoltre, che dalla nota di trascrizione risultava che la sentenza era stata trascritta come costitutiva, in contrasto con la domanda di accertamento, e che la domanda di avvenuto trasferimento di un bene immobile per effetto di scrittura privata non rientra fra quelle -tassative- per cui è previsto l’effetto di prenotazione di cui all’art. 2652 c.p.c., n. 3.

1.1. Il primo profilo della censura è infondato: atteso che i criteri di cui all’art. 215 c.p.c. hanno valenza generale, deve aversi per riconosciuta la sottoscrizione non contestata per effetto della contumacia del convenuto e deve ritenersi che il tacito riconoscimento della sottoscrizione sia idoneo a fondare l’accertamento giudiziale della sottoscrizione di una scrittura contenente un atto soggetto a trascrizione, senza necessità di ulteriori accertamenti istruttori (superflui e contrari al principio di necessaria economia processuale).

Il rilievo in ordine al fatto che la sentenza 800/97 non avrebbe accertato anche l’autenticità della sottoscrizione della F. è inammissibile in quanto contrastante con le ripetute affermazioni della Corte (cfr. pagg. 5 e 9) secondo cui la sentenza aveva accertato l’autenticità delle “firme”/”sottoscrizioni” dell’atto di alienazione, che attestano un accertamento esteso a tutte le sottoscrizioni presenti nell’atto e che non risultano contestate sotto il profilo dell’errore revocatorio.

La circostanza dell’erronea qualificazione della sentenza (come costitutiva anzichè di accertamento) è irrilevante, non essendo stato contestato che sia stato comunque annotato l’accertamento dell’autenticità delle sottoscrizioni.

Anche l’ultimo profilo della censura è inconferente, atteso che non ricorre un’ipotesi di mero accertamento dell’avvenuto trasferimento della proprietà per effetto di una scrittura privata, bensì del trasferimento a seguito dell’accertamento dell’autenticità delle sottoscrizioni della scrittura.

2. Il secondo motivo denuncia la violazione dell’art. 345 c.p.c. e l’omesso esame di fatti decisivi, censurando la Corte per avere ammesso il documento – prodotto in sede di appello- relativo alla trascrizione della scrittura privata effettuata dalla F. in corso di causa (in data 22.2.11).

2.1. Il motivo è infondato in quanto la circostanza che la trascrizione della scrittura sia avvenuta tardivamente per scelta della F. non toglie che il documento si fosse comunque formato in corso di causa e non avesse potuto essere prodotto in primo grado.

3. Col terzo motivo (che deduce la violazione degli art. 2644 c.c., art. 2652 c.c., n. 2), art. 2652 c.c., n. 3), artt. 2657,2658,2668 bis e 2946 c.c., oltre all’omesso esame di fatti decisivi), i ricorrenti censurano la Corte per avere “immotivatamente trascurato il fatto (…) che, non essendo stata effettuata la trascrizione della scrittura privata (quanto meno nei termini di legge), mancava un requisito necessario affinchè la sentenza di accertamento delle sottoscrizioni (…) avesse effetto dalla data della domanda”.

Contestano le affermazioni della Corte secondo cui tale formalità non era soggetta a termini di decadenza e la trascrizione avvenuta nel 2011 aveva costituito un completamento della già avvenuta trascrizione della sentenza; rilevano che l’art. 2668 bis c.c. (introdotto dalla L. n. 69 del 2009) prevede una decadenza per effetto della mancata rinnovazione della trascrizione della domanda entro venti anni dalla prima trascrizione; aggiungono che “il diritto di trascrivere il titolo al fine di rendere definitivi gli effetti prenotativi ricollegabili alla trascrizione della domanda sarebbe ormai prescritto ex art. 2946 c.c., essendo stato esercitato oltre 13 anni dalla data della sentenza”.

3.1. Non risulta conferente il richiamo all’art. 2668 bis c.c., dato che non si controverte sulla durata dell’efficacia della trascrizione della domanda giudiziale o sulla necessità della sua rinnovazione, ma sul fatto che la scrittura accertata come autentica dovesse o meno essere trascritta entro un certo termine.

Quanto alla specifica questione della trascrizione della scrittura, la censura è inammissibile, in quanto non si confronta col rilievo della Corte circa la novità della questione (“comunque la specifica questione relativa alla validità ed efficacia” della trascrizione della scrittura avvenuta nel 2011 “risulta espressamente riservata ad altro giudizio da parte dei soggetti appellanti, poichè si porrebbe come questione nuova in questo contenzioso”), rilievo che -quantunque formulato in via residuale- ha in effetti efficacia assorbente, tale da rendere inutilmente svolta la motivazione di rigetto.

4. Il quarto motivo denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c. e del D.M. n. 140 del 2012, art. 41, e del D.L. n. 1 del 2012, art. 9, convertito in L. n. 27 del 2012: premesso di avere impugnato la sentenza di primo grado per avere posto le spese di lite a loro carico pur a fronte del rigetto di alcune domande avversarie, i ricorrenti censurano la Corte per averte disatteso tale motivo e per aver dichiarato applicabili i nuovi parametri previsti dal D.M. n. 140 del 2012, a fronte di una liquidazione effettuata dopo la loro entrata in vigore.

4.1. Il motivo è infondato.

E’ corretta è l’affermazione della Corte sulla incensurabilità della scelta del primo giudice di non compensare le spese in considerazione della “soccombenza assolutamente prevalente” degli attori.

Altrettanto correttamente la Corte ha rilevato che l’attività defensionale svolta in primo grado si era conclusa prima dell’entrata in vigore del D.M. n. 140 del 2012 e che pertanto andava liquidata secondo la previgente tariffa (cfr. Cass., S.U. n. 17405/2012 e Cass. n. 2748/2016 che hanno affermato l’applicabilità del D.M. alle liquidazioni successive alla sua entrata in vigore, purchè a quella data la prestazione professionale non sia stata ancora completata).

5. Le spese di lite seguono la soccombenza.

6. Trattandosi di ricorso proposto successivamente al 30.1.2013, sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido, al pagamento delle le spese processuali, liquidate in Euro 7.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 18 luglio 2017.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2017

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