Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22049 del 22/09/2017


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Cassazione civile, sez. III, 22/09/2017, (ud. 05/05/2017, dep.22/09/2017),  n. 22049

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23082-2014 proposto da:

M.A., P.L., P.M., rispettivamente

moglie, figlia e figlio – in proprio nonchè quali eredi legittimi

del Sig. P.A., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA

FABIO MASSIMO, 45, presso lo studio dell’avvocato LUIGI MATTEO,

rappresentati e difesi dall’avvocato DONNINO DONNINI giusta procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

ASUR MARCHE, in persona del suo Direttore Generale dr. G.G.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA CONCILIAZIONE, 44,

presso lo studio dell’avvocato CARLA SILVESTRI, rappresentata e

difesa dall’avvocato RODOLFO BERTI giusta procura speciale in calce

al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 110/2014 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 14/02/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/05/2017 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARDINO Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato LUIGI MATTEO per delega.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Nel 2001 M.A., P.L. e P.M. citarono in giudizio la ASL n. (OMISSIS) di Senigallia, oggi Asur Marche (OMISSIS) di Senigallia, per sentir accertare e dichiarare la responsabilità medico-sanitaria della struttura pubblica nella morte di P.A., marito della M. e padre degli altri attori, deceduto nel (OMISSIS) per un adenocarcinoma polmonare plurimetastizzato, e sentirla condannare al risarcimento dei danni tutti patiti dagli attori, in proprio e a titolo ereditario.

Assumevano che nel (OMISSIS) era stata individuata la presenza, nell’addome del P., di una formazione di tipo cistico del diametro di 11 cm, che non erano stati effettuati i necessari accertamenti istologici, nè si interveniva tempestivamente, privando così il P. quanto meno delle chances connesse alla possibilità di sopravvivenza in caso di tempestivo intervento.

Il Tribunale di Ancona e poi la Corte d’Appello d’Ancona respinsero le domande dei congiunti del P..

M.A., P.L. e P.M. propongono ricorso per cassazione, articolato in tre motivi, nei confronti di Asur Marche Zona territoriale n. (OMISSIS), per la cassazione della sentenza n. 110/2014, depositata dalla Corte d’Appello di Ancona in data 14.2.2014.

Resiste Asur Marche con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Preliminarmente va detto che, quanto alla sommaria esposizione dei fatti, i ricorrenti si limitano ad indicare il fatto storico e l’iter processuale, ma nulla dicono sul contenuto della motivazione della sentenza di appello, limitandosi a riferire che ha confermato il rigetto della domanda da loro proposta.

Con il primo motivo, denunciano la violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in punto di interpretazione della domanda in relazione al principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato.

Attaccano in particolare il punto della sentenza impugnata con il quale è stato affermato che gli appellanti non avrebbero formulato una autonoma domanda volta ad ottenere il risarcimento dei danni per omessa informazione del paziente.

Sostengono di aver chiesto un risarcimento comprensivo di tutti i danni, materiali e non patrimoniali, e che in esso dovesse ritenersi compreso il danno per non corretta informazione, ed anche per mancanza di una corretta e tempestiva diagnosi. Aggiungono che solo dall’autopsia è emerso che il P. sia morto per un tumore metastatizzato.

Il motivo è infondato.

In realtà, dalle domande formulate in primo grado, che i ricorrenti ritrascrivono in questa sede, emerge che essi hanno lamentato che, nonostante la richiesta di esame istologico da parte dell’anatomopatologo, non vi si procedette, con conseguente omessa diagnosi e perdita di chances. Non è stata formulata una domanda esplicita ed autonoma in termini di danni da omessa informazione, nè essa si può ritenere compresa nella generica richiesta risarcitoria di tutti i danni connessi e derivanti da un evento infausto alla persona conseguente ai rapporti con una struttura sanitaria, atteso che l’inadempimento dell’obbligo di informazione, e di conseguenza il danno da mancanza di una completa informazione assumono un autonomo rilievo nel rapporto contrattuale rispetto alla corretta esecuzione della prestazione medico chirurgica in sè, anche in ragione della diversità dei diritti – rispettivamente, all’autodeterminazione delle scelte terapeutiche ed all’integrità psicofisica – pregiudicati nelle due differenti ipotesi (in questo senso Cass. n. 2854 del 2015, Cass. n. 24220 del 2015, Cass. n. 146423 del 2015).

I ricorrenti poi non riproducono alcun motivo di appello relativo all’eventuale rigetto di una domanda di risarcimento danni da carenza di informazioni o all’omessa pronuncia sul punto, in tal modo non consentendo di verificare se una tal questione sia stata oggetto del giudizio di appello.

Anche con il secondo motivo i ricorrenti denunciano la nullità della sentenza, per omessa pronuncia.

Sostengono che la sentenza di appello, incentrata sulla mancanza di nesso di causalità tra il comportamento tenuto dalla struttura sanitaria e il decesso del P., le cui condizioni fisiche, sia per l’età che per le gravi patologie pregresse, erano così gravi che nessun rilievo ha avuto il comportamento della ASL, ha trascurato di accertare e tenere nella debita considerazione una serie di errori ed omissioni commessi dalla ASL.

In particolare, segnalano che non è stata tenuta in alcun conto la omessa indicazione e allegazione alla cartella del ricovero di (OMISSIS) (nel corso del quale emerse l’esistenza di una formazione di 11 cm di diametro nell’addome) del referto relativo all’esame tomografico a carico dei reni.

I ricorrenti in effetti denunciano, come già in appello, l’omessa allegazione in sè, non ipotizzando nemmeno quale rilevanza causale avrebbe avuto l’allegazione o quali conclusioni diverse si sarebbero potute trarre se alla cartella clinica fosse stato allegato quel referto. La censura pecca quindi di genericità sotto il profilo della rilevanza.

La seconda omissione che denunciano è la mancata esecuzione dell’esame istologico alla fine del primo ricovero, terminato per dimissioni volontarie del paziente. Sostengono che la circostanza delle dimissioni volontarie, contrariamente a quanto affermato nella sentenza, non emerga dalla documentazione medica.

Lamentano poi che nel successivo ricovero, quando venne rilevata anche la presenza di un nodulo polmonare a carico del paziente, non si approfondì la natura del nodulo nè i parenti furono informati della sua presenza.

Riportano ampi passi dei propri atti difensivi – senza mai citare i contenuti diretti della sentenza di appello, nè muovere una critica diretta a specifici passi della sentenza, per ribadire la propria linea difensiva, ossia che dal complesso del comportamento tenuto in occasione del ricovero dai componenti della struttura sanitaria, a prescindere dalle dimissioni volontarie del paziente, si dovesse presumere una negligenza complessiva della struttura sanitaria, fonte di sue responsabilità contrattuali.

Con il terzo motivo, i ricorrenti denunciano la violazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 191 c.p.c..

Sostengono che, avendo essi attori fornito la prova delle gravi mancanze della struttura pubblica nella cura del paziente, gravasse sulla struttura l’onere di fornire la prova liberatoria, che non avrebbe potuto essere adempiuta sostituendo ad essa le risultanze della consulenza tecnica, come ha fatto la corte d’appello.

Il secondo e il terzo motivo possono essere esaminati congiuntamente in quanto connessi e sono infondati, ai limiti della inammissibilità.

Manca – in tutto il ricorso, in effetti – una completa benchè sintetica esposizione dei fatti di causa rilevanti, ed in particolare manca ogni riferimento ai contenuti e al percorso motivazionale della sentenza di appello, della quale si percepisce solo l’esito negativo per i ricorrenti.

Inoltre, il ricorso non sviluppa argomentazioni critiche alla sentenza di appello sotto il profilo della violazione di legge, ma per contro riproduce pedissequamente le ragioni dei ricorrenti contenute e sviluppate nei motivi di appello.

La ratio decidendi sulla quale si fonda la sentenza impugnata è che i danneggiati avrebbero dovuto dare la prova del nesso causale tra l’operato – a loro dire lacunoso – della struttura sanitaria – e la morte del P. o la riduzione delle sue chances di sopravvivenza, e che tale prova è mancata. Tale ratio non è idoneamente attaccata dai rilievi dei ricorrenti. Quanto al difetto di informazioni e al mancato accertamento istologico, la sentenza di merito ha accertato, con accertamento in fatto non ulteriormente rinnovabile in questa sede, che è stato lo stesso paziente a darne causa avendo chiesto di essere dimesso nel momento in cui dal medico veniva richiesto l’accertamento stesso, e quindi implicitamente a scegliere di non proseguire sulla strada del pieno accertamento.

La sentenza impugnata ha inoltre accertato che il paziente si presentò in ospedale in condizioni gravemente compromesse per altre patologie, che avrebbero precluso ogni possibilità di intervento, che a seguito dei primi accertamenti in cui emerse che aveva una formazione cistica di natura sospetta che presentava già un diametro di undici cm., il cui esatto contenuto era da approfondire, rifiutò egli stesso tale approfondimento chiedendo di essere dimesso, e soprattutto che, sulle base della risultanze della c.t.u., che fin dal primo ricovero il tumore era già così esteso e in condizioni di metastasi, tale da escludere la possibilità di successo e l’opportunità di ogni intervento, e che le condizioni complessive di salute del P., già gravemente compromesse e indebolite in quanto lo stesso era sottoposto a dialisi da ben 15 anni, escludevano anche la possibilità del trattamento chemioterapico. Ne trae la motivata ed argomentata conclusione – già espressa dal giudice di prime cure – della esclusione di ogni nesso causale tra il comportamento della struttura e il successivo decesso del paziente.

Il ricorso va pertanto complessivamente rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo.

Atteso che il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, ed in ragione della soccombenza del ricorrente, la Corte, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso.

Liquida le spese del presente giudizio in favore della controricorrente in complessivi Euro 3.000,00, oltre 200,00 Euro per esborsi, accessori e contributo spese generali al 15%.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte di cassazione, il 5 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2017

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