Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22034 del 03/09/2019

Cassazione civile sez. VI, 03/09/2019, (ud. 14/02/2019, dep. 03/09/2019), n.22034

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5103-2018 proposto da:

B.I., V.G., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA UGO DE CAROLIS 101, presso lo studio dell’avvocato FULVIO

FRANCUCCI, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato

PIERO GOZZI;

– ricorrenti –

contro

BPER BANCA SPA, in persona del suo Presidente, elettivamente

domiciliata in ROMA, VICOLO DEL MAZZARINO 14/16, presso lo studio

dell’avvocato PAOLA DESIDERI ZANARDELLI, rappresentata e difesa

dall’avvocato GIANNI SCAGLIARINI;

– controricorrente –

e contro

BR.FL.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2834/2017 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 30/11/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/02/2019 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONIETTA

SCRIMA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza n. 1050/2012, il Tribunale di Bologna rigettò la domanda proposta dalla Banca Popolare dell’Emilia Romagna soc. coop. (ora BPER Banca S.p.a.) e volta alla declaratoria di nullità, per simulazione assoluta, del contratto di compravendita stipulato in data (OMISSIS), a rogito del notaio F.A., con cui i coniugi V.G. e B.I. – debitori dell’attrice per la somma di Euro 222.434,60, in forza delle fideiussioni rilasciate negli anni 2004 e 2007 a garanzia delle obbligazioni assunte dalla Autogarden S.r.l., e per la ulteriore somma di Euro 23.477,33, quale saldo passivo del c/c acceso dal V. e garantito dalla moglie, il tutto come da decreto ingiuntivo del Tribunale di Modena in data 22 ottobre 2010 – avevano trasferito, a Br.Fl., il loro intero patrimonio immobiliare costituito da un appartamento sito in (OMISSIS) (BO), via (OMISSIS), da due appartamenti siti in (OMISSIS) (MO), via (OMISSIS) e via (OMISSIS) e da un’autorimessa con adiacente cantina sita sempre in (OMISSIS) con accesso da via (OMISSIS), beni specificamente descritti in atti.

Il Tribunale rigettò anche la domanda subordinata di dichiarazione di inefficacia e revoca, ex art. 2901 c.c., del suddetto atto di disposizione patrimoniale e compensò interamente tra le parti costituite le spese di lite.

Avverso tale sentenza propose appello la predetta banca, chiedendone la totale riforma con accoglimento delle domande già proposte.

V.G. e B.I. si costituirono in giudizio contestando il fondamento dell’impugnazione, di cui chiesero il rigetto.

Br.Fl., già contumace in primo grado, non si costituì neppure in sede di appello.

La Corte di appello di Bologna, con sentenza n. 2834/2017, pubblicata il 30 novembre 2017, in accoglimento dell’appello proposto, dichiarò inefficace e revocò, nei confronti della Banca appellante, ai sensi dell’art. 2901 c.c., il contratto di compravendita stipulato il (OMISSIS) con rogito a ministero Dott. F.A. (indicato in quella sentenza anche come ” F.”), notaio in Modena (rep. n. (OMISSIS) iscritto ai RR. II. di Modena in data (OMISSIS) reg. part. (OMISSIS) ed ai RR. II. di Bologna in data (OMISSIS) al n. (OMISSIS) Reg. part.) con cui V.G. e B.I. avevano trasferito a Br.Fl. la proprietà dei beni specificamente indicati nel dispositivo della sentenza di secondo grado, e condannò gli appellati V., B. e Br., in solido tra loro, al rimborso, in favore della BPER, delle spese di entrambi i gradi del giudizio di merito.

Avverso la sentenza della Corte di merito V.G. e B.I. hanno proposto ricorso per cassazione basato su due motivi, cui ha resistito BPER Banca S.p.a. con controricorso.

L’intimato Br.Fl. non ha svolto attività difensiva in questa sede.

La proposta del relatore è stata ritualmente comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Osserva il Collegio che il rispetto del diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo impone al giudice (ai sensi degli artt. 175 e 127 c.p.c.), di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano certamente quelli che si traducono in un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue perchè non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio, da effettive garanzie di difesa e dal diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità, dei soggetti nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato ad esplicare i suoi effetti. Ne consegue che, in caso di ricorso per cassazione prima facie infondato (come nella specie, v. oltre) o inammissibile, appare superflua, pur potendone sussistere i presupposti, la fissazione del termine per la rinnovazione della notifica del ricorso nei confronti di Br.Fl., atteso che la concessione di tale termine si tradurrebbe, oltre che in un aggravio di spese, in un allungamento dei termini per la definizione del giudizio di cassazione senza comportare alcun beneficio per la garanzia dell’effettività dei diritti processuali delle parti (Cass. 8 febbraio 2010, n. 2723; Cass., sez. un., 22 marzo 2010, n. 6826; Cass., ord., 13 ottobre 2011, n. 21141; Cass. 17/06/2013, n. 15106).

2. Il primo motivo è così rubricato: “Illegittimità della sentenza ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione o falsa applicazione degli artt. 2727,2729 e 2901 c.c., nonchè ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

Sostengono i ricorrenti che la Corte d’Appello, con riguardo alla scientia damni, ritenuta in re ipsa nella vendita dell’intero patrimonio immobiliare dei danti causa, avrebbe posto l’accento sulla permanenza dei coniugi V. e B. nell’immobile di (OMISSIS) dopo l’atto di cessione del (OMISSIS) (ovvero alla data del 23 settembre 2010, momento della notifica dell’atto di citazione introduttivo del primo grado) facendo derivare presuntivamente da tali circostanze la conoscenza da parte del Br. dello stato di indebitamento dei ricorrenti. Lamentano i ricorrenti che la Corte territoriale avrebbe però omesso di considerare che lo stesso immobile era stato promesso in vendita ad altro soggetto, tale Be.Ma., con stipula entro il 1 marzo 2012, per cui non sarebbe dato sapere – neppure in via indiziaria – chi in effetti avesse la disponibilità dell’immobile (se Be. o Br.), ed avrebbe “completamente pretermesso l’accertamento dell’esistenza della consapevolezza in capo” al Br. al momento della sottoscrizione dell’atto di vendita.

I ricorrenti, pur affermando di non voler negare che in tema di revocatoria ordinaria, nel caso di vendita contestuale di una pluralità di beni, il Giudice possa ritenere la conoscenza del pregiudizio patrimoniale in re ipsa, sostengono che al riguardo occorre analizzare le peculiarità del caso concreto, ovvero verificare “se il significato di regola attribuito alla vendita contestuale della pluralità di beni possa essere contrastato dagli elementi acquisiti nel giudizio” e che la Corte territoriale invece “non abbia espresso alcuna valutazione “complessiva” del fatto, non avendo motivato circa fatti discussi dalle parti relativi alla inesistenza di rapporti di famiglia e/o di amicizia, nè abbia verificato il titolo e le ragioni del permanere di V. e B. nell’immobile ceduto, incorrendo in evidente omessa motivazione circa un fatto decisivo – scientia damni del terzo – discusso tra le parti”.

I ricorrenti lamentano che la Corte di merito avrebbe circoscritto l’esame dell’atteggiamento soggettivo del terzo contraente ad un “momento” successivo a quello effettivamente rilevante e coincidente con l’atto di vendita, inoltre non sarebbe dato sapere per quale ragione non abbia assunto rilievo nella valutazione dei presupposti di cui all’art. 2901 c.c., l’acclarato intento speculativo del Br., che dispose dei beni nel suo esclusivo interesse, concedendo in data 20 aprile 2010, ipoteca sugli immobili siti a (OMISSIS) a garanzia del mutuo ipotecario contratto con Unicredit Family Financing Bank e stipulando – come già detto – un contratto preliminare con il quale promise in vendita ad un terzo l’appartamento di (OMISSIS).

3. Con il secondo motivo, rubricato “Illegittimità della sentenza ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione o falsa applicazione degli artt. 2901 e 2697 c.c., e degli artt. 113 e 115 c.p.c.”, si deduce che la Corte territoriale avrebbe presunto l’esistenza della scientia damni in capo al terzo, pur non essendo stato mai accertato, nè sussistendo elementi indiziari o prove richieste dalle parti costituite e/o fatti specificatamente non contestati da cui risulti a “quale titolo e per quali ragioni” sarebbe stato consentito ai venditori V. e B. di continuare ad occupare l’immobile venduto. La Corte di merito ha ritenuto che proprio il fatto che il Br. abbia consentito ai suoi danti causa di abitare tale immobile confermerebbe un rapporto quanto meno di amicizia e fiducia e se non altro di conoscenza da parte del predetto della grave situazione d’indebitamento in cui versavano i coniugi V.- B., in tal modo, ad avviso dei ricorrenti, la Corte territoriale stessa avrebbe preso atto di una grave lacuna probatoria al riguardo.

4. I motivi, che ben possono essere tratti unitariamente, vanno disattesi.

Ed invero, in tema di azione revocatoria ordinaria, è consolidato il principio giurisprudenziale secondo cui, allorchè l’atto di disposizione sia successivo al sorgere del credito – come nella specie accertato dal Giudice del merito -, l’unica condizione per l’esercizio della detta azione è che il debitore fosse a conoscenza del pregiudizio delle ragioni del creditore e, trattandosi di atto a titolo oneroso, che di esso fosse consapevole il terzo, la cui posizione (per quanto riguarda i presupposti soggettivi dell’azione) è sostanzialmente analoga a quella del debitore; la prova del predetto atteggiamento soggettivo può essere fornita tramite presunzioni e la valutazione degli elementi presuntivi acquisiti costituisce apprezzamento di fatto, riservato al giudice di merito, il cui convincimento non è sindacabile in sede di legittimità, se adeguatamente e correttamente motivato (Cass. 28/09/1996, n. 8581; Cass. 10/07/1997, n. 6272; Cass. 17/08/2011, n. 17327, Cass. 30/12/2014, n. 27546).

La Corte di merito ha ritenuto la sussistenza della scientia damni del terzo sulla base delle circostanze risultanti (v. sentenza impugnata, p. 5) mentre i ricorrenti sostengono il contrario senza specifica aderenza alla motivazione, evidenziandosi che la circostanza della stipula del preliminare, cui hanno fatto specifico riferimento i ricorrenti, è stata tenuta ben presente dalla Corte di merito che ad essa ha fatto riferimento a p. 4 della sentenza, sia pure in relazione alla simulazione.

A tanto deve aggiungersi che, comunque, l’omessa valutazione di elementi di fatto può configurare un vizio motivazionale rilevante solo nella misura in cui tale valutazione, ove effettuata, avrebbe condotto con certezza e non in termini di mera probabilità ad una decisione diversa da quella effettivamente adottata (Cass. 14/11/2013, n. 25608; Cass. 27/03/2009, n. 7526).

Si osserva, poi, che è inammissibile la censura relativa all’asserita violazione delle norme sulle presunzioni, in quanto tale censura non viene veicolata nei termini chiariti nella motivazione della sentenza delle Sezioni Unite di questa Corte del 24/01/2018, n. 1785.

Va altresì aggiunto che, a fronte degli elementi presuntivi dedotti dalla controparte, sarebbe stato onere dei ricorrenti fornire prova contraria per superare la loro valenza presuntiva (Cass. 27/03/2007, n. 7507).

Inoltre, il secondo motivo non contiene una specifica denuncia del paradigma dell’art. 2697 c.c., e dell’art. 115 c.p.c., nei sensi precisati dalla giurisprudenza di legittimità (Cass., sez. un., 5/08/2016, n. 16598), ma le censure sollevate al riguardo, oltre a difettare di specificità, si sostanziano nella deduzione che non sarebbe stata chiarita la ragione per cui i venditori sarebbero rimasti nell’immobile, così sollecitandosi un dissenso dalla valutazione ricostruttiva della questio facti del tutto esorbitante dagli stretti limiti del controllo motivazionale consentito a questa Corte dal novellato e vigente art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

In realtà, si lamenta un’erronea valutazione delle risultanze istruttorie, chiedendo, quindi, in sostanza, una rivalutazione del merito, non consentita in questa sede, con conseguente inammissibilità del ricorso in relazione ai profili appena evidenziati.

Va, infatti, rimarcato che a questa Corte non è attribuito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa – e a tanto sostanzialmente sembrano tendere i ricorrenti con i motivi all’esame – ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito al quale soltanto spetta di individuare le fonti del proprio convincimento e, a tale scopo, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, e scegliere tra le risultanze probatorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (Cass. 18/03/2011, n. 6288).

5. Il ricorso va, pertanto, rigettato.

6. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo tra le parti costituite, mentre non vi è luogo a provvedere per dette spese nei confronti dell’intimato, non avendo lo stesso svolto attività difensiva in questa sede.

7. Va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido, al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 6.000,00 per compensi, oltre alle spese forfetarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3 della Corte Suprema di Cassazione, il 14 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 3 settembre 2019

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