Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22031 del 24/10/2011

Cassazione civile sez. III, 24/10/2011, (ud. 06/10/2011, dep. 24/10/2011), n.22031

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

M.M.S. (OMISSIS), C.A.

M., elettivamente domiciliate in ROMA, VIA LUDOVISI 16 presso lo

studio dell’avvocato ANGELO MARTUCCI (STUDIO R&P

LEGAL),

rappresentate e difese dall’avvocato CAROLI CASAVOLA FRANCESCO,

giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

BANCA POPOLARE di PUGLIA e BASILICATA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 102/2009 del TRIBUNALE di TARANTO, SEZIONE

DISTACCATA di MARTINA FRANCA, depositata il 27/05/2009;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/10/2011 dal Consigliere Relatore RAFFAELE FRASCA;

è presente il P.G. in persona del Dott. TOMMASO BASILE.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

quanto segue:

1. C.A.M. e M.M.S. hanno proposto ricorso per cassazione contro la Banca Popolare di Puglia e Basilicata soc. coop, a r.l. avverso la sentenza del 27 maggio 2009, corretta con ordinanza del 15 luglio 2009, con la quale il Tribunale di Taranto, Sezione Distaccata di Martina Franca, ha riformato la sentenza resa in primo grado inter partes dal Giudice di Pace di Martina Franca ed ha rigettato la domanda da essi ricorrenti proposta.

L’intimata non ha resistito.

2. Essendo il ricorso soggetto alle disposizioni di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006 e prestandosi ad essere trattato con il procedimento di cui all’art. 380-bis c.p.c. nel testo anteriore alla L. n. 69 del 2009, è stata redatta relazione ai sensi di detta norma, che è stata notificata agli avvocati delle parti e comunicata al Pubblico Ministero presso la Corte.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

quanto segue:

1. Nella relazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. si sono svolte le seguenti considerazioni:

“… 2. Il ricorso è soggetto alle disposizioni di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006 e si presta ad essere trattato con il procedimento di cui all’art. 380-bis c.p.c. nel testo anteriore alla L. n. 69 del 2009.

E’ da avvertire che la soggezione al regime del citato D.Lgs. non è esclusa dalla circostanza che la sentenza impugnata sia stata corretta dal Tribunale con ordinanza del 15 luglio 2009 e, quindi, nella vigenza della L. n. 69 del 2009. Infatti, ai sensi dell’art. 288 c.p.c., u.c., deve escludersi che il termine per impugnare in cassazione la sentenza sia decorso dalla data della correzione, perchè quest’ultima ha riguardato l’erronea indicazione del prenome della parte M., che era stato indicato non come M. S., ma, erroneamente, come Mi.. E’ giurisprudenza consolidata di questa Corte che l’art. 288 c.p.c., u.c. là dove dice che il decorso del termine di impugnazione inizia per le parti corrette della sentenza dalla data della notificazione dell’ordinanza ed implicitamente che, in mancanza di tale notificazione, il termine ed, lungo decorre dalla data della pubblicazione di detta ordinanza, trova applicazione solo quando la sentenza sia stata corretta su un punto che effettivamente non consentiva l’esatta percezione della sua effettiva statuizione (si veda, per tutte Cass. n. 19668 del 2009, secondo cui: Il disposto di cui all’art. 288 c.p.c., comma 4, – secondo il quale le sentenze assoggettate alla procedura di correzione possono essere impugnate, relativamente alle parti corrette, nel termine ordinario decorrente dal giorno in cui è stata notificata l’ordinanza di correzione – è legittimamente riferibile alla sola ipotesi in cui l’errore corretto sia tale da determinare un qualche obbiettivo dubbio sull’effettivo contenuto della decisione e non già quando l’errore stesso, consistendo in una discordanza chiaramente percepibile tra il giudizio e la sua espressione, possa essere agevolmente eliminato in sede di interpretazione del testo della sentenza, poichè, in tale ultima ipotesi, un’eventuale correzione dell’errore non sarebbe idonea a riaprire i termini dell’impugnazione. L’errore sul solo prenome è del tutto inidoneo in questo senso.”.

Con specifico riguardo ad un caso come quello che si esamina si veda Cass. n. 6969 del 2006, secondo cui: Il termine per l’impugnazione di una sentenza, di cui è stata chiesta la correzione, decorre dalla notificazione della relativa ordinanza, ai sensi dell’art. 288 cod. proc. Civ., u.c., se con essa sono svelati “errores in iudicando” o “in procedendo” evidenziati solo dal procedimento correttivo oppure quando l’errore corretto sia tale da ingenerare un obbiettivo dubbio sull’effettivo contenuto della decisione, interferendo con la sostanza del giudicato, ovvero quando con la correzione sia stata impropriamente riformata la decisione, dando luogo a surrettizia violazione del giudicato; per contro l’adozione della misura correttiva non vale a riaprire o prolungare i termini di impugnazione della sentenza che sia stata oggetto di eliminazione di errori di redazione del documento cartaceo, chiaramente percepibili dal contesto della decisine, in quanto risolventisi in una mera discrepanza tra il giudizio e la sua espressione. (Nella specie la S.C., nel dichiarare d’ufficio inammissibile il ricorso per superamento del termine lungo per l’impugnazione, ha escluso che il prolungamento del termine decadenziale potesse aver luogo nel caso di erronea indicazione del nome di battesimo di una delle parti, trattandosi di errore inidoneo a far dubitare sull’effettiva identificazione della parte interessata).

Essendo, dunque, il termine (lungo) per il ricorso in cassazione decorso dalla data della pubblicazione della sentenza ed essendo essa anteriore alla L. n. 69 del 2009, trova applicazione la disciplina anteriore alla legge stessa.

3.- Il ricorso appare inammissibile per inosservanza dell’art. 366- bis c.p.c. Esso prospetta due motivi, il primo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 di violazione dell’art. 112 c.p.c. ed il secondo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 per vizio di motivazione.

L’illustrazione del primo non si conclude con la formulazione del quesito di diritto (richiesto anche per il vizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4: si vedano Cass. (ord.) n. 4329 del 2009; in senso conforme: Cass. (ord.) n. 1310 del 2010; Cass. n. 4146 del 2011).

L’illustrazione del secondo non si conclude nè contiene il momento di sintesi, espressivo della c.d. “chiara indicazione”, richiesta dall’art. 366-bis c.p.c. secondo consolidata giurisprudenza della Corte (a partire da Cass. (ord.) n. 16002 del 2007 e da Cass. sez. un. n. 20603 del 2007).

E’ da rilevare, inoltre, che l’art. 366-bis c.p.c. è applicabile al ricorso nonostante l’abrogazione intervenuta il 4 luglio 2009 per effetto della L. n. 69 del 2009, art. 47. La cit. L., art. 58, comma 5, ha, infatti, sostanzialmente disposto che la norma abrogata rimanesse ultrattiva per i ricorsi notificati – come nella specie – dopo quella data avverso provvedimenti pubblicati anteriormente (si vedano: Cass. (ord.) n. 7119 del 2010; Cass. n. 6212 del 2010 Cass. n. 26364 del 2009; Cass. (ord.) n. 20323 del 2010). Nel contempo, non avendo avuto l’abrogazione effetti retroattivi l’apprezzamento dell’ammissibilità dei ricorsi proposti anteriormente a quella data continua a doversi fare sulla base della norma abrogata.

Il ricorso presenterebbe, comunque, anche un’ulteriore causa di inammissibilità per inosservanza dell’art. 366 c.p.c., n. 6, atteso che si fonda su documenti e prove testimoniali dei quali non fornisce l’indicazione specifica richiesta da tale norma, che costituisce il precipitato normativo del c.d. principio di autosufficienza (per i documenti si vedano Cass. sez. un, nn. 28547 del 2008 e 7161 del 2010; per le testimonianze non si indica la data di assunzione, oltre a non riprodursi il loro contenuto).”.

2. Il Collegio condivide le argomentazioni e le conclusioni della relazione, alle quali nulla è necessario aggiungere, tenuto conto che su entrambi i profili di inammissibilità la memoria non si fa carico dei precedenti della Corte citati nella relazione, dai quali emerge l’infondatezza dei rilievi con cui contesta le due cause di inammissibilità.

3. Il ricorso è, dunque, dichiarato inammissibile. Non è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione Civile, il 6 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 24 ottobre 2011

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