Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22014 del 24/10/2011

Cassazione civile sez. II, 24/10/2011, (ud. 20/05/2011, dep. 24/10/2011), n.22014

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – rel. Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

R.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA DEI SAVORELLI 11, presso lo studio dell’avvocato CHIOZZA

ANNA, rappresentata e difesa dall’avvocato ALOSI PIETRO, giusta

mandato in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

RA.GI., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

CELIMONTANA N. 38, presso lo studio dell’avvocato BENITO PIERO

PANARITI, rappresentato e difeso dall’avvocato GERBINO GIUSEPPE,

BONGIORNO MARIA ANTONIA, giusta procura alle liti in calce al

ricorso;

– ricorrente –

e contro

R.G. (OMISSIS), R.V.M.

(OMISSIS), elettivamente domiciliate in ROMA, VIA VAL DI

LANZO 79, presso lo studio dell’avvocato IACONO QUARANTINO GIUSEPPE,

rappresentate e difese dall’avvocato MORREALE ANTONINO, giusta

mandato in calce al controricorso;

– controricorrenti –

– ricorrenti incidentali –

avverso la sentenza n. 1163/2008 della CORTE D’APPELLO di PALERMO del

27/06/08, depositata il 15/09/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/05/2011 dal Consigliere Relatore Dott. PASQUALE D’ASCOLA;

udito l’Avvocato Iacono Quarantino (delega avv. Anonino Morreale),

difensore delle controricorrenti che si riporta agli scritti;

è presente il P.G. in persona del Dott. IMMACOLATA ZENO che ha

concluso per l’inammissibilità ed in subordine per il rigetto del

ricorso.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Nel 1982 decedeva R.V.G..

Nel 1993 l’odierna ricorrente R.F. conveniva in giudizio il fratello G. e la di lui figlia V.M., chiedendo che fosse aperta la successione legittima, previa declaratoria di nullità del testamento pubblico e degli atti di donazione compiuti in favore dei convenuti, a causa dell’incapacità di intendere e volere del de cuius.

Ra.Gi. interveniva volontariamente a sostegno della domanda proposta dalla sorella.

Il tribunale di Termini Imerese con sentenza parziale del 1992 e sentenza definitiva del 2002 annullava prima il testamento e le donazioni in favore dei convenuti e poi un atto di donazione del 1979 in favore della attrice F..

L’appello proposto da G. e R.V.M. veniva accolto il 15 settembre 2008 con sentenza non definitiva dalla Corte d’appello di Palermo, che dichiarava la validità di tutti gli atti impugnati.

R.F. la ha impugnata con ricorso per cassazione, notificato il 26 maggio 2009, articolato su due motivi. R. G. e V.M. hanno resistito con controricorso.

Gi.Ra. ha svolto ricorso incidentale adesivo notificato il 24 giugno 2009.

Parte ricorrente si duole che la Corte d’appello abbia capovolto il giudizio dato dal tribunale circa la sussistenza della capacità del de cuius al momento in cui pose in essere gli atti impugnati.

Lamenta con il primo motivo violazione dell’art. 61 c.p.c.: deduce che la Corte d’appello non avrebbe giustificato in modo rigoroso e preciso il dissenso dalle conclusioni dei consulenti tecnici di ufficio di primo e secondo grado, che sarebbero state messe a confronto indebitamente, poichè, pur se con ragionamenti distinti, erano pervenute a conclusioni diverse da quelle dei giudici.

Pone un quesito di diritto con il quale vuole che sia affermato che il giudice di appello ha disatteso le risultanze peritali “senza una adeguata e concreta giustificazione del criterio adottato”.

Il secondo motivo lamenta vizi motivazione, “in relazione all’art. 116 c.p.c. e all’art. 2697 c.c.” In esso viene riportata parte della relazione dei consulenti di secondo grado e si espone un momento di sintesi, impropriamente chiamato quesito di diritto, relativo alle valutazioni del collegio peritale, inadeguatamente considerate. I motivi sono da esaminare congiuntamente, perchè di fatto confluiscono in unico complesso motivo di critica, sotto più profili, alla motivazione della sentenza.

Le doglianze sono infondate.

La motivazione della Corte d’appello, accuratamente motivata, si impernia su un aspetto decisivo della controversia che non è stato sottoposto a censura specifica, idonea ad inficiarla.

La Corte ha infatti rilevato che “i consulenti non hanno sufficientemente considerato che gli accertamenti medici eseguiti quando il R. era in vita sono tutti successivi, in modo significativo, al testamento e alle donazioni”.

Ha poi sottolineato che parte attrice avrebbe dovuto dimostrare l’assoluta mancanza della coscienza del significato degli atti da parte del testatore e, quanto alla sfera contrattuale, un obnubilamento della facoltà psichiche tale da impedire una seria valutazione degli effetti e del contenuto del negozio. Queste proposizioni in punto di diritto, sono rimaste non censurate; la relativa valutazione, in punto di fatto è stata argomentatamene motivata, a pagina 11 della sentenza impugnata, valorizzando le risultanze della prima consulenza, per inferirne che essa stessa aveva escluso un decadimento destrutturante dell’intera personalità del de cuius.

La sentenza ha evidenziato che la consulenza aveva ritenuto probabile un’attività di captazione da parte del figlio, ma ha contestato questa opinione del consulente, osservando efficacemente che mancava in atti la prova di mezzi fraudolenti posti in essere per trarre in inganno il testatore e abusare della sua condizione.

E’ stata poi criticata la consulenza collegiale, ribadendo che non era stato offerto alcun elemento per dimostrare: a) che il R. fosse malato da tempo risalente; b) che la relazione medica sulla base della quale i consulenti avevano sviluppato le proprie considerazioni non aveva formulato una diagnosi di patologia nel senso rilevante in causa.

La motivazione dei giudici d’appello, congrua e logica, resta pertanto incensurabile in sede di legittimità, avendo già affrontato e sviscerato adeguatamente i profili sottoposti alla Corte di Cassazione da parte ricorrente e ricorrente incidentale in termini che non consentono il suo sindacato.

Discende da quanto esposto il rigetto del ricorso di F. R. e la condanna alla refusione delle spese di lite in favore di R.G., costituitosi per contraddire al ricorso di costei, liquidate in dispositivo.

Identica sorte spetta al ricorso di Ra.Gi., che svolge censure in parte simili, in parte inconsistenti.

Lamenta infatti che i giudici di appello sarebbero entrati in contraddizione per avere disposto la consulenza ben sapendo che il R. era deceduto da tempo e osserva che, se i giudici avessero inteso disattenderla, avrebbero potuto omettere di disporla.

Afferma quindi che solo una intima, inconciliabile contraddizione avrebbe potuto giustificare il dissenso dalla opinione del consulente.

Anche queste tesi sono prive di pregio.

La consulenza disposta per valutare il materiale disponibile non vincola il giudice a recepire le conclusioni del consulente, potendosi egli discostarsi dalle stesse, purchè con puntuale motivazione.

Tale adeguata motivazione è presente e rimane insuperata, per il complesso di ragioni che sono state sopra riassunte.

In mancanza di controricorso al ricorso di Ra.Gi., questi non va condannato alla refusione delle spese di questo grado.

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi.

Condanna R.F. alla refusione in favore di R. G. delle spese di lite, liquidate in Euro 3000,00 per onorari, 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della seconda sezione civile, il 20 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 24 ottobre 2011

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