Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2201 del 25/01/2022

Cassazione civile sez. III, 25/01/2022, (ud. 14/07/2021, dep. 25/01/2022), n.2201

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 5472/2019 R.G. proposto da:

B.G., Ba.Fr., D.B.B., e

C.A., rappresentati e difesi dall’Avv. Carlo Amoruso, con domicilio

eletto presso il suo studio in Roma, Via Nomentana, n. 403;

– ricorrenti –

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Salute,

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e

Ministero dell’Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi ex

lege dall’Avvocatura generale dello Stato, presso i cui uffici

domiciliano ope legis in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrenti –

nonché sul ricorso successivamente proposto da:

A.M.L.D.; + ALTRI OMESSI; tutti rappresentati e

difesi dall’Avv. Marco Tortorella, con domicilio eletto presso il

suo studio in Roma, via Domenico Chelini, n. 5;

– ricorrenti –

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Salute,

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e

Ministero dell’Economia e delle Finanze rappresentati e difesi ex

lege dall’Avvocatura generale dello Stato, presso i cui uffici

domiciliano ope legis in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma n. 4995/2018,

depositata il 17 luglio 2018;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 14 luglio

2021 dal Consigliere Dott. Emilio Iannello.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Numerosi medici specializzati, fra i quali gli odierni ricorrenti, convennero davanti al Tribunale di Roma la Presidenza del Consiglio dei ministri, il M.I.U.R., il Ministero della Salute e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, chiedendone la condanna, in solido, al risarcimento dei danni conseguenti alla mancata attuazione delle direttive Europee 75/362/CEE, 75/363/CEE e 82/76/CEE, in tema di adeguata retribuzione spettante per la frequenza di corsi di specializzazione in anni per alcuni compresi nel – per altri invece anteriori al – periodo 1983-1991.

Con sentenza depositata in data 30 dicembre 2016 il tribunale, dichiarata la carenza di legittimazione passiva dei tre Ministeri, accolse in parte la domanda del solo D. (per l’effetto condannando la Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento della somma di Euro 26.855,75, oltre interessi legali dalla diffida) e rigettò le altre, ritenendo prescritte le relative pretese creditorie.

2. Pronunciando sul gravame interposto sia dal D. sia dagli altri attori interamente soccombenti la Corte d’appello di Roma, con sentenza n. 4955/2018 del 17 luglio 2018, lo ha rigettato sul rilievo: quanto al D., della correttezza del parametro monetario utilizzato dal primo giudice per la liquidazione dell’indennizzo e della non spettanza dei chiesti interessi compensativi; quanto agli altri, della prescrizione dei crediti azionati.

3. Per la cassazione di tale sentenza propongono separati ricorsi, nell’ordine:

– B.G., Ba.Fr., D.B.B. e C.A., articolando sei motivi;

– A.M.L.D. e altri ventidue medici (o loro aventi causa) indicati in epigrafe con il patrocinio dell’Avv. Marco Tortorella, sulla base di quattro motivi.

Le amministrazioni intimate resistono con controricorsi.

Non sono state depositate conclusioni dal Pubblico Ministero.

A.M.L.D. e gli altri ricorrenti difesi dall’Avv. Marco Tortorella hanno depositato memoria ex art. 380-bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La sentenza impugnata è stata resa anche nei confronti di altri medici nei cui confronti nessuno dei ricorsi è stato notificato.

Tuttavia, trattandosi di litisconsorti facoltativi ed essendo applicabile, in conseguenza, l’art. 332 c.p.c., non occorre far luogo all’ordine di notificazione dell’impugnazione ai sensi di tale norma, essendo ormai l’impugnazione per essi preclusa.

2. I due ricorsi, ai sensi dell’art. 335 c.p.c., in quanto proposti avverso il medesimo provvedimento, vanno riuniti per essere trattati unitariamente.

RICORSO B.G. E ALTRI (Avv. Amoruso).

3. Con il primo motivo del proprio ricorso B.G. e gli altri ricorrenti difesi dall’Avv. Amoruso denunciano “violazione e/o falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 100 c.p.c. e art. 95 Cost.”, in relazione alla confermata esclusione della legittimazione passiva dei Ministeri.

4. Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano violazione e/o falsa applicazione dell’art. 101 Cost., comma 2.

Lamentano che la corte d’appello non ha applicato la legge ma è rimasta ancorata ad un’interpretazione della S.C. “espressa in altre fattispecie, in punto di prescrizione, così come in punto di quantificazione dell’eventuale adeguata remunerazione ed in punto di interessi compensativi”.

Il motivo denuncia anche violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2935 c.c. in relazione al dies a quo del termine prescrizionale, a torto, secondo i ricorrenti, individuato in sentenza nella data di entrata in vigore della L. n. 370 del 1999 (27 ottobre 1999), invece che in quella della emanazione dei decreti attuativi del D.Lgs. n. 368 del 1999 e, segnatamente, con l’emanazione del D.P.C.M. 6 luglio 2007.

5. Con il terzo motivo i predetti deducono violazione e/o falsa applicazione del combinato disposto dal D.Lgs. n. 257 del 1991, art. 6 e L. n. 370 del 1999, art. 11.

Sostengono che, erroneamente, con riferimento all’unica posizione vittoriosa nel primo grado, la corte d’appello ha ritenuto corretto il parametro assunto dal tribunale per determinare l’adeguata remunerazione in favore dello specializzando, nella somma prevista dalla L. n. 370 del 1999, art. 11 anziché in quella prevista dal D.Lgs. n. 257 del 1991, art. 6.

6. Con il quarto motivo i ricorrenti denunciano “nullità della sentenza per insussistenza di uno dei requisiti ex artt. 132 c.p.c., n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c.”, in relazione alla motivazione offerta dalla corte d’appello in ordine alla mancata liquidazione degli interessi compensativi.

7. Con il quinto motivo essi denunciano violazione e/o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. “in relazione alla mancata pronuncia sulle domande svolte e sui motivi di appello”.

Lamentano che la corte d’appello non ha chiarito la spettanza o meno del diritto al risarcimento del danno per tutti i medici immatricolati in data antecedente il 1 gennaio 1983 ovvero per i medici che avevano frequentato corsi non espressamente elencati nella direttiva, avendo ritenuto i relativi motivi di gravame irrilevanti, con riferimento agli appellanti, essendo stata accolta l’assorbente eccezione di prescrizione.

8. Con il sesto motivo essi deducono violazione e/o falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c. in relazione alla statuita loro condanna alle spese del giudizio di appello. Affermano che l’opinabilità delle questioni trattate avrebbe dovuto giustificarne la compensazione, considerato che l’arresto di legittimità richiamato in sentenza era intervenuto successivamente all’introduzione del giudizio di secondo grado.

RICORSO A. E ALTRI.

9. Il primo motivo del secondo ricorso è riferito alla posizione del solo Dott. D..

Si lamenta con esso “violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi in materia di risarcimento del danno derivante da omesso e/o tardivo recepimento di direttive comunitarie, degli artt. 5 e 189 del Trattato CEE; delle Dir. CEE 82/76, 75/363 e 93/16; delle sentenze della Corte di Giustizia Europea 25 febbraio 1999 (procedimento C-131/97) e del 3 ottobre 2000; degli artt. 2,3,10 e 97 Cost.; del D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257, art. 6… e L. n. 370 del 1999, art. 11; violazione o falsa applicazione del Reg. CE 03/05/1998, n. 974/98 (in G.U.C.E. 11 maggio 1998, n. L139) e Reg. CE 31 dicembre 1998, n. 2866/982 (in G.U.C.E. 31 dicembre 1998, n. L 359); degli artt. 1223,1226,1227 e 2056 c.c.; della L. n. 370 del 1999, art. 11 e del D.Lgs. n. 257 del 1991, nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in punto di liquidazione del danno in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 “.

Si lamenta che la corte territoriale ha liquidato il danno in favore del predetto erroneamente utilizzando come parametro la remunerazione annua stabilita dal legislatore nel citato L. n. 370 del 1999, art. 11 anziché quella fissata in sede di attuazione delle direttive comunitarie (D.Lgs. n. 257 del 1991), come avrebbe dovuto farsi, secondo il ricorrente, in ossequio ai principi dettati dalla giurisprudenza comunitaria di equivalenza, effettività ed adeguatezza.

10. Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano “violazione o falsa applicazione degli artt. 1223,1226,1227 e 2056 c.c., L. n. 370 del 1999, art. 11 e del D.Lgs. n. 257 del 1991, nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in punto di liquidazione del danno in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5”.

Si dolgono della mancata liquidazione degli interessi compensativi, che assumono invece spettare trattandosi di debito di valore.

11. Con il terzo motivo essi deducono “violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi in materia di risarcimento del danno derivante da omesso e/o tardivo recepimento di direttive comunitarie, degli artt. 5 e 189 del Trattato CEE; delle Dir. CEE 82/76, 75/363 e 93/16; delle sentenze della Corte di Giustizia Europea 25 febbraio 1999 (procedimento C-131/97) e del 3 ottobre 2000; degli artt. 2,3,10 e 97 Cost.; violazione e falsa applicazione dell’art. 1 del Protocollo n. 1 alla CEDU (diritto al rispetto dei beni); D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257, art. 6… e L. n. 370 del 1999, art. 11; violazione o falsa applicazione del REGCE 03/05/1998 n. 974/98, (in G.U.C.E. 11 maggio 1998, n. L 139) e REGCE 31 dicembre 1998, n. 2866/982 (in G.U.C.E. 31 dicembre 1998, n. L 359.); degli artt. 1223,1226,1227 e 2056 c.c.; L. n. 370 del 1999, art. 11 e del D.Lgs. n. 257 del 1991, nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in punto di liquidazione del danno in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5”.

Rilevano – “con riferimento alle ultime due censure” – che la mancata corresponsione di un adeguato risarcimento del danno per l’omessa puntuale trasposizione della Direttiva 82/76/CEE, nonché della rivalutazione monetaria e degli interessi compensativi sulle somme tardivamente conferite a titolo risarcitorio costituiscono un’ingerenza nel diritto al pacifico godimento dei beni incompatibile con l’art. 1 Prot. 1 CEDU.

12. Con il quarto motivo i ricorrenti deducono “violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi in materia di risarcimento del danno derivante da omesso e/o tardivo recepimento di direttive comunitarie nonché degli artt. 5 e 189 del Trattato CEE; dell’art. 10 Cost.; degli artt. 1, 10, 11 e 12 preleggi; degli artt. 2934,2935 e 2938 c.c.; D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257, art. 6…, nonché L. n. 370 del 1999, art. 11”.

La censura è riferita alla ritenuta prescrizione del credito azionato dai ricorrenti (diversi dal Dott. D.), rilevandosi al riguardo, in sintesi, che, anche alla luce delle argomentazioni contenute nella sentenza della Corte comunitaria del 24 gennaio 2018, la L. n. 370 del 1999 non può assumere rilievo ai fini della determinazione del danno risarcibile e, conseguentemente, neanche ai fini della individuazione della data di decorrenza del termine di prescrizione.

La Corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che la prescrizione non avrebbe potuto farsi decorrere se non da quando sarebbero state elise le incertezze giurisprudenziali di settore, ovvero, quanto meno, nel 2005 sulla giurisdizione, nel 2009 sull’azione esperibile e la stessa sua prescrizione, nel 2011 sulla legittimazione passiva unica dello Stato, anche alla luce della giurisprudenza comunitaria, se del caso da investire con rinvio pregiudiziale, attesa la necessità di assicurare la piena ed effettiva attuazione della normativa sovranazionale.

13. Occorre preliminarmente avvertire che nessuna preclusione all’esame degli esposti motivi può derivare, per nessuno dei ricorrenti, da quanto disposto con il decreto ex art. 377 c.p.c. comunicato alle parti e, segnatamente, con il provvedimento del Presidente del Collegio che, ad esso allegato, “a specificazione” del relativo oggetto:

a) ha precisato che:

– “la fissazione e, quindi, la trattazione si intendono escluse per le posizioni dei medici specializzandi per i quali si sia dedotta l’iscrizione alla scuola di specializzazione in epoca anteriore al 1 gennaio 1982”;

– “per i suddetti la trattazione è differita a seguito di separazione ad altra udienza o adunanza, atteso che è necessario attendere gli esiti del rinvio pregiudiziale alla CGUE disposto dall’ordinanza delle Sezioni Unite n. 23901 del 2020”;

b) ha quindi invitato “i difensori interessati a prendere atto dei limiti della disposta trattazione”.

L’identificazione delle posizioni da separare è invero operata nel citato provvedimento attraverso il riferimento, da un lato, ai “medici specializzandi per i quali si sia dedotta l’iscrizione alla scuola di specializzazione in epoca anteriore al 1 gennaio 1982”, dall’altro, alla necessità di attendere, per essi, “gli esiti del rinvio pregiudiziale alla CGUE disposto dall’ordinanza delle Sezioni Unite n. 23901 del 2020”.

Appare dunque evidente che tale provvedimento ha riguardo solo ai ricorsi e alle posizioni per i quali il vaglio di legittimità sulla decisione di merito impugnata richieda necessariamente la soluzione della questione oggetto di rinvio pregiudiziale (e dunque l’attesa della decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea).

Tra queste non rientra alcuna delle posizioni per le quali sono proposti i ricorsi in esame il cui vaglio in questa sede, per le ragioni che appresso saranno esposte, si arresta a rilievi di carattere preliminare che non pongono la necessità – ma anzi escludono la possibilità – di passare all’esame di quella questione.

14. Passando dunque all’esame dei ricorsi, rilievo prioritario assumono i motivi dedotti in punto di prescrizione (e relativa motivazione), ossia: il secondo motivo del ricorso proposto da B.G. e altri (con l’Avv. Amoruso); il quarto motivo del ricorso proposto da A.M.L.D. e dagli altri ricorrenti difesi dall’Avv. Carlo Tortorella (diversi dal D.).

Tali motivi, da esaminarsi dunque congiuntamente, sono inammissibili, a norma dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1.

14.1. La corte territoriale ha motivato sulla ragione assorbente richiamandosi al consolidato indirizzo di questa Corte con cui è stato chiarito in modo univoco e ripetuto che il diritto al risarcimento del danno da tardiva e incompleta trasposizione nell’ordinamento interno delle direttive n. 75/362/CEE e n. 82/76/CEE, relative al compenso in favore dei medici ammessi ai corsi di specializzazione universitari, si prescrive nel termine decennale decorrente dalla data di entrata in vigore (27 ottobre 1999) della L. 19 ottobre 1999, n. 370, il cui art. 11 ha riconosciuto il diritto ad una borsa di studio soltanto in favore di quanti, tra costoro, risultavano beneficiari delle sentenze irrevocabili emesse dal giudice amministrativo, rendendo definitivo l’inadempimento soggettivo residuo (cfr., Cass. 17/05/2011, nn. 10813, 10814,10815e10816, Cass., 31/08/2011, n. 17868, 20/03/2014, n. 6606, Cass., 15/11/2016, n. 23199, Cass., 31/05/2018, n. 13758).

La descritta condotta statale ha definitivamente palesato l’adempimento soggettivamente parziale dello Stato per gli specializzandi che hanno iniziato i corsi anteriormente all’anno accademico 1991-1992, sicché, al di là del perdurare degli effetti di tale inadempimento per gli altri (non destinatari della disciplina in parola), la ragionevole cristallizzazione derivante dall’opzione esercitata, rispetto all’astratta possibilità di un ripensamento normativo, onerava della reazione i pretermessi, innescando la decorrenza estintiva prescrizionale; per le medesime ragioni, non può rilevare la diversa quantificazione della remunerazione, e il suo differente regime, discrezionalmente determinati dallo Stato con il D.Lgs. n. 368 del 1999, attuato dall’anno accademico 2006-2007 (Cass. 14/03/2018, n. 6355).

14.2. La difesa dei ricorrenti A. e altri sostiene che il leading case del 2011 aveva preso in considerazione un termine prudenziale in ottica di conformità comunitaria, in ragione di quanto allora esaminabile, e tale da essere comunque sufficiente a respingere, in quel tempo, l’eccezione di prescrizione, e che, invece, solo successivamente al 1999 la giurisprudenza di questa Corte ha escluso quelle incertezze inibenti la decorrenza della prescrizione in pregiudizio del danneggiato, dall’individuazione della giurisdizione, se ordinaria o amministrativa, a quella dell’azione esperibile, se contrattuale o aquiliana, e della stessa prescrizione, a quella del legittimato passivo della domanda, se solo lo Stato o meno.

Detti argomenti – come già questa Corte ha più volte avuto modo di rimarcare (v. da ultimo Cass. 31/03/2021, n. 8843) – sono del tutto infondati e inidonei a indurre a un ripensamento della stabile nomofilachia richiamata e, infatti, per un verso confermata in tempi ben susseguenti al 2011, per altro verso tale da non potersi più riferire solo al rigetto dell’eccezione di prescrizione allora effettuato secondo quanto obiettato dal patrocinio oggi ricorrente.

E’ appena il caso di osservare che la questione della giurisdizione non incide affatto sulla consapevolezza della cristallizzazione della lesione e quindi sulla possibilità, per il danneggiato, di interrompere la sua inerzia e il decorso dell’estinzione prescrizionale che, come noto, non ha bisogno di iniziative giurisdizionali ma può ben essere stragiudiziale.

Per lo stesso motivo non ha alcun rilievo l’individuazione della natura dell’azione esperibile mentre la più ampia durata decennale della stessa, quale ricostruita, fa sì che la sua determinazione non abbia avuto alcun riflesso sulla maturazione della stessa.

Quanto alla legittimazione passiva – premesso che è dello Stato in persona della Presidenza del consiglio dei Ministri, mentre l’evocazione in giudizio di un diverso organo statuale, qui in ogni caso contestuale alla prima, non si traduce nella mancata instaurazione del rapporto processuale, costituendo una mera irregolarità, sanabile ai sensi della L. n. 260 del 1958, art. 4 (Cass., Sez. U., 27/11/2018, n. 30649), sicché solo se diretta nei confronti della sola Università l’interruzione della prescrizione risulta inidonea (Cass., 25/07/2019, n. 20099) – nella fattispecie non emerge, né è dedotta, un’eventuale attività interruttiva nei confronti dell’ente universitario o altri soggetti, fermo restando che dalla stessa normativa del 1999 doveva ragionevolmente desumersi che il destinatario del credito era individuabile nell’amministrazione statale e non nell’autonomia universitaria.

E’ opportuno ribadire, quanto alla remunerazione, che a seguito dell’intervento con il quale il legislatore – dettando la L. 19 ottobre 1999, n. 370, art. 11 – ha effettuato una aestimatio del danno, alla precedente obbligazione risarcitoria per mancata attuazione delle direttive si è sostituita un’obbligazione satisfattiva avente natura di debito di valuta, iscritta in una cornice di disciplina comunitaria nella quale non è rinvenibile una definizione di retribuzione adeguata, né sono posti i criteri per la determinazione della stessa, come ribadito ferma, pure in chiave CEDU, la non irrisorietà della quantificazione nazionale – anche dalla pronuncia, evocata in ricorso, della Corte di giustizia, 24 gennaio 2018, C-616/16 e C617-16 (Cass., 24/01/2020, n. 1641, cui si rimanda per una più ampia ricostruzione giurisprudenziale).

Questa pronuncia – invocata pure nel primo ricorso – per un verso ribadisce che non vi è mai stata alcuna indicazione unionale sulla quantificazione della “adeguata remunerazione”, per altro verso non affronta il tema qui discusso della decorrenza prescrizionale.

Quanto sopra è in linea con ciò che si deve dire per la disciplina del trattamento economico dei medici specializzandi di cui al D.Lgs. n. 368 del 1999, art. 39 applicabile, per effetto di ripetuti differimenti, in favore dei medici iscritti alle scuole di specializzazione a decorrere dall’anno accademico 2006-2007 e non a quelli iscritti negli anni antecedenti, che, ove a regime secondo la normativa statale di recepimento, restano soggetti alla disciplina di cui al D.Lgs. n. 257 del 1991, sia sotto il profilo ordinamentale che economico, giacché, in particolare, la direttiva n. 93/16, rispetto alla quale quella n. 2005/36 nulla sposta, non ha introdotto alcun nuovo e ulteriore obbligo con riguardo alla misura della borsa di studio (Cass., 14/03/2018, n. 6355, e le moltissime successive conformi, quale, solo a titolo esemplificativo, Cass., 24/05/2019, n. 14168).

Ciò per dire che non è individuabile alcun momento in cui si è stabilita una remunerazione adeguata da valutarsi come la sola recettiva della disciplina unionale, tale da poter concludere, anche in tesi, che esclusivamente a far data da allora avrebbe potuto decorrere la prescrizione.

Non vi è alcuna violazione della normativa sovranazionale, e alcuna irragionevolezza o disparità di trattamento posto che l’incremento previsto nell’esercizio della discrezionalità legislativa per i corsi di specializzazione collocati in tempi successivi, non escludendo l’adeguatezza della remunerazione precedente, è stato espressione di una scelta che rientra nelle opzioni legislative di regolare diversamente situazioni successive nel tempo (cfr., anche, di recente, Cass., 19/02/2019, n. 4809; 18/02/2021, n. 4307).

14.3. Come desumibile dai rilievi appena fatti, non vi è alcuna incertezza, sulla questione qui in scrutinio, che imponga il rinvio pregiudiziale che il patrocinio dei ricorrenti sollecita, anche nella memoria.

Al riguardo va rilevato che, nella illustrazione del quarto motivo del secondo ricorso, i medici specializzati difesi dall’Avv. Tortorella hanno chiesto che sia sottoposta alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la seguente questione pregiudiziale: “se alla stregua del diritto dell’unione, un rimedio giurisdizionale possa considerarsi effettivo prima che sia definita la natura giuridica dell’azione spendibile, con le conseguenti ricadute sui termini di prescrizione, prima che sia identificato il soggetto legittimato passivamente e prima che sia individuata la giurisdizione interna competente a conoscere la domanda”.

Si tratta di una istanza, al di là dei termini generici in cui è formulata, manifestamente infondata.

Per quanto già detto, infatti, non solo a partire dal 27 ottobre 1999 nessuna norma dell’ordinamento interno impediva agli odierni ricorrenti di promuovere un giudizio per domandare il risarcimento del danno da tardiva attuazione delle direttive comunitarie; deve ora aggiungersi che nessun dubbio poteva sussistere su quale fosse il soggetto tenuto a rispondere di tale danno (lo Stato), e che qualsiasi eventuale incertezza circa l’individuazione del giudice munito di giurisdizione a conoscere della relativa domanda non poteva impedire il decorso della prescrizione, dal momento che qualsiasi eventuale errore poteva essere rimediato mediante lo strumento del regolamento di giurisdizione.

14.4. Palesemente incongruo ed eccentrico è poi ipotizzare – con il secondo motivo del ricorso con capofila B. – la violazione dell’art. 101 Cost. per il solo fatto di avere, il giudice a quo, deciso conformemente alla giurisprudenza della S.C.: uniformandosi al consolidato orientamento della giurisprudenza la corte d’appello ha, infatti, per ciò stesso reso una pronuncia conforme alla legge, quale costantemente interpretata dalla S.C.. La decisione richiama evidentemente i precedenti non in termini di stare decisis ma quale cornice nomofilattica all’ermeneutica legale positiva.

15. Tra gli autori del primo ricorso non vi è nessuno per i quali la domanda risarcitoria non sia stata rigettata per prescrizione.

Ne discende che le considerazioni sopra svolte assorbono e rendono ultroneo l’esame del primo, del terzo e del quarto motivo del loro ricorso in punto, rispettivamente, di esclusione della legittimazione passiva dei ministeri, di quantificazione dell’indennizzo e di interessi compensativi.

16. E’ inammissibile, per aspecificità, il quinto motivo del primo ricorso.

I ricorrenti non si confrontano con l’esplicita affermazione, contenuta in sentenza (pagg. 4-5), che attribuisce alla statuizione in punto di prescrizione carattere “assorbente”, tale da rendere irrilevanti le censure in punto di spettanza dell’indennizzo anche a coloro che avessero iniziato il corso di specializzazione prima del 1 gennaio 1983 e/o che avessero frequentato corsi non ricompresi nelle disposizioni di cui alle direttive comunitarie.

Tale affermazione di per sé configura pur sempre una pertinente risposta a quei motivi di gravame ed esclude pertanto possa ravvisarsi il vizio di omessa pronuncia.

Deve in tal senso darsi continuità all’indirizzo già affermatosi nella giurisprudenza di questa Corte secondo cui, in tema di provvedimenti del giudice, l’assorbimento in senso improprio – configurabile quando la decisione di una questione esclude la necessità o la possibilità di provvedere sulle altre – impedisce di ritenere sussistente il vizio di omessa pronuncia, il quale è ravvisabile solo quando una questione non sia stata, espressamente o implicitamente, ritenuta assorbita da altre statuizioni della sentenza (v. ex aliis Cass. 03/02/2020, n. 2334; 12/11/2018, n. 28995).

Ciò implica che perché la statuizione risulti viziata sotto il profilo motivazionale si deve mettere in discussione la correttezza della valutazione di assorbimento (così, in motivazione, Cass. 16/12/2020, n. 28864).

Con tale valutazione però i ricorrenti omettono del tutto di confrontarsi, limitandosi ad affermazioni non pertinenti, per lo più incentrate sulla asserita fondatezza dei crediti vantati in relazione ai profili ivi considerati.

17. Il primo motivo del ricorso proposto da A. e altri, da esaminare solo in quanto riferibile alla posizione del ricorrente D., va dichiarato inammissibile, ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1.

Anche sul punto la corte di merito ha deciso conformemente alla consolidata giurisprudenza di questa Corte e l’esame del motivo non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa.

Ed invero, come ripetutamente evidenziato da questa Corte, gli importi da corrispondere ai medici specializzandi italiani che hanno frequentato il corso di specializzazione dopo il 31 dicembre 1982, derivanti dal tardivo recepimento delle direttive CE n. 362 del 1975 e n. 76 del 1982, non possono essere commisurati all’importo della borsa di studio così come introdotta e quantificata nel D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257, che non ha efficacia retroattiva ed è diretto ad individuare, secondo la discrezionalità del legislatore interno, la misura della retribuzione dovuta per le prestazioni fornite dai medici specializzandi.

L’obbligazione scaturente dalla mancata attuazione di direttive, invece, non ha natura né retributiva, né risarcitoria, e non può dar luogo ad una riparazione integrale, desumibile dai criteri di calcolo della legge sopracitata.

La suddetta obbligazione ha invece natura indennitaria e pararisarcitoria da quantificarsi scegliendo un parametro equitativo che sia fondato sul canone di parità di trattamento per situazioni analoghe. Tale parametro deve essere desunto dalle indicazioni contenute nella L. 19 ottobre 1999, n. 370, con la quale lo Stato italiano ha ritenuto di procedere ad un parziale adempimento soggettivo nei confronti di tutte le categorie che, dopo il 31 dicembre 1982, si siano trovate nelle condizioni fattuali idonee all’acquisizione dei diritti previsti dalle direttive comunitarie, senza però essere ricompresi nel D.Lgs. n. 257 del 1991 (Cass. n. 21498 del 2011, n. 1917 del 2012, n. 23635 del 2014).

Come affermato da Cass. n. 1917 del 2012 e 5533 del 2012, cui si rinvia per lo sviluppo argomentativo, con la L. n. 370 del 1999, art. 11, lo Stato italiano, in coerenza ai criteri dettati dalla Corte di giustizia, ha compiuto – come sopra s’e’ già detto – una aestimatio del danno da ritardata attuazione della direttiva comunitaria in grado di contemplare le sue diverse componenti, e dunque tanto il danno da mancata percezione della remunerazione adeguata da parte dello specializzando, quanto il pregiudizio relativo all’inidoneità del diploma di specializzazione al riconoscimento negli altri stati membri, e al suo minor valore sul piano interno ai fini dei concorsi per l’accesso ai profili professionali.

E’ stato inoltre affermato che il parametro di cui alla L. n. 370 del 1999, art. 11, è di per sé sufficiente a coprire tutta l’area dei pregiudizi causalmente collegabili al tardivo adempimento del legislatore italiano all’obbligo di trasposizione della normativa comunitaria, salva la rigorosa prova, da parte del danneggiato, di circostanze diverse da quelle normali, tempestivamente e analiticamente dedotte in giudizio prima della maturazione delle preclusioni assertive o di merito e di quelle istruttorie (Cass. n. 14376 del 2015).

Della tempestiva allegazione di tali circostanze nel giudizio di merito e della loro mancata considerazione da parte del giudice d’appello non vi è in ricorso alcuna specifica indicazione o doglianza merce’ l’appropriata denuncia di omesso esame ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, essendo solo in rubrica dedotto il vizio motivazionale, peraltro secondo la disposizione non più vigente.

17.1. Anche sul punto la difesa autrice del secondo ricorso ha sollecitato, al termine della illustrazione del primo motivo, l’interpello della CGUE con rinvio pregiudiziale.

L’istanza non può essere accolta.

Lo stabilire quale dovesse essere la remunerazione dovuta ai frequentanti i corsi di specializzazione in medicina e’, infatti, una scelta discrezionale che l’ordinamento comunitario ha lasciato agli Stati membri.

Dunque nessuna violazione del diritto comunitario è ipotizzabile da parte della sentenza impugnata, per la semplice ragione che il diritto comunitario non si occupa e non si è mai occupato del quantum dovuto ai frequentanti le scuole di specializzazione (v. Cass. n. 31922 del 10/12/2018; n. 17051 del 28/06/2018; n. 15520 del 13/06/2018).

Ne’ è ipotizzabile alcuna disparità di trattamento fra coloro che si sono iscritti alle scuole di specializzazione dopo il 1991 e coloro che le hanno frequentate in precedenza.

Se è vero, infatti, che ai secondi è stata riconosciuta una remunerazione maggiore del risarcimento liquidato ope legis ai primi, è altresì vero che soltanto i secondi nell’iscriversi alle scuole di specializzazione hanno assunto oneri ed impegni (il tempo pieno, in primo luogo) sconosciuti ai primi.

18. Per le stesse considerazioni è inammissibile anche il secondo motivo, discendendone anche l’inammissibilità del terzo, in quanto dichiaratamente relativo alle medesime doglianze svolte nel primo e nel secondo e proponente argomento inidoneo a rivedere il più che consolidato orientamento della giurisprudenza.

Trattandosi di un peculiare diritto (para)risarcitorio, la sua quantificazione equitativa – da compiersi, come detto, sulla base delle indicazioni contenute nella L. n. 370 del 1999 – comporta esclusivamente la decorrenza degli interessi nella misura legale (e non anche la necessità della rivalutazione monetaria, salva la prova del maggior danno ai sensi dell’art. 1224 c.c., comma 2) dalla data della messa in mora, in quanto, con la monetizzazione effettuata dalla L. n. 370 del 1999, l’obbligazione risarcitoria ha acquistato carattere di obbligazione di valuta (Cass. n. 23635 del 2014, n. 1917 del 2012, n. 458 del 2019).

19. Venendo quindi all’esame del restante motivo del primo ricorso, in punto di spese, ne va parimenti rilevata l’inammissibilità.

Costituisce, invero, jus receptum nella giurisprudenza di questa Corte il principio secondo cui esula dal sindacato di legittimità e rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito la valutazione della opportunità della compensazione, totale o parziale, delle spese processuali, essendo la statuizione sulle spese adottata dal giudice di merito sindacabile in sede di legittimità nei soli casi di violazione del divieto, posto dall’art. 91 c.p.c., di porre anche parzialmente le spese a carico della parte vittoriosa – ipotesi nella specie non ricorrente – o nel caso di compensazione delle spese stesse fra le parti adottata con motivazione illogica o erronea (Cass. Sez. U. n. 14989 del 15/07/2005; Cass. n. 3272 del 07/03/2001 e successive numerose conformi).

20. Entrambi i ricorsi devono dunque essere dichiarati inammissibili.

Le spese seguono la soccombenza.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello previsto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

dichiara inammissibili i ricorsi.

Condanna i ricorrenti difesi dall’Avv. Carlo Amoruso al pagamento, in favore delle amministrazioni controricorrenti, in solido, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Condanna i ricorrenti difesi dall’Avv. Marco Tortorella al pagamento, in favore delle amministrazioni controricorrenti, in solido, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 10.000 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti tutti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 14 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 gennaio 2022

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