Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21985 del 12/10/2020

Cassazione civile sez. II, 12/10/2020, (ud. 30/06/2020, dep. 12/10/2020), n.21985

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20402-2019 proposto da:

A.A., (alias A.K.), rappresentato e difeso

dall’Avvocato ROBERTO MAIORANA, ed elettivamente domiciliato presso

il suo studio in ROMA, VIALE ANGELICO 38;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, in persona del Ministro pro-tempore;

– intimato –

avverso il decreto n. 10035/2019 del TRIBUNALE di ROMA depositato il

27/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30/06/2020 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

A.A. (alias A.K.), cittadino del (OMISSIS), proponeva opposizione avanti al Tribunale di Roma avverso il provvedimento della competente Commissione Territoriale di diniego della domanda di riconoscimento della protezione internazionale, chiedendo il riconoscimento dello status di rifugiato e, in subordine, la protezione sussidiaria internazionale o umanitaria.

Con decreto n. 10035/2019 depositato il 27/05/2019, il Tribunale di Roma rigettava il ricorso.

In particolare, il richiedente (di religione (OMISSIS)) ribadiva quanto riferito alla Commissione, precisando che tre (OMISSIS) gli avevano commissionato la realizzazione di un muro di recinzione presso uno dei cimiteri della cittadina di (OMISSIS) e che aveva per tale opera ricevuto un anticipo di 40.000 (OMISSIS); che relativamente a tale lavoro era nato uno scontro tra (OMISSIS) e (OMISSIS), sfociato nella morte di due operai; che non aveva potuto continuare il lavoro perchè minacciato di morte dai (OMISSIS), e nel contempo pressato dai (OMISSIS), che pretendevano che lo proseguisse avendo loro corrisposto l’anticipo che il richiedente non era in grado di restituire; che pertanto era fuggito in Libia dove era rimasto per sei mesi, due dei quali trascorsi in prigione, percosso e torturato fino a perdere i denti incisivi inferiori; che era riuscito ad imbarcarsi per l’Italia grazie all’aiuto di un uomo al quale era stato venduto dai carcerieri affinchè lavorasse per lui quale muratore; che viveva in un centro di accoglienza a Roma ed aveva riallacciato i contatti telefonici con la moglie ed i bambini; e che la moglie era stata costretta a lasciare (OMISSIS) perchè i (OMISSIS) continuavano a molestarla.

Ciò premesso, il Tribunale ha rigettato la domanda del richiedente diretta al riconoscimento dello status di rifugiato, non risultando allegate situazioni di potenziale persecuzione, ma solo possibili ritorsioni conseguenti a controversie di carattere privato-civilistico, così non risultando offerti adeguati elementi che potessero avvalorare la dedotta correlazione dell’espatrio con persecuzioni legate a motivazioni anche latamente politiche.

Con riferimento al rischio di essere coinvolto nella violenza di un conflitto armato generalizzato, il Tribunale adito precisava che non fosse sufficiente a integrare la fattispecie l’esistenza di generiche situazioni personali del richiedente di instabilità, poichè le raccolte informazioni di organismi internazionali escludono l’esistenza di un conflitto armato in corso e di una situazione di violenza indiscriminata che metta a rischio la vita della popolazione, così come di una sistematica violazione dei diritti umani fondamentali e non sussiste per la parte ricorrente il rischio di un danno grave alla propria incolumità in caso di rimpatrio.

Quanto alla protezione umanitaria il Tribunale ha ritenuto che non ricorressero i presupposti per il suo riconoscimento.

Avverso detto decreto propone ricorso per cassazione il richiedente sulla base di due motivi; l’intimato Ministero dell’Interno non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo, il ricorrente lamenta, ex “Art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – Errore in procedendo. Il Tribunale non si è pronunciato sul motivo di opposizione con il quale il ricorrente ha lamentato la mancanza della videoregistrazione del colloquio reso dinanzi alla Commissione Territoriale. Sussiste pertanto un evidente vizio di omessa pronuncia su uno dei motivi di ricorso da cui deriva necessariamente la nullità del provvedimento giudiziale qui impugnato”.

1.1. – Il motivo è inammissibile.

1.2. – Questa Corte ha chiarito che ove non sia disponibile la videoregistrazione con mezzi audiovisivi dell’audizione dinanzi alla Commissione territoriale, il giudice di merito, chiamato a decidere del ricorso avverso la decisione adottata dalla Commissione, è tenuto a fissare l’udienza di comparizione delle parti a pena di nullità del suo provvedimento decisorio, salvo il caso in cui il richiedente abbia dichiarato di non volersi avvalere del supporto contenente la registrazione del colloquio (Cass. n. 618 del 2020; Cass. n. 17076 del 2019; Cass. n. 32029 del 2018; Cass. n. 17717 del 2018; Cass. n. 27182 del 2018).

L’obbligo non riguarda tuttavia anche il rinnovo dell’audizione, che grava esclusivamente sull’autorità amministrativa incaricata di procedere all’esame del richiedente: ne consegue che il giudice può decidere in base ai soli elementi contenuti nel fascicolo, ivi compreso il verbale o la trascrizione del colloquio svoltosi dinanzi alla Commissione (Cass. n. 2817 del 2019, v. anche Corte di giustizia UE, sent. 26 luglio 2017 in causa C-348/16).

Non sussiste, infatti, alcun automatismo tra la mancanza di videoregistrazione e la rinnovazione dell’ascolto del richiedente (Cass. n. 17717 del 2018). La rinnovazione dell’audizione personale dell’interessato costituisce quindi una scelta discrezionale, che compete al giudice di merito operare in base alle concrete circostanze di causa e alla necessità di vagliarle anche alla luce di quanto dichiarato di fronte alla Commissione.

Peraltro, è decisivo che, nella specie, dal contenuto dell’impugnato decreto (pag. 2) emerge che “il ricorrente, dinanzi al Giudice, confermava quanto riferito innanzi alla Commissione”, con ciò appalesandosi oltre alla avvenuta fissazione dell’udienza di comparizione, anche il rinnovo della audizione.

2. – Con il secondo motivo, il ricorrente deduce ex “Art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 (che) il Tribunale ha errato nel non applicare al ricorrente la protezione, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, non potendo essere rifiutato il permesso di soggiorno allo straniero, qualora ricorrano seri motivi di carattere umanitario, nonchè del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19 che vieta l’espulsione dello straniero che possa essere perseguitato nel suo paese d’origine o che ivi possa correre gravi rischi. Omessa applicazione dell’art. 10 Cost.”

2.1. – Il motivo è inammissibile.

2.2. – Il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa (come già detto), l’allegazione di un’erronea valutazione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione (peraltro, entro i limiti del paradigma previsto dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis alla fattispecie). Pertanto, il motivo con cui si denunzia il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 3 deve essere dedotto, a pena di inammissibilità, non solo mediante la puntuale indicazione delle norme assuntivamente violate, ma anche mediante specifiche e intelligibili argomentazioni intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie; diversamente impedendosi alla Corte di cassazione di verificare il fondamento della lamentata violazione.

Risulta, quindi, inammissibile, la deduzione di errori di diritto individuati (come nella specie) per mezzo della preliminare indicazione della norma pretesamente violata, ma non dimostrati attraverso una circostanziata critica delle soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, operata nell’ambito di una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettate nel motivo e non attraverso la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibili dalla motivazione della sentenza impugnata (Cass. n. 11501 del 2006; Cass. n. 828 del 2007; Cass. n. 5353 del 2007; Cass. n. 10295 del 2007; Cass. 2831 del 2009; Cass. n. 24298 del 2016).

Il controllo affidato a questa Corte non equivale, infatti, alla revisione del ragionamento decisorio, ossia alla opinione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe in una nuova formulazione del giudizio di fatto, in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità (Cass. n. 20012 del 2014; richiamata anche dal Cass. n. 25332 del 2014). Sicchè, in ultima analisi, tale motivo si connota quale riproposizione, notoriamente inammissibile in sede di legittimità, di doglianze di merito che attingono all’apprezzamento delle risultanze istruttorie motivatamente svolto dalla Corte di merito (Cass. n. 24817 del 2018).

2.3. – Orbene, conformemente a quanto rilevato da questa Corte (Cass. n. 2561 del 2020) le censure proposte nella sostanza si risolvono nella denuncia, di per sè inammissibile nel giudizio di legittimità, di errata valutazione da parte del Giudice del merito del materiale probatorio acquisito ai fini della ricostruzione dei fatti sulla cui base è stata respinta la domanda di protezione umanitaria; esse pertanto finiscono con l’esprimere un mero dissenso rispetto alle motivate valutazioni delle risultanze processuali effettuate dal Tribunale a proposito della condizione personale del ricorrente sulla base sia dei dati tratti da fonti accreditate sia delle dichiarazioni dell’interessato.

Nella specie, viceversa, risulta esplicitato che il rigetto della protezione umanitaria sia stato disposto non già per asserita mancata o inadeguata valutazione comparativa (Cass. n. 4455 del 2018), quanto piuttosto per la mancanza di elementi da cui desumere che l’interessato versi in una delle ipotesi di vulnerabilità rilevanti per la suddetta forma di protezione, non essendo stata neanche dimostrata, in modo specifico, l’avvenuta integrazione e stabilizzazione in Italia. La motivazione contenuta nel decreto impugnato, con riguardo alle statuizioni contestate, risulta dotata della adeguata e coerente esposizione sia delle ragioni di fatto della decisione, sia delle ragioni di diritto della decisione in parte qua; sicchè la esposizione logica e congrua del caso di specie consente di cogliere l’iter logico-giuridico seguito e comprendere se le tesi prospettate dalle parti siano state tenute presenti nel loro complesso.

3. – Per tutto quanto sopra esposto, il ricorso va dichiarato inammissibile. Nulla per le spese in ragione del fatto che l’intimato non ha svolto alcuna difesa. Va emessa la dichiarazione D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile della Corte Suprema di Cassazione, il 30 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 12 ottobre 2020

 

 

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