Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21935 del 12/10/2020

Cassazione civile sez. II, 12/10/2020, (ud. 03/07/2020, dep. 12/10/2020), n.21935

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 21044/2019 R.G. proposto da:

O.B., c.f. (OMISSIS), elettivamente domiciliato, con

indicazione dell’indirizzo p.e.c., in San Benedetto del Tronto, alla

piazza Pericle Fazzini, n. 8, presso lo studio dell’avvocato

Cristina Perozzi, che lo rappresenta e difende in virtù di procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, c.f. (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12,

domicilia per legge;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 7501/2019 del Tribunale di Ancona;

udita la relazione nella Camera di consiglio del 3 luglio 2020 del

consigliere Dott. Luigi Abete.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. O.B., cittadino della Nigeria, originario della regione dell’Edo State, cristiano cattolico, formulava istanza di protezione internazionale.

Esponeva che nel suo paese era stato coinvolto, suo malgrado, nel rito di iniziazione ai fini della cooptazione in una setta religiosa, rito al quale tuttavia era riuscito a sottrarsi; che nei giorni successivi, a fronte del suo rifiuto a far parte della setta, era stato minacciato e percosso e, sebbene avesse denunciato l’accaduto alla polizia locale, nessuna conseguenza la denuncia aveva sortito; che si era dunque determinato ad abbandonare la Nigeria, onde non esporre a repentaglio la sua vita e la sua personale incolumità; che aveva dapprima raggiunto la Libia, ove era rimasto dall’ottobre del 2015 al giugno del 2017, indi dalla Libia si era trasferito in Italia.

2. La Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Ancona rigettava l’istanza.

3. Con decreto n. 7501/2019 il Tribunale di Ancona respingeva il ricorso proposto da O.B. avverso il provvedimento della commissione territoriale.

Premetteva il tribunale che le dichiarazioni rese dal ricorrente non erano attendibili, siccome generiche, non circostanziate ed incoerenti.

Esplicitava quindi che non sussistevano i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, ossia che non si aveva riscontro di fatti costituenti “persecuzione grave” nei confronti del ricorrente, viepiù che costui non aveva allegato di essere affiliato politicamente o di appartenere ad una minoranza etnica o religiosa.

Esplicitava altresì che non sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2014, art. 14, ex lett. a), b) e c),.

Esplicitava segnatamente che le dichiarazioni del ricorrente circa le ragioni che l’avevano indotto ad abbandonare il suo paese, erano inidonee a giustificare nei suoi confronti pur l’adozione di un provvedimento di protezione sussidiaria.

Esplicitava infine che non sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria; che, invero, nel quadro della debita valutazione comparativa, il ricorrente, qualora rimpatriato, non si sarebbe ritrovato in condizioni di elevata vulnerabilità.

Esplicitava segnatamente che non si aveva riscontro di una effettiva integrazione del ricorrente nel tessuto socioeconomico italiano; che a tal riguardo non poteva esplicare valenza la promessa di un’assunzione lavorativa condizionata a favorevoli condizioni di mercato e con un salario inferiore all’importo dell’assegno sociale; che ulteriormente nel caso di specie non si aveva riscontro di patologie talmente gravi da esporre a repentaglio, in caso di rimpatrio, la vita e l’incolumità del ricorrente.

4. Avverso tale decreto ha proposto ricorso O.B.; ne ha chiesto sulla base di tre motivi la cassazione con ogni conseguente statuizione.

Il Ministero dell’Interno si è costituito tardivamente, ai soli fini della partecipazione all’eventuale udienza pubblica.

5. Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c., D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 10, comma 4, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1, nonchè la violazione delle norme costituzionali e della C.E.D.U. in ordine al diritto ad un giusto processo; il difetto di motivazione.

Denuncia segnatamente “la mancata traduzione della decisione della Commissione Territoriale e della sentenza di Appello, incomprensibile all’odierno ricorrente” (così ricorso, pag. 3).

6. Il primo motivo va respinto.

7. La ragione di censura che il mezzo in disamina veicola, non risulta, con riferimento al provvedimento della commissione territoriale, dedotta dinanzi al tribunale.

La questione è dunque – per tale aspetto – nuova in questa sede.

8. Al contempo il ricorrente riferisce della mancata traduzione “della sentenza di Appello”, ma a rigore non vi è stato alcun provvedimento d’appello.

Inoltre l’articolato ricorso per cassazione all’uopo esperito dimostra che il decreto del tribunale di Ancona è stato ben compreso e recepito.

9. In ogni caso la mancata traduzione del provvedimento della commissione territoriale è irrilevante, perchè il tribunale doveva esaminare il diritto alla protezione internazionale (cfr. Cass. (ord.) 22.3.2017, n. 7385, secondo cui, in tema di protezione internazionale, la nullità del provvedimento amministrativo, emesso dalla commissione territoriale, per omessa traduzione in una lingua conosciuta dall’interessato o in una delle lingue veicolari, non esonera il giudice adito dall’obbligo di esaminare il merito della domanda, poichè oggetto della controversia non è il provvedimento negativo ma il diritto soggettivo alla protezione internazionale invocata, sulla quale comunque il giudice deve statuire, non rilevando in sè la nullità del provvedimento ma solo le eventuali conseguenze di essa sul pieno dispiegarsi del diritto di difesa; Cass. (ord.) 15.5.2019, n. 13086).

10. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione dell’art. 112 c.p.c., la nullità del decreto per omessa pronuncia; la violazione dell’art. 2 Cost. e art. 10 Cost., comma 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 11 e 17; ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 l’omessa ed insufficiente motivazione, il vizio di motivazione apparente e tautologica.

Deduce che ha errato il tribunale a disconoscere la protezione sussidiaria di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).

Deduce che dal rapporto annuale 2016 – 2017 di Amnesty International si evince che in Nigeria persiste una situazione di estrema precarietà, che tuttora imperversano, prevalentemente contro i cristiani, i guerriglieri jihadisti di “(OMISSIS)”; che dunque, pur in dipendenza della sua personale vicenda, qualora rimpatriato, sarebbe esposto al rischio di un danno grave.

11. Il secondo motivo del pari va respinto.

12. Non sussistono nè il vizio di omessa pronuncia nè il vizio di omessa motivazione nè il vizio di motivazione apparente.

Evidentemente il tribunale ha pronunciato e congruamente motivato in ordine alla invocata protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex lett. c).

13. In ogni caso questa Corte spiega che, in tema di protezione sussidiaria, l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), che sia causa per il richiedente di una sua personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave, quale individuato dalla medesima disposizione, implica un apprezzamento “di fatto” rimesso al giudice del merito; il risultato di tale indagine può essere censurato, con motivo di ricorso per cassazione, nei limiti consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr. Cass. 21.11.2018, n. 30105; Cass. (ord.) 12.12.2018, n. 32064).

14. Su tale scorta, nel solco dell’insegnamento n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte, si osserva quanto segue.

Per un verso, è da escludere che taluna delle figure di “anomalia motivazionale” destinate ad acquisire significato alla luce della citata pronuncia delle sezioni unite – e tra le quali non è annoverabile il semplice difetto di sufficienza della motivazione – possa scorgersi in relazione alle motivazioni cui, in parte qua, il Tribunale di Ancona ha ancorato il suo dictum.

Invero il tribunale ha compiutamente ed intellegibilmente esplicitato il proprio iter argomentativo.

In particolare ha evidenziato, alla luce delle risultanze di talune fonti di informazione, quali quelle, pubblicate il 10.5.2019, del Centro austriaco per la ricerca e la documentazione sui paesi d’origine e asilo, che i territori nigeriani del sud, tra cui l’Edo State, ovvero lo Stato di provenienza del ricorrente, non sono interessati da conflitti armati o da violenze generalizzate, in guisa da comportare per i civili residenti nei medesimi territori un concreto rischio per la vita o l’incolumità personale.

Per altro verso, il tribunale ha sicuramente disaminato il fatto decisivo caratterizzante, in parte qua, la res litigiosa, ossia la concreta sussistenza dell’ipotesi in astratto prefigurata al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).

Per altro verso ancora, il ricorrente, in fondo, non adduce a supporto delle sue prospettazioni fonti di informazioni più recenti sulla situazione socio – politica attualmente esistente in Nigeria (cfr. Cass. 18.2.2020, n. 4037, secondo cui, in tema di protezione internazionale, il motivo di ricorso per cassazione che mira a contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle cd. fonti privilegiate, di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, deve evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, in violazione del cd. dovere di collaborazione istruttoria, sono state oggettivamente travisate ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate).

15. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia la violazione degli artt. 112 e 353 c.p.c., D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 11 e 17, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6; il vizio di motivazione.

Deduce che ha errato il tribunale a disconoscere la protezione umanitaria.

Deduce che il tribunale non ha considerato, da un lato, la gravità delle condizioni politiche, sociali ed economiche del suo paese d’origine, dall’altro, il percorso di integrazione in atto in Italia, quale riscontrato dal lavoro a tempo indeterminato, non già a tempo determinato, dall’altro ancora, la sua condizione di infermità.

Deduce quindi che, qualora rimpatriato, verserebbe in condizioni di elevata vulnerabilità ovvero subirebbe la significativa menomazione dei suoi diritti fondamentali.

16. Il terzo motivo parimenti va respinto.

17. Senza dubbio, in tema di concessione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, la condizione di “vulnerabilità” del richiedente deve essere verificata caso per caso, all’esito di una valutazione individuale della sua vita privata in Italia, comparata con la situazione personale vissuta prima della partenza ed alla quale si troverebbe esposto in caso di rimpatrio, non potendosi tipizzare le categorie soggettive meritevoli di tale tutela che è invece atipica e residuale, nel senso che copre tutte quelle situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento dello status di “rifugiato” o della protezione sussidiaria, tuttavia non possa disporsi l’espulsione (cfr. Cass. 15.5.2019, n. 13079; cfr. Cass. 23.2.2018, n. 4455, secondo cui, in materia di protezione umanitaria, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza).

18. E nondimeno non può che darsi atto che le ragioni di doglianza che il mezzo di impugnazione in esame veicola, recano, al più, censura del giudizio “di fatto” cui, pure in parte qua, il tribunale ha atteso, giudizio “di fatto” inevitabilmente postulato dalla valutazione comparativa, caso per caso, necessaria ai fini del riscontro della condizione di “vulnerabilità” – e soggettiva e oggettiva – del richiedente.

19. Ebbene, in quest’ottica, analogamente nei limiti della novella formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ed alla luce della menzionata pronuncia n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite, non può che opinarsi nel senso che nessuna ipotesi di “anomalia motivazionale” inficia, anche in parte qua, le motivazioni del dictum marchigiano.

Del resto, il ricorrente correla la prefigurata sua elevata vulnerabilità, in ipotesi di rimpatrio, alla pretesa precaria situazione sociale, politica ed economica della Nigeria (cfr. ricorso, pag. 11), all’assenza in patria di legami familiari (cfr. ricorso, pag. 11), all’asserita documentata sua effettiva integrazione in Italia (cfr. ricorso, pag. 10), alla sua condizione di infermità (cfr. ricorso, pag. 9).

E però in tal guisa sollecita questo Giudice del diritto a valutazioni rilevanti sul piano del giudizio “di fatto” nonchè al riesame delle risultanze istruttorie.

20. Il Ministero dell’Interno non ha sostanzialmente svolto difese. Nonostante il rigetto del ricorso nessuna statuizione in ordine alle spese va pertanto assunta.

21. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis, D.P.R. cit., se dovuto (cfr. Cass. sez. un. 20.2.2020, n. 4315).

PQM

La Corte rigetta il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis, D.P.R. cit., se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 3 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 12 ottobre 2020

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA