Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21932 del 21/09/2017


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Cassazione civile, sez. III, 21/09/2017, (ud. 23/06/2017, dep.21/09/2017),  n. 21932

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. AMBROSI Irene – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18150/2014 proposto da:

RETI TELEVISIVE ITALIANE SPA, RTI SPA, in persona del procuratore

speciale Avv. L.S., elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA CICERONE 60, presso lo studio dell’avvocato STEFANO PREVITI, che

la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ALESSANDRO IZZO

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

B.F.S., C.G., D.P.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DARDANELLI, 23, presso lo

studio MATTEO ADDUCI, rappresentati e difesi dall’avvocato FRANCESCO

BORASI giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2073/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 28/03/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23/06/2017 dal Consigliere Dott. IRENE AMBROSI;

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del

Sostituto Procuratore generale Dott. soldi ANNA MARIA, che ha

concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza n. 2073 del 28 marzo 2014 la Corte d’Appello di Roma, ha respinto l’impugnazione proposta da R.T.I. Reti Televisive Italiane s.p.a. avverso la pronunzia n. 17717 del 19 settembre 2007 del Tribunale della stessa città – con cui era stata accolta la domanda proposta da B.F.S., C.G. e D.P. e condannata l’odierna ricorrente – concessionaria della rete televisiva (OMISSIS) – al risarcimento dei danni (liquidati in Euro 50.000,00 per ciascuno) subiti dai predetti per effetto della diffusione televisiva di espressioni lesive del loro onore, pronunciate da S.V., conduttore della trasmissione “(OMISSIS)” in data (OMISSIS).

Avverso la decisione della Corte di appello di Roma R.T.I. Reti televisive italiane S.p.a. ha proposto ricorso per cassazione articolato in due motivi. Hanno resistito con controricorso gli originari attori B.F.S., C.G. e D.P..

Entrambe le parti hanno depositato memorie ex art. 380 bis c.p.c..

Ha depositato conclusioni scritte il Pubblico Ministero.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia la nullità della sentenza e del procedimento “per pronuncia extra petitum e omessa pronuncia su motivo d’appello in violazione dell’art. 112 c.p.c.” sotto un duplice profilo (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), per aver, da un canto, riconosciuto il danno non patrimoniale e per averlo liquidato sulla base di una valutazione equitativa, sebbene gli odierni resistenti non avessero allegato nè provato alcuna specifica voce di danno e, dall’altro, per omessa pronuncia sullo specifico motivo di appello con cui la stessa R.T.I. aveva contestato l’asserito difetto di allegazione e prova in ordine al danno liquidato.

2. Il motivo non è fondato rispetto ad entrambi i profili denunciati.

Non lo è quanto al profilo di censura con cui si evoca la violazione dell’art. 112 c.p.c., per pronuncia resa dal primo giudice e reiterata da quello di appello, sul danno non patrimoniale in assenza di allegazioni a supporto; infatti, posto che la stessa ricorrente evidenzia che gli originari attori avevano domandato il risarcimento dei “danni non patrimoniali e all’immagine subiti (…) risarcibili ai sensi degli artt. 2043 e 2059 c.c. e art. 185 c.p.”, non viene in rilievo una violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, di cui all’art. 112 c.p.c., poichè il giudice del merito si è, viceversa, pronunciato proprio su una domanda espressa dalla parte.

In proposito, questa Corte ha già affermato che l’unitarietà del diritto al risarcimento e il suo riflesso processuale, costituito dall’ordinaria infrazionabilità del giudizio di liquidazione, comportano che, quando un soggetto agisce in giudizio per chiedere il risarcimento dei danni cagionatigli da un determinato comportamento del convenuto, la domanda si riferisce a tutte le possibili voci di danno originate da quella condotta. Ora, è ben vero che tale principio soffre eccezioni nel caso in cui nell’atto introduttivo siano indicate e quantificate specifiche voci di danno, ma ciò sempre e solo nell’ipotesi in cui la specificazione si presti ad essere ragionevolmente intesa come volontà di escludere dal petitum le voci non menzionate, dovendo altrimenti alla stessa attribuirsi un valore meramente esemplificativo dei vari profili di pregiudizio dei quali si intende ottenere il ristoro (v. Sez. 3, 31/08/2011 n. 17879, Rv. 619359-01; Sez. 3, 19/05/2006 n. 11761, Rv. 590834-01 e, più di recente, Sez. 3, 13/10/2016, n. 20643, Rv.642923-01).

Non è fondato neppure con riferimento al secondo profilo con cui si denuncia l’omessa pronunzia tenuto conto che, diversamente da quanto opinato dalla ricorrente, la Corte territoriale si è specificatamente pronunciata in merito al motivo di appello vertente sulla asserita mancata allegazione e prova del danno non patrimoniale, ritenendolo infondato sulla base delle seguenti corrette considerazioni: “E’ pacificamente condivisa in giurisprudenza la possibilità di liquidare il danno non patrimoniale in via equitativa. In particolare la mancata indicazione in maniera minuziosa e specifica dei danni sofferti non esclude il potere del giudice di valutarli equitativamente soprattutto sulla base delle circostanze di fatto ricavabili dal contesto in cui si è consumato il fatto illecito” (cfr. punto 6^, pag. 16 in motivazione). Ne deriva che il profilo lamentato in esame esula dall’ambito della denuncia di violazione prospettata.

3. Con il secondo motivo la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione di norme di diritto (artt. 1223,1226,2043,2059 c.c., art. 2697 c.c., comma 1, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) e censura la sentenza della Corte territoriale nella parte in cui (conformemente a quanto statuito dalla pronuncia di prime cure) ha riconosciuto agli originari attori (oggi resistenti) il risarcimento a titolo di danno non patrimoniale, compiendo l’accertamento dello stesso “in totale assenza di prove relative ai danni asseritamente subiti”. Ad avviso della ricorrente, la Corte di merito avrebbe dovuto accertare prima la effettiva sussistenza dei danni non patrimoniali lamentati e dopo, sulla base di elementi di prova (che in realtà non sarebbero stati forniti) quantificare il danno.

4. Neppure l’illustrato motivo è fondato.

Giova sinteticamente rammentare i principi di diritto espressi da questa Corte in tema di liquidazione del danno non patrimoniale da diffamazione per i quali essa presuppone una valutazione necessariamente equitativa (cfr., tra le altre, Sez. 3, 05/12/2014 n. 25739, Rv. 633642-01) non censurabile in cassazione, sempre che i criteri seguiti siano enunciati in motivazione (Sez. 3, 04/04/2013, n. 8213 Rv. 625787-01), non siano manifestamente incongrui rispetto al caso concreto o radicalmente contraddittori o macroscopicamente contrari a dati di comune esperienza (cfr. in tema di liquidazione con metodo equitativo, Sez. 3, 26/01/2010 n. 1529, Rv. 611250-01; cfr. altresì in tema di risarcimento del danno non patrimoniale per molestie sessuali subite da una lavoratrice, Sez. L n. 12318 del 19/05/2010 Rv. 613621-01; cfr. da ultimo in tema di danno non patrimoniale da lesione della reputazione, Sez. 3, 25/05/2017, n. 13153, Rv. 644406-01) ovvero l’esito della loro applicazione risulti particolarmente sproporzionato per eccesso o per difetto (cfr. Sez. 3, 08/11/2007 n. 23304, Rv. 600376-01).

Quanto ai presupposti di esercizio del potere di liquidazione equitativa, va qui riaffermato l’orientamento secondo cui, una volta appurata l’esistenza di un danno risarcibile, il ricorso alla quantificazione giudiziale equitativa è legittimo non solo quando sia impossibile stimare con precisione l’entità dello stesso, ma anche quando, in relazione alla peculiarità del caso concreto, la precisa determinazione di esso risulti particolarmente difficoltosa (Sez. 3, 18/04/2005 n. 8004, Rv. 582202-01). Nell’operare la valutazione equitativa il giudice di merito non è, d’altra parte, tenuto a fornire una dimostrazione minuziosa e particolareggiata della corrispondenza tra ciascuno degli elementi esaminati e l’ammontare del danno liquidato, essendo necessario e sufficiente che il suo accertamento scaturisca da un esame della situazione processuale globalmente considerata.

Ciò è quanto è stato fatto nella sentenza impugnata.

Neppure, come sostiene la ricorrente, sarebbe mancata l’indicazione, da parte dei danneggiati, e l’individuazione, da parte del giudice, di elementi da cui trarre la prova presuntiva del danno non patrimoniale da lesione della reputazione personale; difatti la Corte territoriale – richiamando la sentenza di primo grado – ha, in sostanza, confermato gli elementi già valutati dal Tribunale, desunti dalla “qualità notoria dei soggetti diffamati”, dalla “rilevanza su scala nazionale dell’emittente televisiva”, dall’altrettanto “notoria figura del soggetto diffamante”, nonchè e soprattutto dalla “gravità del fatto attribuito agli odierni appellati con le dichiarazioni in discussione” (pag. 17 in motivazione), per trarre da essi la conclusione della sussistenza del danno già liquidato in primo grado.

Pertanto, la sentenza è conforme al criterio di giudizio per il quale la prova del danno non patrimoniale da diffamazione a mezzo stampa può essere data con ricorso al notorio e tramite presunzioni (cfr. Sez. 3, 18/11/2014 n. 24474, Rv. 633450-01), assumendo, a tal fine, come idonei parametri di riferimento la diffusione dello scritto, la rilevanza dell’offesa e la posizione sociale della persona colpita, tenuto conto del suo inserimento in un determinato contesto sociale e professionale (cfr. Sez. 3, 25/08/2014 n. 18174, Rv. 633036-01, in tema di diffamazione tramite internet).

6. In definitiva, il ricorso deve essere respinto.

7. La ricorrente va condannata o a rivalere la controparte delle spese sopportate nel giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13 m comma 1-bis.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione in favore della controparte, che liquida in complessivi Euro 5.000,00 oltre Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfetarie nella misura del 15 per cento ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 23 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 21 settembre 2017

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