Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21917 del 21/10/2011

Cassazione civile sez. II, 21/10/2011, (ud. 28/09/2011, dep. 21/10/2011), n.21917

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – rel. Consigliere –

Dott. PROTO Cesare Antonio – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 2436/2006 proposto da:

F.A. (OMISSIS), F.L. (OMISSIS),

F.P. (OMISSIS), F.V.

(OMISSIS), giusta procura speciale per Notaio CALI’ ALBERTO

rep. 15636 del 3/1/200 6, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA G.B.

VICO 32, presso lo studio dell’avvocato SCOCCINI Enrico, che li

rappresenta e difende unitamente all’avvocato BASTIANINI PAOLO;

– ricorrenti –

contro

S.R.;

– intimato –

sul ricorso 6342/2006 proposto da:

S.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PAOLO

EMILIO 34, presso lo studio dell’avvocato DE NINNO MARCELLA,

rappresentato e difeso dall’avvocato SANTI LAURINI ROBERTO;

– controricorrente ricorrente incidentale –

contro

F.L., F.P., F.V., F.

A., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA G.B. VICO 31, presso lo

studio dell’avvocato SCOCCINI ENRICO, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato BASTIANINI PAOLO;

– controricorrenti al ricorso incidentale –

avverso la sentenza n. 1609/2005 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 37/11/2005;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

28/09/2011 dal Consigliere Dott. GAETANO ANTONIO BURSESE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PRATIS Pierfelice, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso

principale, rigetto del ricorso incidentale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

S.R. con citazione ritualmente notificata, conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Firenze, P., L., V. ed F.A. e premesso di avere stipulato con costoro un contratto preliminare per la vendita di un immobile, versando a titolo di caparra la somma di L. 100.000.000, lamentava che i medesimi non si erano presentati per la stipula del rogito fissato per il giorno 14.1.92 e che inoltre il contratto era nullo in quanto le parti avevano pattuito di indicare nel contratto definitivo un prezzo inferiore al reale. Chiedeva pertanto a declaratoria di nullità ovvero di risoluzione del contratto stesso, con la condanna dei convenuti alla restituzione della caparra. Si costituivano i F. deducendo che la mancata stipula del definitivo era attribuibile invece allo stesso promittente acquirente che non si era presentato avanti al notaio il 14.1.92, per cui in via riconvenzionale chiedevano che fosse dichiarata la risoluzione del contratto per decorrenza del termine essenziale ovvero per inadempimento dell’acquirente, con l’affermazione del loro diritto alla ritenzione della caparra.

L’adito tribunale con sentenza n. 1594/2003 del 26.5.2003 rigettava la domanda attrice e dichiarava che i convenuti avevano diritto a trattenere la caparra ricevuta, atteso l’accertato inadempimento dello S., che dichiarando di non volere adempiere in mancanza dell’adempimento altrui, aveva causato la risoluzione del contratto con il conseguente diritto dei venditori a trattenersi la somma versata a titolo di caparra.

Avverso la suddetta sentenza proponeva appello lo S. che riteneva invece inadempienti i promittenti venditori che avrebbero impedito il 14.1.92 la stipulazione del contratto definitivo, per cui insisteva per la restituzione del doppio della caparra a suo tempo versata. Si costituivano gli appellati chiedendo il rigetto dell’impugnazione siccome infondata con il favore delle spese del doppio grado.

L’adito Corte d’Appello di Firenze n. 1609/05 depos. in data 7.11.2005 in parziale accoglimento dell’impugnazione, dichiarava la risoluzione del contratto preliminare di compravendita per l’inadempimento dello S.; condannava quest’ultimo a pagare agli appellati, a titolo di risarcimento del danno la somma di Euro 25.682,02, oltre gli interessi legali dal 26 ottobre 2000; condannava i F. in solido a restituire all’appellante a somma di Euro 51.645,69 (quale anticipo del prezzo) oltre interessi legali dal 26.7.1991, dichiarando compensate tra le parti le spese del doppio grado. La Corte ribadiva che la risoluzione del contratto preliminare era ascrivibile a grave inadempimento dello S., che convocato il 21.3.92 di fronte al notaio, si era rifiutato con lettera 9.3.92, di sottoscrivere l’atto definitivo, per cui era condannato al risarcimento del danno in favore degli appellati che invece avevano adempiuto alle rispettive obbligazioni. Questi a loro volta dovevano restituire la somma ricevuta quale anticipo del prezzo, proprio in conseguenza della pronunciata risoluzione del contratto, i cui effetti retroagivano al momento della stipula.

Avverso la predetta pronuncia, i F. ricorrono per cassazione sulla base di 3 mezzi; resiste con controricorso S. che ha proposto altresì appello incidentale fondato su 3 censure; gli intimati resistono con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente occorre procedere alla riunione dei ricorsi.

Passando all’esame del ricorso principale, rileva il Collegio che, con il primo motivo gli esponenti denunziano la violazione degli artt. 112 e 346 c.p.c., in relazione ai principi relativi alla corrispondenza tra chiesto e pronunciato. Deducono la nullità del capo della sentenza con cui il giudice di seconde cure ha disposto la restituzione della caparra (qualificata dalla Corte territoriale quale “anticipo del prezzo”) in quanto pronuncia su di una domanda mai proposta e comunque non devoluta alla cognizione del giudice d’appello. Gli appellati avevano solo chiesto il rigetto dell’appello dello S. ed il giudice una volta pronunciatosi, avrebbe dovuto concludere il proprio esame limitandosi a statuire sulle sola condanna alle spese.

Con il secondo motivo (in subordine) i ricorrenti denunciano la violazione di norme di diritto in relazione all’art. 1385 c.c. e l’omessa, l’insufficiente e contraddittoria motivazione perche, pur avendo ritenuto l’inadempimento dello S., aveva poi affermato che i F. non potevano trattenersi la caparra; in realtà l’art. 1385 c.c., consente alla parte adempiente di poter scegliere tra il ritenere la caparra ovvero chiedere il risarcimento del danno; i F. avevano optato solo per la ritenzione della caparra senza domandare il risarcimento del danno.

Entrambe le predette censure – congiuntamente esaminate stante la loro connessione – non hanno giuridico pregio.

La pronuncia impugnata invero ha coerentemente stabilito che gli effetti della risoluzione retroagiscono al momento della stipula ciò che comporta la restituzione della somma di L. 100.000.000, in quanto incamerata a titolo di “anticipo del prezzo” Sulla qualifica giuridica della somma in questione, dalla Corte considerata quale acconto sul prezzo (cioè come prestazione anticipata) invece di caparra, i ricorrenti non hanno proposto una specifica impugnazione.

Questa S.C. ha precisato al riguardo, che, ai sensi dell’art. 1458 c.c., alla risoluzione del contratto consegue sia un effetto liberatorio, per le obbligazioni che ancora debbono essere eseguite, sia un effetto restitutorio, per quelle che siano, invece, già state oggetto di esecuzione ed in relazione alle quali sorge, per l’accipiens, il dovere di restituzione, anche se le prestazione risultino ricevute dal contraente non inadempiente (Cass. Sez. 2, n. 18518 del 14/09/2004).

Per quanto riguarda la differenza tra caparra e anticipo del prezzo d’acquisto, questa S.C. si è così espressa: “La consegna anticipata di una somma di danaro effettuata dall’uno all’altro dei contraenti al momento della conclusione di un negozio ha natura di caparra confirmatoria qualora risulti che le parti abbiano inteso perseguire gli scopi di cui all’art. 1385 c.c., attribuendo all’anticipato versamento non soltanto l’obbiettiva funzione di anticipazione della prestazione dovuta, ma anche quella di rafforzamento e di garanzia del vincolo obbligatorio, così che, distinguendosi le due funzioni soltanto rispetto alla destinazione finale della somma versata, questa, in caso di esatto adempimento, verrà imputata in conto prezzo, mentre, nell’opposta ipotesi di inadempimento, verrà ritenuta dalla parte non inadempiente (ovvero richiesta nella misura del doppio), previo esercizio del diritto di recesso, a titolo di liquidazione anticipata del danno (salvo che detta parte non preferisca avvalersi dell’ordinaria azione contrattuale, domandando l’esecuzione in forma specifica o la risoluzione del contratto, con relativo risarcimento del danno). Ne consegue che, assolvendo la corrisposta somma di denaro a ciascuno dei ricordati scopi nella sua interezza, non è consentito al giudice di merito, in caso di successivo inadempimento di uno dei contraenti, ridurne (arbitrariamente) l’importo, attribuendo soltanto a parte di essa la funzione di caparra, ed alla parte restante quella di prestazione anticipata, con conseguente diritto di ritenzione soltanto parziale per il contraente non inadempiente” (Cass. Sez. 2, n. 7935 del 23/08/1997).

Passando al 3^ motivo, con esso gli esponenti denunziano la violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto in relazione agli artt. 1458 e 2003 c.c.. Deducono che erroneamente il giudice d’appello ha fatto decorrere gli interessi sulla somma da restituire da parte di essi F. dalla data di versamento (26.7.91) anzichè dalla data della domanda. Si sottolinea che … “l’effetto restitutorio si verifica indipendentemente dall’inadempimento della parte tenuta alla restituzione, facendo la risoluzione del contratto venir meno la causa di pagamento, ma laddove la stessa parte tenuta alla restituzione sia non inadempiente, comunque dovrà essere considerata quale accipiens in buona fede e dunque, ai sensi dell’art. 2033 c.c., gli interessi sulla somma da restituire decorrono solo dalla data della domanda”.

La censura appare fondata. Trattandosi di obbligazione pecuniaria gli interessi decorrono dalla domanda e non dalla consegna della somma.

Secondo la giurisprudenza di questa S.C., invero, nel caso di obbligo restitutorio conseguente alla risoluzione del contratto, avente per oggetto prestazioni pecuniarie, il ricevente è tenuto a restituire le somme percepite maggiorate degli interessi e questi vanno calcolati dal giorno della domanda di risoluzione (Cass. Sez. 2^, Sentenza n. 18518 del 14/09/2004; Cass. n. 5520 del 29.02.2008; Cass. n. 7623 del 30.3.2010).

Passando all’esame del ricorso incidentale lo stesso è inammissibile in quanto è privo del tutto dell’esposizione sommaria del fatto ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 3 e art. 371 c.p.c..

Conclusivamente: dev’essere rigettato il 1^ ed il 2^ motivo del ricorso principale; accolto il 3^ motivo e dichiarato inammissibile il ricorso incidentale; consegue la cassazione della sentenza impugnata in relazione al motivo accolto ed il rinvio della causa, anche per le spese di questo giudizio ad altra sezione della Corte d’Appello di Firenze, che si atterrà al principio di diritto di cui sopra.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi; rigetta il 1^ ed il 2^ motivo del ricorso principale; accoglie il 3^ motivo; dichiara inammissibile il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per le spese di questo giudizio ad altra sezione della Corte d’Appello di Firenze.

Così deciso in Roma, il 28 settembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 21 ottobre 2011

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