Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21890 del 28/10/2016


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Cassazione civile sez. lav., 28/10/2016, (ud. 22/06/2016, dep. 28/10/2016), n.21890

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amalia – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – rel. Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

Sul ricorso 5042-2013 proposto da:

M.E., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA PORTUENSE 104, presso lo studio dell’avvocato STUDIO DE ANGELIS,

rappresentato e difeso dall’avvocato ROBERTA BUONOMO, giusta delega

in atti;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI CASTELLAMMARE DI STABIA, C.f. (OMISSIS), in persona del

Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SICILIA,

50, presso lo studio dell’avvocato STUDIO AVV. NAPOLITANO,

rappresentato e difeso dall’avvocato RICCARDO MARONE, giusta delega

in atti;

– controricorrente –

avverso, la sentenza n. 3174/2012 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

DEPOSITATA il 18/08/2012 59534/2007;

udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 22/06/16 dal

consigliere dott. DANIELA BLASUTTO;

udito l’avvocato VIOLANTE GIANCARLO per delega BUONOMO ROBERTA;

udito il P.M. in persona del sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte di appello di Napoli, con sentenza n. 3174/2012, in riforma della pronuncia del Tribunale di Torre Annunziata, in accoglimento del ricorso proposto dal Comune di Castellammare di Stabia, ha rigettato la domanda proposta da M.E. diretta all’accertamento della illegittimità del decreto sindacale del n. 53850 del 9.12.2002, dell’ordine di servizio n. 2404 del 12.12.2002 e del decreto sindacale n. 3453 del 24.1.2003, con cui le funzioni dirigenziali del Settore Urbanistica erano state attribuite ad un altro funzionario, e diretta ad ottenere la condanna del Comune al pagamento delle differenze retributive per lo svolgimento di “incarico dirigenziale” con decorrenza dal 12.12.2002 e fino al 28.2.2004.

2. L’arch. M., architetto inquadrato in posiziorie D3, premesso di essere dipendente di ruolo del Comune di Castellammare di Stabia sin dal 1982, in qualità di Architetto capo presso la Divisione Urbanistica con qualifica di Funzionario D3, aveva esposto: a) che con decreto sindacale del 20.6.2001 emesso D.Lgs. n. 267 del 2000, ex art. 107 gli erano state assegnate le funzioni dirigenziali del Settore Urbanistica con effetto dal (OMISSIS) e che a tale provvedimento aveva fatto seguito il decreto sindacale di proroga del 20.4.2002; b) che con decreto sindacale n. 53850 del 9.12.2002 era stato privato delle funzioni dirigenziali del Settore Urbanistica ed era stato trasferito al Settore Lavori Pubblici, quale responsabile del Servizio Protezione Civile; c) che tale provvedimento era illegittimo in quanto adottato in violazione del D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 109, comma 1, e dell’art. 8 del contratto collettivo decentrato per il personale dirigente; d) che pertanto aveva diritto al pagamento delle differenze retributive che avrebbe maturato fino al compimento del biennio (ossia fino al (OMISSIS)) previsto come periodo minimo di durata dell’incarico dirigenziale dall’art. 8 cit..

3. La Corte di appello, nel riformare la sentenza di primo grado che aveva ravvisato il diritto del ricorrente a permanere nelle funzioni dirigenziali alla stregua del disposto del D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 109, comma 1, ha ritenuto che nessun diritto poteva rivendicare l’arch. M. alla stregua di tale disciplina.

3.1. La Corte territoriale ha svolto le seguenti considerazioni:

a) Il D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 109 (testo unico enti locali) contempla, al primo comma, una disciplina riferibile al conferimento di incarichi dirigenziali a soggetti che rivestono la qualifica di dirigenti; essa prevede che la revoca soggiace a ben determinati presupposti e requisiti formali, ma la stessa non poteva trovare applicazione nei confronti del M., che non rivestiva una qualifica dirigenziale; il secondo comma dell’art. 109 prevede, invece, la possibilità di attribuire funzioni dirigenziali, con provvedimento di conferimento adottato dal sindaco, in comuni che siano sprovvisti di personale con qualifica dirigenziale; nè poteva trovare applicazione nei confronti del ricorrente l’art. 8 del contratto collettivo decentrato, anch’esso riferibile a personale con qualifica dirigenziale;

b) non poteva neppure trovare applicazione, in assenza di specifiche allegazioni delle parti, l’art. 8 del CCNL comparto Regioni-Autonomie Locali per il personale non dirigente che, in materia di incarichi dirigenziali per le posizioni organizzative, prevede la revoca ante tempus, con provvedimento motivato, solo in caso di mutamenti organizzativi o in conseguenza dello specifico accertamento di risultati negativi; in ogni caso, sussisteva anche il presupposto di cui all’art. 8 citato, in quanto i decreti impugnati avevano ridisegnato l’organizzazione e il correlativo conferimento degli incarichi dirigenziali;

c) restava comunque applicabile, come norma di chiusura, il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 richiamato anche nell’originario provvedimento di affidamento delle funzioni dirigenziali del 20.6.2001;

d) dunque, non vi erano i presupposti per ritenere la fondatezza di pretese che presupponevano il possesso della qualifica dirigenziale;

e) a tanto doveva pure aggiungersi che, quando venne emanato il decreto n. 53850/2002 del 9 dicembre 2002, era trascorso un periodo superiore ad un anno dal conferimento del primo incarico e pure il termine di sei mesi dalla data della conferma del 24.4.2002, ossia erano trascorsi i termini previsti nell’originario provvedimento di conferimento e nel provvedimento di proroga.

4. Per la cassazione di tale sentenza il M. ricorre formulando due motivi. Resiste il Comune di Castellammare di Stabia con controricorso, seguito da memoria illustrativa ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si denuncia violazione del D.Lgs. n. 267 del 2000, artt. 107 e 109 (testo unico degli enti locali), del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 degli artt. 1 e 8 del contratto decentrato integrativo per l’area della dirigenza, nonchè vizio di motivazione, in particolare per l’erronea mancata applicazione della disciplina di cui all’art. 8 del citato contratto collettivo, il quale prevede che “gli incarichi dirigenziali vengono comunicati ai dirigenti… e la loro durata è, di norma, non inferiore a due anni…”. Con il secondo motivo ci si duole che la Corte di appello abbia ricercato una fonte diversa da quella indicata dal ricorrente nell’atto introduttivo e così abbia motivato con riferimento al CCNL regioni- autonomie locali – personale non dirigente, che il ricorrente non aveva indicato.

2. Il ricorso è infondato.

3. Il D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 109 – Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (T.U.E.L.), prevede, al primo comma, che “gli incarichi dirigenziali sono conferiti a tempo determinato, ai sensi dell’art. 50, comma 10, con provvedimento motivato e con le modalità fissate dal regolamento sull’ordinamento degli uffici e dei servizi, secondo criteri di competenza professionale, in relazione agli obiettivi indicati nel programma amministrativo del sindaco o del presidente della provincia e sono revocati in caso di inosservanza delle direttive del sindaco o del presidente della provincia, della giunta o dell’assessore di riferimento, o in caso di mancato raggiungimento al termine di ciascun anno finanziario degli obiettivi assegnati nel piano esecutivo di gestione previsto dall’art. 169 o per responsabilità particolarmente grave o reiterata e negli altri casi disciplinati dai contratti collettivi di lavoro. L’attribuzione degli incarichi può prescindere dalla precedente assegnazione di funzioni di direzione a seguito di concorsi” e, al comma 2, che “nei comuni privi di personale di qualifica dirigenziale le funzioni di cui all’art. 107, commi 2 e 3, fatta salva l’applicazione dell’art. 97, comma 4, lett. d), possono essere attribuite, a seguito di provvedimento motivato del sindaco, ai responsabili degli uffici o dei servizi, indipendentemente dalla loro qualifica funzionale, anche in deroga a ogni diversa disposizione”. L’art. 107 (funzioni e responsabilità della dirigenza) elenca, ai commi 2 e 3, richiamati dall’art. 109, comma 2 i compiti e le funzioni dirigenziali.

3.1. La Corte di appello ha correttamente interpretato tali disposizioni, opportunamente distinguendo gli incarichi dirigenziali di cui all’art. 109, comma 3 T.U.E.L., i quali possono essere conferiti solo al personale che abbia la qualifica di dirigente (e tale non era il M.), dalle funzioni dirigenziali che possono essere conferite anche a personale non avente tale qualifica e che rimandano agli incarichi dirigenziali per le posizioni organizzative. Segnatamente, la disciplina di cui all’art. 109, comma 1 T.U.E.L. riguarda l’affidamento di incarichi dirigenziali in senso stretto, mentre l’ipotesi di cui all’art. 109, comma 2 che rinvia all’art. 107, commi 2 e 3 T.U.E.L. attiene al conferimento delle funzioni dirigenziali che possono essere attribuite “ai responsabili degli uffici o dei servizi, indipendentemente dalla loro qualifica funzionale”.

3.2. Il provvedimento sindacale del 20.6.2001 e quello di proroga del 29.4.2002 afferivano al conferimento delle funzioni dirigenziali di cui all’art. 109, comma 2 in relazione all’art. 107 T.U.E.L., e non all’attribuzione di incarico dirigenziale di cui al primo comma, ossia all’incarico conferibile al preposto avente anche la qualifica di dirigente.

3.3. Va rilevato che la posizione organizzativa non determina un mutamento di profilo professionale, che rimane invariato, nè un mutamento di area, ma comporta soltanto un mutamento di funzioni, le quali cessano al cessare dell’incarico. Si tratta, in definitiva, di una funzione ad tempus di alta responsabilità la cui definizione – nell’ambito della classificazione del personale di ciascun comparto – è demandata dalla legge alla contrattazione collettiva.

4. Quanto alla disciplina contrattuale che la Corte di appello ha richiamato in motivazione, ossia alla disciplina contrattuale degli incarichi dirigenziali per le posizioni organizzative del personale degli enti locali, regolata dall’art. 9 del C.C.N.L. comparto Regioni ed autonomie locali – personale non dirigente – del 31 marzo 1999, il ricorrente censura la sentenza per avere motivato in ordine ad una fonte contrattuale (ritenuta applicabile, ma) che nessuna delle parti aveva invocato.

5. Il motivo è inammissibile. La Corte di appello, pur ritenendo questa la fonte recante la disciplina della revoca dell’incarico dirigenziale per le posizioni organizzative, ha tuttavia premesso che le parti non l’avevano invocata e che, per tale assorbente considerazione, la stessa non poteva essere applicata (“…nè può considerarsi applicabile, in assenza (in entrambi i gradi di giudizio) di alcuna deduzione delle parti al riguardo, l’art. 9 CCNL comparto Regioni ed autonomie locali – personale non dirigente – del 31 marzo 1999 in materia di incarichi dirigenziali per le posizioni organizzative….”). Il successivo passaggio motivazionale – in cui la Corte di appello ha esposto che comunque, alla stregua di tale disciplina contrattuale, sussistevano i presupposti per la revoca dell’incarico di posizioni organizzative – costituisce un obiter dictum.

5.1. In sede di legittimità sono inammissibili, per difetto di interesse, le censure rivolte avverso argomentazioni contenute nella motivazione della sentenza impugnata e svolte ad abundantiam o costituenti obiter dicta, poichè esse, in quanto prive di effetti giuridici, non determinano alcuna influenza sul dispositivo della decisione (Cass. n. 22380 del 2014).

6. In conclusione, il ricorso va rigettato, con condanna di parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

Sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1,comma 17 (legge di stabilità 2013).

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 100,00 per esborsi e in Euro 2.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 22 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 ottobre 2016

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