Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21884 del 09/10/2020

Cassazione civile sez. lav., 09/10/2020, (ud. 18/02/2020, dep. 09/10/2020), n.21884

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6288/2014 proposto da:

( A.P., quale erede di + ALTRI OMESSI, tutti elettivamente

domiciliati in ROMA, LUNGOTEVERE DELLA VITTORIA 10/B, presso lo

studio dell’avvocato ALESSANDRO PRUDENZANO, rappresentati e difesi

dall’avvocato FRANCO D’ACUNTO;

– ricorrenti –

contro

INTESA SANPAOLO S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, 19,

presso lo studio dell’avvocato RAFFAELE DE LUCA TAMAJO, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato PAOLO TOSI;

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F.

(OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso

l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli

avvocati LUIGI CALIULO, ANTONELLA PATTERI, LIDIA CARCAVALLO, SERGIO

PREDEN;

– controricorrenti –

e contro

FONDO PENSIONE COMPLEMENTARE PER IL PERSONALE DEL BANCO DI NAPOLI;

– intimato –

avverso la sentenza n. 435/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 06/04/2013 R.G.N. 8911/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/02/2020 dal Consigliere Dott. LUIGI CAVALLARO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CIMMINO Alessandro, che ha concluso per l’accoglimento del secondo

motivo ricorso.

udito l’Avvocato PUCCETTI ELISA per delega verbale Avvocato TOSI

PAOLO;

udito l’Avvocato PREDEN SERGIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza depositata il 6.4.2013, la Corte d’appello di Napoli ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva rigettato la domanda di A.P. e altri consorti in lite volta ad ottenere che il trattamento pensionistico di reversibilità fosse loro corrisposto nella misura prevista dal regime dell’assicurazione generale obbligatoria e che l’INPS e Intesa Sanpaolo s.p.a., quest’ultima in proprio e quale legale rappresentante del Fondo complementare per il personale del Banco di Napoli, fossero condannati a corrispondere loro le consequenziali differenze pensionistiche.

La Corte, in particolare, ha ritenuto che, avendo i pensionati maturato il proprio diritto in epoca anteriore al 1.1.1991, il regime su cui calcolare la quota di spettanza del Fondo della loro pensione di reversibilità dovesse essere quello vigente presso il Fondo stesso, che richiamandosi al D.P.R. n. 1092 del 1973, art. 88, fissava la misura della pensione di reversibilità nel 50% del valore della pensione diretta.

Avverso tali statuizioni A.P. e altri quindici litisconsorti, in proprio e nelle rispettive qualità, hanno proposto ricorso per cassazione, deducendo cinque motivi di censura. L’INPS, Intesa Sanpaolo s.p.a. e il Fondo complementare per il personale del Banco di Napoli hanno resistito con due distinti controricorsi. I ricorrenti, Intesa Sanpaolo s.p.a. e il Fondo complementare per il personale del Banco di Napoli hanno anche depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, i ricorrenti denunciano omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio e violazione dell’art, 112 c.p.c., per avere la Corte di merito deciso la causa senza tener conto del fatto che, in conseguenza delle ammissioni dell’INPS e di Intesa Sanpaolo s.p.a., doveva ritenersi incontestato che la disciplina dell’assicurazione generale obbligatoria si applicasse anche alle loro pensioni di reversibilità.

Con il secondo motivo, i ricorrenti lamentano violazione e falsa applicazione dell’art. 12 preleggi e D.Lgs. n. 357 del 1990, artt. 1-5, per avere la Corte territoriale ritenuto che la quota di spettanza del Fondo della loro pensione di reversibilità dovesse essere calcolata sul 50% del trattamento pensionistico dei loro danti causa, invece che sul 60%: a loro avviso, infatti, pur non disciplinando espressamente il legislatore la fattispecie delle pensioni di reversibilità generatesi dopo il 31.12.1990 da pensioni dirette liquidate prima dell’anzidetta data, sarebbe affatto errata l’assimilazione del loro regime giuridico a quello vigente per i dipendenti che, alla data del 31.12.1990, erano ancora in servizio.

Con il terzo motivo, i ricorrenti si dolgono di violazione e falsa applicazione della L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 41 e art. 3, comma 19, per non avere la Corte di merito ritenuto in subordine che il loro diritto ad aver computata la quota di pensione di reversibilità a carico del Fondo nella misura del 60% della pensione diretta dei loro danti causa doveva comunque essere affermato con decorrenza dalla data di entrata in vigore della legge cit..

Con il quarto e il quinto motivo, infine, i ricorrenti, presupposta l’applicazione del regime dell’assicurazione generale obbligatoria alle pensioni esistenti al 31.12.1990, contestano la fondatezza delle eccezioni opposte da Intesa Sanpaolo s.p.a. e dal Fondo complementare e insistono nel prospettare “richieste subordinate” che non sarebbero “state considerate dalla Corte di appello” (così pag. 21 del ricorso per cassazione).

Detto che tali ultimi motivi sono affatto inammissibili, l’uno per manifesta estraneità al decisum della sentenza impugnata (Cass. n. 17125 del 2007 e succ. conf.) e l’altro perchè non prospetta in alcun modo la nullità della sentenza che sarebbe derivata ex art. 112 c.p.c., dall’omessa pronuncia sulle domande subordinate (Cass. S.U. n. 17931/2013), e che parimenti inammissibile è il primo motivo, dal momento che l’individuazione della disciplina giuridica propria di una fattispecie è compito del giudice, che al riguardo non è in alcun modo vincolato dalle prospettazioni delle parti (Cass. nn. 9875 del 1997, 10009 del 2003 e innumerevoli successive conformi), il secondo motivo è invece infondato, ancorchè la motivazione della sentenza impugnata vada sul punto corretta.

Com’è noto, nell’ambito e in conseguenza della c.d. privatizzazione degli enti pubblici creditizi, L. n. 218 del 1990, art. 3, comma 3 e art. 6, hanno delegato al governo l’emanazione di decreti con valore di legge ordinaria diretti, tra l’altro, a disciplinare, secondo le norme dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, il trattamento previdenziale dei dipendenti in servizio e in quiescenza degli enti pubblici creditizi che, anteriormente alla data di entrata in vigore della legge stessa, erano esclusi o esonerati dall’obbligo di iscrizione all’assicurazione generale obbligatoria.

In attuazione della delega, il D.Lgs. n. 357 del 1990, ha quindi stabilito anzitutto la soppressione dei regimi pensionistici esclusivi o esonerativi dei menzionati enti pubblici creditizi (art. 5, comma 1) nonchè, a decorrere dal periodo di paga in corso al 1.1.1991, la riconduzione dei loro dipendenti (attuali, futuri e in quiescenza) nell’ambito dell’assicurazione generale obbligatoria, mediante iscrizione in un’apposita gestione speciale dell’INPS (art. 1, commi 1 e 2), e, in secondo luogo, la contestuale trasformazione dei fondi o casse degli ex regimi esonerativi in fondi integrativi dell’assicurazione generale obbligatoria, con affidamento ad essi – o, nel caso degli ex regimi esclusivi, direttamente ai datori di lavoro – della funzione di garantire il trattamento previdenziale complessivo di maggior favore già goduto dai dipendenti in servizio o in pensione al 31 dicembre 1990 (D.Lgs. n. 357 del 1990, art. 4 e art. 5, comma 2).

Più precisamente, con riguardo ai dipendenti già titolari di trattamento pensionistico è stato previsto che la gestione speciale assumesse a proprio carico una quota (determinata per i dipendenti del Banco di Napoli in misura pari all’85%: art. 3, comma 2) del trattamento pensionistico già liquidato secondo il precedente regime esclusivo o esonerativo, nel caso di pensionati alla data di entrata in vigore della L. n. 218 del 1990, ovvero liquidato secondo il regime proprio dell’assicurazione generale obbligatoria, nel caso di lavoratori pensionatisi tra tale data e il 31.12.1990, e che i fondi integrativi o i datori di lavoro venissero onerati della differenza tra tale quota (incrementata per effetto della disciplina della perequazione automatica dell’assicurazione generale obbligatoria: art. 3, comma 3) e il trattamento previdenziale complessivo di maggior favore cui i pensionati avrebbero avuto diritto in base ai soppressi regimi esclusivi

o esonerativi (art. 3, comma 4 e art. 4, comma 2); per i dipendenti in servizio alla data del 31.12.1990 è stato invece previsto che trattamenti pensionistici e per invalidità a carico della gestione speciale venissero senz’altro determinati secondo i requisiti dell’assicurazione generale obbligatoria, fatto salvo comunque il loro diritto al trattamento previdenziale complessivo di miglior favore previsto dalle forme di assicurazione obbligatoria esclusive od esonerative di rispettiva iscrizione (art. 2, commi 5-6).

Ciò posto, è opportuno ricordare che la ratio della delega legislativa consisteva nella finalità di sollevare gli enti pubblici creditizi dalle funzioni previdenziali già loro commesse dalla L. n. 486 del 1895, art. 39, all. T e dalla L. n. 55 del 1958, in vista della loro trasformazione in società per azioni operanti nel settore creditizio, senza contemporaneamente addossare ai lavoratori, ai pensionati o all’INPS le conseguenze negative degli squilibri di gestione pur esistenti: ne è conferma, da un lato, la previsione a favore di tutti gli iscritti alla gestione speciale di un trattamento economico complessivo, tra pensione della gestione speciale e pensione integrativa, pari a quello cui essi avrebbero avuto diritto sulla base del pregresso regime esclusivo o esonerativo (L. n. 218 del 1990, art. 3, comma 3, lett. c)) e dall’altro lato la garanzia che gli istituti di credito avrebbero dovuto apprestare all’equilibrio finanziario della gestione speciale per i primi vent’anni del suo funzionamento, “ciascuno nella misura in cui abbia eventualmente contribuito negli anni al verificarsi del disavanzo” (L. n. 218 del 1990, art. 3 cit., lett. a)). Ed è precisamente nell’ottica di rispettare tale delicato bilanciamento tra opposti interessi che va interpretata la normativa delegata di cui al D.Lgs. n. 357 del 1990, artt. 4 e 5: la trasformazione dei fondi esonerativi e sostitutivi in fondi integrativi assolve infatti allo scopo di salvaguardare i lavoratori e i pensionati da eventuali effetti pregiudizievoli dovuti all’assoggettamento al nuovo regime dell’assicurazione generale obbligatoria, garantendo loro l’intervento dei fondi integrativi (o degli stessi datori di lavoro, nel caso dei fondi ex esclusivi) a copertura delle eventuali differenze rispetto al trattamento che sarebbe loro spettato in virtù del precedente regime.

In altri termini, una volta individuato il trattamento spettante in relazione al precedente regime esonerativo o esclusivo come soglia al di sotto della quale non può collocarsi il trattamento concretamente percepito dal lavoratore o dal pensionato al quale il D.Lgs. n. 357 del 1990, art. 4, comma 1, assicura “il diritto al trattamento previdenziale complessivo di miglior favore previsto dalle forme di assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti esclusive od esonerative di rispettiva iscrizione, che agli effetti del richiamato diritto continuano ad operare”, l’intervento dei fondi o delle casse è previsto per integrare l’eventuale “differenza tra il trattamento complessivo di cui al comma 1, tempo per tempo determinato, e la pensione o la quota di pensione a carico della gestione speciale ai sensi rispettivamente dell’art. 2 e dell’art. 3, incrementate per effetto della disciplina di perequazione automatica” (D.Lgs. n. 357 del 1990, art. 4, comma 2).

E’ in tale preciso significato che va letta l’affermazione di Cass. n. 10148 del 2017 (ripresa poi da Cass. n. 12364 del 2017, cit. da parte ricorrente nella memoria dep. ex art. 378 c.p.c.) secondo cui la quota di pensione a carico della gestione speciale INPS, una volta determinata al 1.1.1991, segue le regole dell’assicurazione generale obbligatoria per ciò che concerne il regime giuridico e gli adeguamenti, mentre la quota c.d. aziendale continua a seguire il regime (già esonerativo o esclusivo) più favorevole, fermo restando che le differenze che ne derivano ricadono a carico del datore di lavoro ovvero dei fondi e delle casse integrativi: nel complesso meccanismo delineato dal legislatore delegato, infatti, la quota c.d. aziendale è funzionale esclusivamente alla garanzia del mantenimento del trattamento di miglior favore calcolato secondo la disciplina propria dell’originario regime esonerativo o esclusivo, che come si esprime l’art. 4, comma 2, cit. – solo a tal fine continua ad operare.

Così ricostruito il quadro normativo di riferimento, balza evidente l’infondatezza del motivo di censura.

Nel sistema delineato dal legislatore delegato, infatti, è del tutto indifferente, ai fini dell’intervento integrativo del fondo, la modalità con cui si perviene a individuare la quota di pensione a carico della gestione speciale istituita presso l’INPS, a seconda che si tratti di lavoratori che fossero ancora dipendenti o già pensionati alla data del 31.12.1990: ciò che conta, secondo la previsione del D.Lgs. n. 357 del 1990, art. 4, comma 1, è che sia fatto salvo, per tutti gli iscritti alla gestione speciale, il diritto al trattamento previdenziale complessivo di miglior favore previsto dalle forme di assicurazione obbligatoria esclusive o esonerative di rispettiva iscrizione, che agli effetti del diritto in questione continuano ancora ad operare. E se quanto appena detto priva di ogni rilievo la censura rivolta all’impugnata sentenza per aver ritenuto che i trattamenti pensionistici di reversibilità conseguiti dopo il 31.12.1990 andassero assoggettati al regime proprio dell’art. 2 (e non dell’art. 3), D.Lgs. n. 357 del 1990, affatto implausibile è la pretesa dei ricorrenti di assoggettare la quota di pensione a carico del Fondo al regime proprio dell’assicurazione generale obbligatoria, dal momento che l’intervento del Fondo è subordinato alla circostanza che la quota di pensione a carico della gestione speciale INPS, comunque sia stata determinata, non attinga “tempo per tempo” al livello del trattamento previdenziale complessivo di miglior favore già previsto dalla forma di assicurazione obbligatoria esclusiva o esonerativa di originaria iscrizione e non può dunque che seguire le regole proprie di essa.

Parimenti infondato è il terzo motivo: è sufficiente al riguardo rilevare, da un lato, che la previsione della L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 41, secondo il quale “la disciplina del trattamento pensionistico a favore dei superstiti di assicurato e pensionato vigente nell’ambito del regime dell’assicurazione generale obbligatoria è estesa a tutte le forme esclusive o sostitutive di detto regime”, non è logicamente applicabile ai fondi istituiti in applicazione del D.Lgs. n. 357 del 1990, trattandosi di fondi che al momento dell’entrata in vigore della L. n. 335 del 1995, non erano più esclusivi o sostitutivi, bensì – come anzidetto – meramente integrativi dell’assicurazione generale obbligatoria, e che, dall’altro lato, il disposto della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 19, che prevede l’applicazione “(del)le disposizioni di cui alla presente legge in materia di previdenza obbligatoria riferite ai lavoratori dipendenti e pensionati dell’assicurazione generale obbligatoria” anche “alla gestione speciale e ai regimi aziendali integrativi di cui al D.Lgs. 20 novembre 1990, n. 357, già rientranti nel campo di applicazione delle disposizioni di cui al D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 503, art. 9, per i lavoratori e pensionati, quale che sia il momento del pensionamento” (e con “riflessi sul trattamento complessivo di cui al citato D.Lgs. n. 357 del 1990, art. 4, salvo che non venga diversamente disposto in sede di contrattazione collettiva”), è affatto irrilevante ai fini auspicati dai ricorrenti, dal momento che le uniche disposizioni della L. n. 335 del 1995 che concernono la pensione di reversibilità si preoccupano di definirne i limiti di cumulo con altri redditi del beneficiario e non riguardano l’individuazione dell’aliquota di riduzione (salvo l’innalzamento al 70% limitatamente “alle pensioni ai superstiti aventi decorrenza dalla data di entrata in vigore della presente legge” in presenza dei presupposti di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 41, che qui però non rileva), che resta fissata nella misura del 60% ai sensi della L. n. 903 del 1965, art. 22,.

Il ricorso, pertanto, va rigettato, provvedendosi come da dispositivo sulle spese del giudizio di legittimità, giusta il criterio della soccombenza e con condanna in solido ex art. 97 c.p.c., comma 1, vista l’unicità di interesse fra i consorti in lite.

Tenuto conto del rigetto del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, previsto per il ricorso.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna in solido le parti ricorrenti alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 10.200,00, di cui Euro 10.000,00 per compensi, per ciascuna delle parti controricorrenti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 18 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2020

 

 

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