Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21882 del 30/08/2019

Cassazione civile sez. I, 30/08/2019, (ud. 21/06/2019, dep. 30/08/2019), n.21882

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 29397/2018 proposto da:

S.B., elettivamente domiciliato in Roma, piazza Cavour,

presso la cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e

difeso dall’Avv. Antonio Fraternale giusta procura speciale in calce

al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, (CF. (OMISSIS));

– intimato –

avverso la sentenza n. 1284/2018 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 9/7/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/06/2019 dal Cons. Dott. PAZZI ALBERTO.

Fatto

RILEVATO

che:

1. il Tribunale di Ancona, con ordinanza in data 17 marzo 2017, respingeva la domanda presentata da S.B. perchè gli fosse riconosciuto il diritto alla protezione internazionale negatogli dalla competente commissione territoriale; il primo giudice in particolare rilevava che la vicenda narrata (avendo il migrante raccontato di essere stato minacciato, a causa della sua conversione alla religione musulmana, dal padre, il quale gli avrebbe provocato una malattia alla gamba con un incantesimo), al di là della sua credibilità, era di carattere strettamente personale e rispetto ad essa l’allontanamento dal paese di origine non appariva l’unica alternativa possibile, dovendosi di conseguenza escludere che il richiedente asilo potesse ritenersi perseguitato o corresse il rischio di essere sottoposto a trattamenti inumani in caso di rientro nel paese di origine;

2. la Corte d’appello di Ancona, a seguito dell’impugnazione proposta dal richiedente asilo, ribadiva che la vicenda narrata aveva natura strettamente personale e comunque appariva non credibile, sia per il riferimento alla lesione subita a una gamba a causa di un incantesimo, sia per il fatto che oltre il novanta per cento della popolazione in Gambia era di fede musulmana, per cui il ricorrente avrebbe potuto risolvere la situazione senza necessità di allontanarsi dallo Stato di origine;

la corte distrettuale, dopo aver negato non solo il riconoscimento dello status di rifugiato ma anche il ricorrere dei presupposti per la concessione della protezione sussidiaria, dato che non vi erano elementi per ritenere che il migrante potesse subire tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante in caso di rimpatrio e dovendosi escludere che in Gambia vi fosse una situazione di violenza indiscriminata, rilevava da ultimo che non erano riscontrabili specifiche situazioni soggettive, neppure allegate dal ricorrente, che giustificassero la concessione della protezione umanitaria e, di conseguenza, rigettava l’appello con sentenza pubblicata in data 9 luglio 2018;

3. per la cassazione di questa sentenza ha proposto ricorso S.B. prospettando un unico, articolato, motivo di doglianza; l’intimato Ministero dell’Interno non ha svolto alcuna difesa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4. il motivo di ricorso presentato, sotto la rubrica “violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5, 7,8e 14 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, nella parte in cui viene dedotta la statuizione di sostanziale irrilevanza ed inattendibilità dei fatti narrati dal ricorrente ai fini del riconoscimento delle protezioni maggiori ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, con conseguente omesso esame della situazione endofamiliare del richiedente e del rischio del danno grave ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”, assume che la corte territoriale, nel ritenere che la vicenda raccontata avesse una connotazione privata e familiare, avrebbe trascurato di considerare che il migrante aveva rappresentato una situazione di pericolo per la propria incolumità personale ad opera di un organo non statuale che legittimava, stante l’impossibilità di assicurargli adeguata protezione da parte del sistema statale, il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) o b);

il collegio d’appello avrebbe inoltre omesso di valutare le medesime circostanze ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, non essendo necessario dedurre fatti o ragioni diverse o alternative;

5. il motivo è nel suo complesso inammissibile;

5.1 è indubbio che il giudice debba valutare la domanda di protezione internazionale equiparando, in applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5, le situazioni di persecuzione o danno grave di cui sono responsabili lo Stato ovvero i partiti o le organizzazioni che lo controllano a quelle determinate da soggetti non statuali, nel caso in cui l’organizzazione statuale o le organizzazioni internazionali non possano o non vogliano fornire protezione;

il mezzo in esame, tuttavia, è privo di autosufficienza, visto che si riferisce al timore del ricorrente di essere ucciso per mano del padre e all’inutilità della richiesta di aiuto avanzata alla polizia senza allegare, malgrado simili circostanze non emergano all’interno del provvedimento impugnato, l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito e indicare in quale specifico atto del giudizio precedente ciò sia avvenuto, onde dar modo a questa Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione piuttosto che constatare la novità della censura e la sua conseguente inammissibilità;

esso peraltro trascura il contenuto della decisione resa dalla corte territoriale, la quale ha ritenuto che il racconto offerto fosse non solo di natura strettamente familiare, ma anche di nessuna credibilità e non risultasse perciò utile a suffragare la richiesta di protezione internazionale presentata;

la doglianza si attarda a criticare il primo rilievo senza tener conto del secondo, come se la vicenda personale narrata fosse veridica, e così facendo, sotto le spoglie della denunciata violazione di legge sostanziale, tenta nella sostanza di proporre una diversa lettura dei fatti di causa, sollecitando un’inammissibile rivisitazione del merito;

5.2 la corte territoriale, infine, dopo aver ricordato che la protezione umanitaria aveva presupposti diversi dalle altre forme di protezione richieste, ha riscontrato come non risultassero nè fossero state allegate specifiche situazioni soggettive che giustificassero il riconoscimento di tale diritto;

in questo modo la Corte d’appello ha inteso sostenere che al fine del riconoscimento della protezione umanitaria non erano sufficienti le allegazioni sulla sola situazione generale esistente nel paese di origine, poichè tale misura, atipica e residuale, è il frutto della valutazione di una specifica condizione personale di particolare vulnerabilità del richiedente e dunque richiede che all’allegazione delle condizioni generali del paese di origine si accompagni l’indicazione di come siffatta situazione influisca sulle condizioni personali del richiedente asilo provocando una particolare condizione di vulnerabilità;

a fronte di questi argomenti il ricorrente si è limitato a lamentare la mancata valutazione della situazione del paese di origine anche al fine del riconoscimento della protezione umanitaria, senza cogliere e criticare la ratio decidendi posta a base, su questo punto specifico, della decisione impugnata;

il che comporta l’inammissibilità della critica, dato che il ricorso per cassazione deve necessariamente contestare in maniera specifica la ratio decidendi posta a fondamento della pronuncia impugnata (Cass. 19989/2017);

6. in forza dei motivi sopra illustrati il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile;

la mancata costituzione in questa sede dell’amministrazione intimata esime il collegio dal provvedere alla regolazione delle spese di lite;

il ricorrente, ammesso al patrocinio a spese dello Stato, non è tenuto, benchè l’impugnazione sia stata rigettata, al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13,comma 1-quater (Cass. 18523/2014, Cass. 7368/2017).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 21 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 30 agosto 2019

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