Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21878 del 30/08/2019

Cassazione civile sez. I, 30/08/2019, (ud. 21/06/2019, dep. 30/08/2019), n.21878

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 24092/2018 proposto da:

M.G., elettivamente domiciliato in Roma, Via Torino

n. 7, presso lo studio dell’Avvocato Laura Barberio, che lo

rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, elettivamente domiciliato in Roma, Via Dei

Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che lo

rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1191/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 21/02/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/6/2019 daL Dott. PAZZI ALBERTO.

Fatto

RILEVATO

che:

1. il Tribunale di Roma, con ordinanza in data 25 settembre 2017, respingeva la domanda presentata da M.G. affinchè gli fosse riconosciuto il diritto alla protezione internazionale o alla protezione umanitaria negatogli dalla competente commissione territoriale;

2. la Corte d’appello di Roma, a seguito dell’impugnazione proposta dal richiedente asilo (che aveva raccontato di aver lavorato per la marina militare nigeriana come addetto alla manutenzione delle navi e di essere stato minacciato da un gruppo di militanti a volto coperto, i quali pretendevano l’adesione al loro movimento per avvantaggiarsi delle sue competenze tecniche), rilevava che la vicenda personale narrata difettava di credibilità interna e non poteva essere verificata alla luce delle problematiche socio-politiche della regione di provenienza;

la corte distrettuale, ritenuto inoltre che il percorso scolastico e formativo del richiedente asilo non integrasse di per sè una situazione di vulnerabilità, in considerazione della giovane età e delle competenze professionali che il migrante aveva riconosciuto di avere, rigettava l’appello, con sentenza pubblicata in data 21 febbraio 2018;

3. per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso M.G. prospettando quattro motivi di doglianza, ai quali ha resistito con controricorso il Ministero dell’Interno.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4.1 il primo motivo di doglianza denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 3 e 5 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, in ragione del mancato assolvimento dell’obbligo di cooperazione istruttoria a cui il giudice era tenuto con riferimento alla situazione individuale e alle circostanze personali del migrante, vittima di persecuzioni e minacce da parte di militanti: la corte distrettuale, a fronte delle spiegazioni fornite a giustificazione del ritenuto carattere mendace delle prime dichiarazioni rese, nulla aveva replicato in merito, non esercitando i suoi poteri ufficiosi riguardo alla specifica situazione della Nigeria e del paese libico dove il ricorrente era transitato; il giudice di merito avrebbe dovuto inoltre verificare l’attendibilità del racconto applicando i criteri di tipo presuntivo favorevoli al richiedente previsti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3;

4.2 il secondo motivo lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. g), artt. 3, 4, 5, art. 6, comma 2 e art. 14, lett. b), con riferimento ai presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria in ragione del rischio di subire trattamenti inumani e degradanti ad opera di militanti di gruppi armati, stante l’incapacità del governo di contrastarli: la corte territoriale avrebbe erroneamente omesso di accertare il rischio per il migrante di subire trattamenti inumani e degradanti a causa delle gravi minacce ricevute dai militanti e dell’incapacità delle autorità nigeriane di offrirgli adeguata protezione e di valutare poi, sulla base di questi accertamenti, la possibilità di concedere la protezione sussidiaria richiesta;

4.3 i motivi – da esaminarsi congiuntamente perchè entrambi volti a contestare il corretto assolvimento degli obblighi di cooperazione istruttoria da parte del giudice di merito – sono in parte inammissibili, in parte infondati;

4.3.1 la valutazione di affidabilità del dichiarante alla luce del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, è vincolata ai criteri ivi indicati e deve essere compiuta in modo unitario, tenendo conto dei riscontri oggettivi e del rispetto delle condizioni soggettive di credibilità previste nella norma;

il giudice di merito si è ispirato a questi criteri laddove, all’interno del provvedimento impugnato, ha ritenuto che il richiedente avesse fornito – rispetto ai criteri previsti dalle lettere a) e c) – una versione dei fatti certamente falsa in alcuni passaggi, non compiendo neppure alcuno sforzo per circostanziare la propria versione dei fatti;

una volta constatato come la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente asilo sia il risultato di una decisione compiuta alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, è sufficiente aggiungere che questo apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, mentre si deve escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito;

per contro il giudizio circa la credibilità del ricorrente non può essere censurato sub specie di violazione di legge, poichè il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa;

l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità (Cass. 3340/2019);

4.3.2 la constatazione dell’inverosimiglianza del racconto esimeva poi il giudice di merito dal compiere un approfondimento istruttorio officioso circa l’esistenza di violenze compiute ai danni della flotta militare governativa;

il dovere del giudice di cooperazione istruttoria è infatti circoscritto alla verifica della situazione obbiettiva del paese di origine, e non alle individuali condizioni del soggetto richiedente; qualora invece le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere a un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria personale nel paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (Cass. 16925/2018);

4.3.3 la constatazione della non credibilità del racconto ha comportato l’implicito rigetto della richiesta di protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b), in mancanza di elementi utili a tale scopo;

5.1 con il terzo mezzo il ricorrente si duole, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, dell’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio costituiti, ai fini del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b), dalle violenze compiute dai militanti ai danni della flotta militare governativa nigeriana e, ai fini del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), dalla situazione di grave violenza indiscriminata esistente nella zona meridionale della Nigeria da cui proveniva il migrante;

5.2 la corte territoriale, pur registrando che la protezione sussidiaria era richiesta in considerazione del conflitto armato interno esistente nelle regioni meridionali della Nigeria, ha ritenuto che la falsità della vicenda narrata e il mancato assolvimento dell’obbligo di circostanziare la domanda impedisse “ogni eventuale verifica comparativa con le attuali problematiche socio-politiche della regione di provenienza”;

in questo modo la corte territoriale ha inteso sostenere che la mancanza di credibilità impediva non solo di dar credito alla situazione di violenza asseritamente esistente in ambito lavorativo, ma anche di individuare la regione di provenienza del migrante nell’ambito del più ampio contesto nazionale e di effettuare così la verifica delle condizioni di violenza indiscriminata ivi esistenti a cui il collegio di merito era tenuto;

la critica in esame, nel lamentare la mancata giustificazione di un ulteriore approfondimento istruttorio relativo ai militanti che avevano minacciato la flotta governativa nigeriana e l’assenza di alcun cenno alla situazione di violenza indiscriminata esistente in Nigeria, prescinde dagli argomenti forniti sul punto dalla corte territoriale e dalla ratio decidendi posta a fondamento della pronuncia impugnata e non coglie che tali allegazioni in realtà sono state valutate e ritenute irrilevanti, non potendosi ritenere che il migrante sia stato coinvolto in situazioni di violenza per ragioni di lavoro o provenienza territoriale;

la doglianza si rivela perciò inammissibile, poichè il ricorso per cassazione deve necessariamente contestare in maniera specifica la ratio decidendi posta a fondamento della pronuncia impugnata (Cass. 19989/2017);

6.1 il quarto motivo di ricorso prospetta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 6 T.U.I. e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, in relazione ai presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria: la corte territoriale avrebbe disatteso la relativa richiesta senza apprezzare le ragioni di estrema vulnerabilità del ricorrente, affetto da sindrome da stress post traumatico, alla luce dell’integrazione raggiunta all’interno del paese ospitante;

6.2 il motivo è inammissibile, a prescindere da ogni questione concernente l’applicazione al caso di specie della disciplina normativa introdotta dal D.L. n. 113 del 2018, convertito con modificazioni dalla L. n. 132 del 2018;

la Corte d’appello – a seguito del giudizio di non credibilità compiuto con esito tale da precludere ogni riferimento a situazioni esistenti nel paese di provenienza – ha accertato, in fatto, la mancanza di ragioni di carattere umanitario utili a consentire il riconoscimento della forma di protezione residuale in questione, prendendo in esame, specificamente, il percorso scolastico e formativo (e dunque di integrazione nel contesto di accoglienza) compiuto dal migrante;

a fronte di questi accertamenti – che rientrano nel giudizio di fatto demandato al giudice di merito – la doglianza intende nella sostanza proporre una diversa lettura dei fatti di causa, traducendosi in un’inammissibile richiesta di rivisitazione del merito (Cass. 8758/2017);

7. in forza dei motivi sopra illustrati il ricorso va pertanto respinto;

le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo; ai fini del versamento di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, occorre registrare come non risulti concesso il beneficio dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato richiesto dal ricorrente.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 2.100, oltre a spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 21 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 30 agosto 2019

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