Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21865 del 09/10/2020

Cassazione civile sez. II, 09/10/2020, (ud. 22/07/2020, dep. 09/10/2020), n.21865

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 852/16) proposto da:

L.A., (C.F.: (OMISSIS)), e L.M.P., (C.F.: (OMISSIS)),

rappresentate e difese, in virtù di procura speciale apposta in

calce al ricorso, dall’Avv. Bruno Pettinari, ed elettivamente

domiciliate presso lo studio dell’Avv. Alberto Panunzi, in Roma,

viale Pasteur, n. 56;

– ricorrenti –

contro

S.A., (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e difeso, in virtù

di procura speciale allegata al controricorso, dall’Avv. Pierlorenzo

Boccanera, e domiciliato “ex lege” presso la Cancelleria civile

della Corte di Cassazione, in Roma, piazza Cavour;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Ancona n. 875/2015

(depositata il 5 agosto 2015 e notificata il 7 ottobre 2015);

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22 luglio 2020 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;

lette le memorie depositate dai difensori di entrambe le parti ai

sensi dell’art. 380-bis.1. c.p.c..

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

1. Con atto di citazione notificato il 3 marzo 1982 la sig.ra Lo.Ma., dante causa di L.A., L.L. e L.M.P., sulla premessa di essere proprietaria di un fabbricato con annessa corte esterna in (OMISSIS), conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Camerino, S.A., chiedendo che venisse accertata l’inesistenza di diritti di esso convenuto sul predetto immobile, con conseguente condanna dello stesso alla rimozione dei cornicioni realizzati sul suo fabbricato e sporgenti sull’anzidetta corte esterna.

Il citato convenuto si costituiva in giudizio, contestando il diritto di proprietà dell’attrice, la fondatezza della proposta domanda e chiedendo che venisse provata l’avvenuta maturazione dei requisiti idonei all’usucapione di una servitù di passaggio sull’area controversa, formulando, a tal proposito, apposita eccezione riconvenzionale in sede di precisazione delle conclusioni.

L’adito Tribunale, nel corso del cui giudizio decedeva l’attrice e intervenivano le sue eredi ( L.A., L.L., L.M.P.), con sentenza depositata il 9 dicembre 2010, accoglieva la domanda di accertamento dell’inesistenza della dedotta servitù ma rigettava quella di rimozione degli sporti.

2. Interposto appello da parte del S.A. e nella costituzione delle suddette interventrici L., la Corte di appello di Ancona, con sentenza n. 875/2015 (depositata il 5 agosto 2015), accoglieva il gravame e, per l’effetto, respingeva l’actio negatoria servitutis proposta in primo grado dalle appellate.

A sostegno dell’adottata pronuncia la Corte marchigiana, dopo aver accertato che la servitù per cui era causa era da considerarsi apparente, siccome comprovata dalla presenza di una porta insistente sul fondo dominante ed utilmente fruibile solo per il tramite del passaggio per il fondo servente, riteneva che, in effetti, in virtù delle complessive risultanze scaturite dall’espletata istruzione probatoria, doveva reputarsi fondata l’eccezione riconvenzionale di usucapione avanzata dal S., in favore degli immobili dallo stesso acquistati ed accorpati in unico fabbricato, del diritto di una servitù di passaggio sulla corte insistente nell’adiacente proprietà delle parti appellate.

2. Avverso la citata sentenza di appello hanno proposto ricorso per cassazione, affidato a sette motivi, L.A. e L.M.P., al quale ha resistito con controricorso l’intimato S.A..

Entrambi i difensori delle parti hanno depositato memoria in prossimità dell’udienza camerale.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo le ricorrenti hanno dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione dell’art. 1067 c.c., assumendo che, con l’impugnata sentenza, sul presupposto che gli immobili accorpati avevano un solo ed unico accesso dalla corte, era stato determinato – mediante l’accoglimento dell’eccezione riconvenzionale di acquisto per usucapione – un aggravamento della servitù di transito che prima era limitato a favore di un magazzino e di un ripostiglio, senza, perciò, che potesse essere esteso, in difetto di idoneo titolo, all’appartamento del S. che era ubicato al piano superiore.

2. Con la seconda doglianza le ricorrenti hanno denunciato – in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – la violazione degli artt. 99,101 e 112 c.p.c., poichè la Corte di appello aveva ritenuto che l’eccezione di usucapione fosse stata ritualmente proposta malgrado formulata solo all’udienza di precisazione delle conclusioni e, quindi, tardivamente, con conseguente lesione del principio del contraddittorio, considerandosi, peraltro, che il contraddittorio si era precedentemente svolto solo sull’esistenza o meno di una servitù collettiva o di uso pubblico e non di una servitù prediale insistente su una corte a favore di un appartamento che non comunicava con la corte stessa.

3. Con il terzo motivo le ricorrenti hanno prospettato – ancora in ordine all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – la violazione degli artt. 99 e 112 c.p.c., sostenendo che la Corte di appello aveva accolto un’eccezione riconvenzionale di usucapione non proposta dalla controparte nemmeno implicitamente, che, invece, aveva invocato il riconoscimento della sua proprietà sulla corte o della servitù di transito.

4. Con la quarta doglianza le ricorrenti hanno dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4 – un’ulteriore violazione dell’art. 112 c.p.c., nonchè la nullità dell’impugnata sentenza per omesso esame di un fatto decisivo che era stato oggetto di discussione tra le parti, sul presupposto che, a fronte della domanda attorea di “negatoria servitutis” (afferente all’accertamento dell’inesistenza di un diritto di accesso all’unità abitativa perchè originariamente non era comunicante con la stalla ed il ripostiglio), la Corte di appello era incorsa in equivoco nella qualificazione della suddetta domanda, avendone colto solo un aspetto, ovvero quello attinente alla tutela invocabile ed ignorando l’insussistenza della servitù a vantaggio dei fondi riuniti senza tener conto che gli immobili erano separati ed avevano le proprie servitù.

5. Con il quinto motivo le ricorrenti hanno denunciato – in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione dell’art. 1061 c.c., avuto riguardo alla ritenuta sussistenza, da parte della Corte di secondo grado, di opere apparenti malgrado i locali con accesso dalla corte non fossero comunicanti con la sovrastante unità abitativa.

6. Con la sesta censura le ricorrenti hanno dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione dell’art. 1158 c.c., asserendo che la Corte di appello aveva ritenuto esistente una servitù sulla corte relativa alla stalla-magazzino e ripostiglio senza che, tuttavia, del suo possesso ultraventennale fosse stata fornita la prova, tenuto anche conto che le due unità (appartamento e stalla) erano state accorpate solo nel 1981 e l’anno successivo era stata introdotta la causa in questione.

7. Con il settimo ed ultimo motivo le ricorrenti hanno denunciato – con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), per asserita omissione della motivazione sulle ragioni che avevano fatto ritenere irrilevante la mancanza di una relazione fisica tra l’unità abitativa con la corte di proprietà delle stesse.

8. Osserva, in primo luogo, il collegio che l’eccezione di inammissibilità del ricorso – proposta nell’interesse del controricorrente – per asserite sovrapposizione e mescolanza dei formulati motivi è destituita di fondamento poichè le censure sono specificamente individuate sia con riguardo alle dedotte violazioni di legge che ai supposti esami di fatti ritenuti decisivi.

9. Ciò premesso, rileva il collegio che il primo motivo è infondato e va, perciò, rigettato.

Occorre, infatti, evidenziare che il titolo petitorio del S. affermato sul suo immobile non ha costituito oggetto di contestazione e che fin dall’atto pubblico del 17 agosto 1973 di divisione della comunione ereditaria si desumeva che l’esercizio del passaggio risaliva per lo meno al 1920.

Peraltro, va, in modo assorbente, posto in risalto che l’oggetto della controversia non atteneva – diversamente da quanto prospettano dalle ricorrenti – ad un aggravamento di una servitù, bensì al riconoscimento dell’inesistenza di un diritto di servitù in capo al S..

10. Anche la seconda doglianza non coglie nel segno e va respinta perchè è indubbio, come ritenuto dalla Corte territoriale, che il S. aveva dedotto, per il tramite delle sue complessive difese adottate e delle prove costituende richieste, di voler ottenere la reiezione della domanda principale di “negatoria servitutis”, pur formalizzando un’apposita eccezione riconvenzionale di usucapione della controversa servitù solo in sede di precisazione delle conclusioni, da ritenersi comunque ammissibile, trovando applicazione, nel caso di specie, la disciplina processuale antecedente alla riforma sopravvenuta con la L. n. 353 del 1990 (in considerazione della circostanza che il giudizio era stato introdotto nel 1982).

11. Pure la terza censura è priva di fondamento e non merita accoglimento dal momento che la Corte di appello – nell’esercizio del potere qualificatorio delle domande e delle eccezioni delle parti demandatogli dall’ordinamento processuale – ha legittimamente e univocamente rilevato (cfr. Cass. n. 11728/2002 e Cass. n. 20870/2009) che, tramite l’impostazione delle sue complessive difese (ed in dipendenza, dunque, della congrua valutazione del loro contenuto), il S. aveva dedotto che venisse accertata – al fine di paralizzare l’avversa “negatoria servitutis” – anche la sussistenza delle condizioni per l’acquisto a titolo di usucapione della servitù di passaggio contestata (da ritenersi apparente), sull’evidenziato presupposto che per la formulazione di eccezioni non erano, con riferimento all’epoca di instaurazione del giudizio, previste preclusioni processuali al riguardo fino all’udienza di precisazione delle conclusioni.

12. Il quarto motivo è inammissibile e, in ogni caso, infondato perchè investe l’interpretazione della Corte di appello sull’oggetto e sull’estensione della domanda, adeguatamente motivata, senza trascurare che la stessa Corte non ha mutato nè disatteso – nel compimento del suo percorso logico-argomentativo – quella che era la situazione dei luoghi e quella che era la condizione degli immobili.

13. La quinta censura è infondata perchè la Corte territoriale, con accertamento adeguatamente motivato (ed ancora una volta incensurabile in questa sede), ha verificato che, in effetti, la controversa servitù atteneva ad opere apparenti, dal momento che – alla stregua delle prove orali e delle risultanze della c.t.u. – era emersa l’esistenza di un porta collocata sulla facciata interna dell’immobile poi acquisito dal S., che dava sulla corte di proprietà delle controparti, con la specificazione che l’utilizzo di detta porta era consentito – e, quindi, possibile – solo attraverso il passaggio sulla corte delle appellate.

In tal senso il giudice di appello si è conformato alla pacifica giurisprudenza di questa Corte secondo cui, in tema di servitù di passaggio, il requisito dell’apparenza richiesto dall’art. 1061 c.c., ai fini dell’usucapione deve consistere nella presenza di opere permanenti, artificiali o naturali, obiettivamente destinate al suo esercizio, visibili in modo tale da escludere la clandestinità del possesso e da farne presumere la conoscenza da parte del proprietario del fondo servente (cfr. Cass. n. 7817/2006, n. 24856/2014 e n. 25355/2017).

La Corte marchigiana ha compiutamente accertato in fatto le caratteristiche della controversa servitù rispondenti ai requisiti appena indicati, avendo, altresì, verificato che la predetta opera visibile permanente aveva avuto la sua fisiologica destinazione per tutto il tempo necessario ad usucapire.

14. Il sesto motivo è da ritenersi inammissibile per difetto di specificità siccome non indica su quali elementi non sarebbero state provate le condizioni legittimanti ad acquistare per usucapione il diritto di servitù in questione.

In ogni caso esso si appesa infondato, poichè – sul presupposto che l’accertamento dell’avvenuta usucapione costituisce oggetto di appezzamento da parte del giudice di merito (v. Cass. n. 9106/2000 e n. 4035/2007) – va evidenziato che, nel caso di specie, la Corte di appello ha dato adeguatamente conto del raggiungimento del suo convincimento avuto riguardo all’esito dell’esame di tutte le risultanze probatorie acquisite per come evincibile sia dal contenuto delle difese delle parti che dalle emergenze scaturite dalle prove orali, oltre che dall’impostazione delle stesse difese delle parti, così esteriorizzando una sufficiente motivazione del raggiunto convincimento, come tale insindacabile nella presente sede di legittimità.

15. Il settimo ed ultimo motivo è del tutto infondato non ricorrendo affatto una ipotesi di omessa motivazione e, quindi, di nullità della sentenza, poichè – per quanto rimarcato con l’esame dei precedenti motivi – essa è stata basata su un percorso logico-giuridico assolutamente adeguato e pienamente rispondente a tutti i requisiti prescritti dall’art. 132 c.p.c., comma 2.

16. In definitiva, alla stregua delle ragioni complessivamente esposte, il ricorso deve essere respinto, con la conseguente condanna delle ricorrenti, in solido fra loro, al pagamento delle spese del presente giudizio, che si liquidano nei sensi di cui in dispositivo.

Infine, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte delle stesse ricorrenti, sempre con vincolo solidale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese del presente giudizio, che si liquidano in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre contributo forfettario, iva e cap nella misura e sulle voci come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte delle ricorrenti, in via solidale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 22 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2020

 

 

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