Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21857 del 09/10/2020

Cassazione civile sez. II, 09/10/2020, (ud. 01/07/2020, dep. 09/10/2020), n.21857

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7404/2016 proposto da:

L.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PAOLO EMILIO

n. 71, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO MARCHETTI,

rappresentato e difeso dall’avvocato FIORELLO TATONE;

– ricorrente –

contro

F.M. e F.N.;

– intimati –

avverso l’ordinanza del TRIBUNALE di PESCARA, depositata il

17/12/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

01/07/2020 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso proposto ai sensi dell’art. 702-bis c.p.c., l’avv. L.R. evocava F.M. e F.N. innanzi il Tribunale di Pescara invocandone la condanna al pagamento di alcuni compensi professionali.

Si costituiva la sola F.M. contestando nel merito la domanda ed invocandone il rigetto, mentre F.N. rimaneva contumace.

Con l’ordinanza impugnata, depositata il 16.12.2015, il Tribunale di Pescara, in composizione monocratica, accoglieva in parte la domanda, condannando le resistenti, in solido tra loro, al pagamento della somma di Euro 2.646,58 oltre interessi e spese di lite.

Propone ricorso per la cassazione di detta decisione L.R. affidandosi ad un unico motivo.

Le parti intimate non hanno svolto attività difensiva nel presente giudizio di legittimità.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con l’unico motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 50-bis, 50-ter, 737 c.p.c. e segg., L. n. 794 del 1942, artt. 28 e 29 e del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 perchè il Tribunale avrebbe dovuto pronunciarsi in composizione collegiale, avendo il L. proposto una domanda di pagamento di compensi per prestazioni professionali.

Il ricorso è inammissibile.

Pur dovendosi infatti ribadire che le controversie aventi ad oggetto i compensi dovuti all’avvocato a fronte delle prestazioni professionali da questi rese in favore del proprio cliente sono assoggettate al rito speciale previsto della L. n. 794 del 1942, artt. 28 e segg. e del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14, anche quando il thema disputandum non si limiti al quantum ma involga anche l’an della pretesa (cfr. Cass. Sez. 6 – 3, Sentenza n. 4002 del 29/02/2016, Rv. 638895; conf. Cass. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 5843 del 08/03/2017, Rv. 643262; nonchè, per l’individuazione del rito applicabile, Cass. Sez. U, Sentenza n. 4485 del 23/02/2018, Rv. 647316-01; conf. Cass. Sez. 2, Sentenza n. 26778 del 23/10/2018, Rv. 651011), va osservato che il fatto che il giudizio sia stato trattato in concreto, dal Tribunale di Pescara, sub specie di procedimento sommario di cognizione ai sensi degli artt. 702-bis c.p.c. e segg., comporta il necessario assoggettamento della relativa decisione ai rimedi impugnatori previsti da quel rito.

In argomento, va infatti ribadito che “… al fine di individuare il regime impugnatorio del provvedimento… che ha deciso la controversia, assume rilevanza la forma adottata dal giudice, ove la stessa sia frutto di una consapevole scelta, che può essere anche implicita e desumibile dalle modalità con le quali si è in concreto svolto il relativo procedimento” (Cass. Sez. U, Sentenza n. 390 del 11/01/2011, Rv. 615406; conf. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 26163 del 12/12/2014, Rv. 633419; nonchè Cass. Sez. 2, Sentenza n. 24515 del 05/10/2018, Rv. 650653). Dal che consegue che, avendo il giudice di merito consapevolmente trattato la causa con il rito previsto dagli artt. 702-bis c.p.c. e segg., espressamente – ed erroneamente -escludendo l’applicabilità della disposizione di cui al D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14, il provvedimento conclusivo avrebbe dovuto essere impugnato con il rimedio previsto dal rito erroneamente adottato, ovverosia con l’appello, in ossequio ai principi dell’apparenza e dell’ultrattività del rito (cfr. Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 210 del 08/01/2019, Rv. 652067; nonchè Cass. Sez. 2, Sentenza n. 30850 del 26/11/2019, Rv. 656192).

Il ricorso diretto in Cassazione va quindi dichiarato inammissibile, in assenza di un accordo esplicito tra le parti circa la proposizione dello stesso nelle forme del cd. ricorso per saltum (in proposito, cfr. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 22956 del 12/11/2010, Rv. 615535, secondo la quale “L’accordo diretto all’immediata impugnazione in sede di legittimità della sentenza di primo grado (c. d. ricorso “per saltum”) costituisce un negozio giuridico processuale, quantomeno sotto il profilo della rilevanza della manifestazione di volontà dei dichiaranti, il cui effetto è quello di rendere inappellabile la sentenza oggetto dell’accordo. Tale accordo, che consiste nella rinunzia ad un grado di giudizio, deve intervenire personalmente fra le parti, anche tramite loro procuratori speciali, mentre non è sufficiente che esso venga concluso dei rispettivi procuratori “ad litem”, e deve altresì precedere la scadenza del termine per la proposizione dell’appello, avendo quale oggetto una sentenza “appellabile” e non essendo previsto come mezzo per superare l’intervenuta formazione del giudicato bensì quale strumento per ottenere una sorta di interpretazione preventiva della legge da parte della Corte di cassazione. Esso infine deve preesistere o quanto meno essere coevo alla proposizione del ricorso per cassazione”; negli stessi termini, cfr. anche Cass. Sez. U, Sentenza n. 16993 del 26/07/2006, Rv. 591639).

Va aggiunto che proprio in ragione della consapevole esclusione del rito speciale di cui al D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14, operata nello specifico dal Tribunale, non può configurarsi un mutamento del rito, che consentirebbe – anche in presenza di processo erroneamente introdotto nelle forme ordinarie o sommarie codicistiche, ma trattato o deciso, in sostanza, in quelle del rito sommario speciale di cui al predetto art. 14 – di superare l’apparenza formale del provvedimento conclusivo ritenendolo direttamente impugnabile in Cassazione (cfr. Cass. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 10648 del 05/06/2020, Rv. 657888). In definitiva, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Nulla per le spese, in assenza di svolgimento di attività difensiva da parte intimata nel presente giudizio di legittimità.

Stante il tenore della pronuncia, va dato atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato, pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 1 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2020

 

 

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