Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21844 del 28/10/2016

Cassazione civile sez. trib., 28/10/2016, (ud. 05/10/2016, dep. 28/10/2016), n.21844

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. ZOSO Liana Maria Teresa – rel. Consigliere –

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21669-2012 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

G.R., elettivamente domiciliato in ROMA VIALE G. MAZZINI

88, presso lo studio dell’avvocato RAFFAELE SPERATI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato PAOLO COLOMBO giusta

delega a margine;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 85/2011 della COMM.TRIB.REG. di MILANO,

depositata il 28/06/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/10/2016 dal Consigliere Dott. LIANA MARIA TERESA ZOSO;

udito per il ricorrente l’Avvocato ROCCHITTA che si riporta e insiste

nelle conclusioni;

udito per il controricorrente l’Avvocato SPERATI che si riporta agli

atti;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GIACALONE Giovanni, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

ESPOSIZIONE DELLE RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

MOTIVAZIONE SEMPLIFICATA.

1. G.R. impugnava il provvedimento di diniego della richiesta di annullamento in autotutela dell’avviso di liquidazione con cui era stata disposta la revoca delle agevolazioni fiscali spettanti agli imprenditori agricoli ai sensi della L. n. 604 del 1954, artt. 1 e 2 delle quali il contribuente aveva beneficiato relativamente all’atto di acquisto di un terreno agricolo stipulato il (OMISSIS) e registrato il (OMISSIS). La revoca era stata disposta sul presupposto che il contribuente aveva dismesso la qualifica di coltivatore diretto dal 10.12.2003. L’avviso di liquidazione era stato notificato in data 14.11.2006 ed il contribuente aveva presentato istanza di annullamento in autotutela in data 11.1.2007, omettendo di proporre ricorso avverso l’avviso di liquidazione che, per l’effetto, era divenuto definitivo.

La commissione tributaria provinciale di Mantova accoglieva il ricorso e la sentenza era confermata dalla commissione tributaria regionale della Lombardia.

Osservava la CTR che il contribuente, con la richiesta di annullamento, aveva esposto elementi nuovi che incidevano sulla originaria pretesa dell’Ufficio determinandone l’infondatezza e che il giudice tributario poteva procedere al sindacato sulla legittimità del rifiuto, indipendentemente dal fatto che l’avviso di accertamento fosse divenuto definitivo per mancata impugnazione, a tutela dell’interesse del contribuente alla regolarità, buon andamento ed imparzialità della Pubblica Amministrazione.

2. Avverso la sentenza della CTR propone ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate affidato a due motivi. Resiste con controricorso il contribuente.

3. Con il primo motivo la ricorrente deduce difetto di giurisdizione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 1, e violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione al D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 2, 19 e 21.

Sostiene la ricorrente che la CTR ha errato nel dichiarare ammissibile la tutela giurisdizionale a fronte del diniego dell’esercizio dell’autotutela e nell’esercitare un sindacato sulla fondatezza della pretesa tributaria, posto che la fondatezza della pretesa oppositiva avrebbe potuto essere rivalutata soltanto dall’Amministrazione finanziaria a condizione che esistesse un interesse pubblico attuale all’annullamento, interesse che nel caso di specie il contribuente neppure aveva dedotto.

4. Con il secondo motivo deduce violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21 e art. 112 c.p.c.; nullità della sentenza, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4; contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Sostiene la ricorrente che la CTR è incorsa nelle plurime violazioni contestate in quanto da un lato ha affermato che oggetto del ricorso non era l’avviso di liquidazione ma il provvedimento di diniego di accoglimento della richiesta di autotutela, dall’altro ha confermato la sentenza di primo grado con cui era stato annullato l’avviso di liquidazione, senza tener conto del fatto che l’avviso di liquidazione era divenuto definitivo per la mancata impugnazione nei termini.

5. Il Collegio ha autorizzato, come da decreto del Primo Presidente di data 14.9.2016, la redazione della motivazione in forma semplificata.

6. Osserva la Corte che il primo motivo di ricorso è fondato. Occorre premettere che la ricorrente ha formulato il motivo di doglianza con riguardo al difetto di giurisdizione (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 1) ed alla violazione di legge (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) ma la questione, che involge l’impugnabilità del provvedimento di diniego di autotutela per motivi che attengono alla legittimità dell’atto impositivo divenuto definitivo, attiene al merito e non alla giurisdizione poichè investe i limiti interni posti dall’ordinamento al giudice tributario. Ciò posto, va considerato che la presentazione di deduzioni difensive non è idonea a sospendere il termine di decadenza previsto dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21 ai fini dell’impugnazione davanti al giudice tributario, ma può svolgere esclusivamente la funzione di sollecitare l’esercizio del potere dell’Amministrazione, di natura discrezionale, di annullamento d’ufficio o di revoca dell’atto contestato (Cass., Sez. U, Sentenza n. 16097 del 09/07/2009). Nel caso che occupa il contribuente ha proposto l’istanza di annullamento in autotutela nella pendenza del termine per proporre ricorso e, non avendolo proposto, l’atto impositivo è divenuto definitivo. A tal punto il contribuente ha proposto ricorso avverso il diniego del provvedimento di revoca dell’atto impositivo. Ora, la Corte di legittimità, nel determinare i corretti limiti del sindacato giurisdizionale in ordine ai provvedimenti di diniego di autotutela, ha più volte affermato il principio secondo cui ” Il contribuente che richiede all’Amministrazione finanziaria di ritirare, in via di autotutela, un avviso di accertamento divenuto definitivo, non può limitarsi a dedurre eventuali vizi dell’atto medesimo, la cui deduzione deve ritenersi definitivamente preclusa, ma deve prospettare l’esistenza di un interesse di rilevanza generale dell’Amministrazione alla rimozione dell’atto. Ne consegue che contro il diniego dell’Amministrazione di procedere all’esercizio del potere di autotutela può essere proposta impugnazione soltanto per dedurre eventuali profili di illegittimità del rifiuto e non per contestare la fondatezza della pretesa tributaria”. Ciò in quanto il sindacato giurisdizionale può esercitarsi soltanto sulla legittimità del rifiuto stesso da parte dell’Amministrazione finanziaria, in relazione alle ragioni di rilevante interesse generale che, ai sensi del D.L. 20 settembre 1994, n. 564, art. 2- quater convertito con modificazioni dalla L. 30 novembre 1994, n. 656, e del D.M. 11 febbraio 1997, n. 37, art. 3 ne giustificano l’esercizio, e non sulla fondatezza della pretesa tributaria, mentre, invece, il controricorrente ribadisce la fondatezza nel merito delle proprie ragioni a sostegno dell’istanza di annullamento in autotutela. Diversamente opinando, o si avrebbe un’indebita sostituzione del giudice nell’attività amministrativa, o si darebbe inammissibilmente ingresso ad una controversia sulla legittimità di un atto impositivo, che sia divenuto definitivo (Cass. n. 26087 del 11/12/2014 e Cass. n. 25524 del 02/12/2014).

7. Il secondo motivo di ricorso rimane assorbito.

Il ricorso va dunque accolto e l’impugnata sentenza cassata. Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa va decisa nel merito, a norma dell’art. 384 c.p.c., comma 2, ed il ricorso originario del contribuente va rigettato. Le spese processuali dei giudizi di merito si compensano tra le parti in considerazione dei discordi precedenti e quelle di questo giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

La Corte accoglie il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso originario del contribuente. Compensa le spese processuali relative ai giudizi di merito e condanna il contribuente a rifondere all’Agenzia delle Entrate le spese processuali di questo giudizio, spese che liquida in complessivi Euro 2.500,00, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 5 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 ottobre 2016

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