Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21832 del 29/08/2019

Cassazione civile sez. II, 29/08/2019, (ud. 22/05/2019, dep. 29/08/2019), n.21832

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3821/2017 proposto da:

P.M., rappresentata e difesa in giudizio dall’avvocato

Bruno Forte del Foro di Cassino, elettivamente domiciliata presso lo

studio di questo, in via Matteotti 2 Sora FR, giusta procura in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Economia e delle Finanze, (OMISSIS), elettivamente

domiciliato in Roma, Via Dei Portoghesi 12, presso Avvocatura

Generale Dello Stato, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 1485/2016 della Corte d’appello di Perugia,

depositato il 30/06/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/05/2019 dal Consigliere Dott. Annamaria Casadonte.

Fatto

RILEVATO

che:

– con ricorso depositato in data 11.11.2011 la ricorrente chiedeva alla Corte d’appello di Perugia il riconoscimento di un indennizzo di equa riparazione per irragionevole durata del processo ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 2;

– il giudizio presupposto si era svolto davanti al TAR del Lazio, sez. distaccata di Latina ed era stato iniziato con ricorso depositato in data 11.01.2002 nei confronti del Comune di Arpino;

– la domanda depositata presso il TAR aveva ad oggetto l’impugnazione di una Delibera in tema di mobilità del personale ed era stata decisa, con decreto di perenzione depositato in data 21.04.2011;

– in seguito alla decisione del TAR, la ricorrente aveva presentato ricorso presso la Corte d’appello di Perugia, ritenendo di avere diritto all’equa riparazione prevista dalla L. n. 89 del 2001, per l’irragionevole durata del processo che era iniziato nel 2002 e si era concluso solo nel 2011 (circa nove anni dopo);

– la corte territoriale dichiarava con il decreto impugnato, e meglio indicato in epigrafe, l’improponibilità della domanda rilevando che nel giudizio amministrativo presupposto la ricorrente non aveva presentato l’istanza di prelievo di cui all’art. 71 codice del processo amministrativo (D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104), richiesta come condizione di proponibilità della domanda di equa riparazione dal D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, nel testo, in vigore dal 16.9.10, modificato dal suddetto D.Lgs. n. 104 del 2010, art. 3, comma 23, all. n. 4;

– la cassazione del suddetto decreto è chiesta con tempestivo ricorso affidato a quattro motivi;

– il Ministero dell’Economia e delle Finanze si è costituito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– il primo motivo denuncia la violazione dell’art. 6, par. 1 e dell’art. 13 CEDU, la violazione del principio dell’interpretazione adeguatrice della norma interna contrastante con la CEDU in relazione all’interpretazione dell’art. 54 come novellato dal D.Lgs. n. 104 del 2010 e successive modificazioni;

– la ricorrente contesta la decisione della corte d’appello sottolineando come la CEDU, in numerose sentenze, abbia dichiarato l’irrilevanza della domanda di fissazione urgente dell’udienza ai fini del successivo giudizio sull’irragionevole durata. Inoltre, nella sentenza Olivieri c. Italia, la CEDU ha dichiarato l’illegittimità della normativa italiana sull’istanza di prelievo come condizione del ricorso ex L. n. 89 del 2001;

– col secondo motivo si contesta la violazione dell’art. 34 CEDU, l’illegittimità costituzionale del DL. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, come modificato dal D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104, art. 3, comma 23, art. 4 e la violazione dell’art. 41 e violazione dell’art. 1, prot. N. 1 CEDU in riferimento al diritto di credito maturato dal ricorrente al momento della verificazione dell’illegittima durata del processo;

– afferma la ricorrente che la Corte EDU ha ritenuto irrilevante la proposizione dell’istanza di prelievo nel procedimento davanti al TAR; di conseguenza, la richiesta di detta istanza, per poter proporre il ricorso per l’irragionevole durata del processo comprimerebbe il diritto dei ricorrenti e la loro giusta pretesa a una pronuncia giudiziaria in un termine ragionevole;

– questo perchè l’istanza non ha un vero potere d’influire nel giudizio e se anche lo avesse, ciò comporterebbe che sono tutelati dall’irragionevole durata solo quei soggetti che possono vantare un pregiudizio imminente, grave e irreparabile e che hanno preventivamente presentato l’istanza di prelievo;

– inoltre, pretendere un’interpretazione retroattiva della norma di cui all’art. 54, comma 2, pone seri dubbi sulla costituzionalità della stessa, perchè si sottopone la pretesa della parte ad una valutazione su un atto che essa non sapeva di dover compiere e si sostanzia un’interferenza non giustificabile del diritto a difendersi in giudizio;

– con il (terzo motivo viene contestata la violazione dell’art. 6 CEDU e la violazione dell’art. 1, prot. 1 della Convenzione Europea;

– la ricorrente contesta di essere stata privata in modo retroattivo del diritto a far valere le proprie ragioni;

– la ricorrente denuncia che l’art. 54 citato costituisce una indebita ingerenza del potere legislativo nel funzionamento di quello giudiziario in violazione dell’orientamento della CEDU, per la quale il solo interesse economico non giustifica l’applicazione dei una legge retroattiva;

– col quarto motivo la ricorrente afferma che la norma contestata non poteva disporre per il passato essendo successiva all’istaurazione del giudizio per cui si chiedeva l’indennizzo e quindi non si poteva pretendere dalla parte l’adempimento di un onere che essa non sapeva di dover compiere;

– i quattro motivi del ricorso possono essere esaminati congiuntamente perchè riguardano diversi aspetti della medesima questione e vanno accolti;

– questa Corte con ordinanza interlocutoria n. 27923/2017, relativa al ricorso sul ricorso 5086-2015 proposto da M.G. contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, convertito con modificazioni in L. n. 133 del 2008, come modificato dal D.Lgs. n. 104 del 2010, art. 3, comma 23, all. 4 e dal D.Lgs. Correttivo n. 195 del 2011, art. 1, comma 3, lett. a), n. 6), in relazione all’art. 117 Cost., comma 1 e ai parametri interposti dell’art. 6, par. 1, art. 13 e art. 46, par. 1 CEDU;

– occorre dare atto che nelle more del presente giudizio è intervenuta la sentenza della Corte costituzionale n. 34 del 6 marzo 2019, che ha dichiarato incostituzionale il D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2 e successive modifiche, qui rilevante, trattandosi nella specie di procedimento per il quale non risulta applicabile la previsione di cui della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 1, come novellato dalla L. n. 208 del 2015 (attesa la specifica norma transitoria di cui della stessa L. n. 89 del 2001, art. 6, comma 2 bis, atteso che il processo presupposto alla data del 31 ottobre 2016 avrebbe già superato i termini di durata ragionevole);

– la Consulta, nel richiamare la costante giurisprudenza della Corte EDU, secondo cui i rimedi preventivi, volti ad evitare che la durata del procedimento diventi eccessivamente lunga, sono ammissibili, o addirittura preferibili, eventualmente in combinazione con quelli indennitari, ma ciò solo se “effettivi” e, cioè, nella misura in cui velocizzino la decisione da parte del giudice competente (così, in particolare, Corte Europea dei diritti dell’uomo, grande Camera, sentenza 29 marzo 2006, Scordino contro Italia), ha ricordato come già con la sentenza del 2 giugno 2009, Daddi contro Italia, detta Corte, pur dichiarando il ricorso inammissibile per il mancato esperimento del rimedio giurisdizionale interno, aveva preannunciato che una prassi interpretativa ed applicativa del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, nel testo antecedente alla modifica di cui al D.Lgs. n. 104 del 2010 – che avesse avuto come effetto quello di opporsi all’ammissibilità dei ricorsi ex legge Pinto (relativi alla durata di un processo amministrativo conclusosi prima del 25 giugno 2008), per il solo fatto della mancata presentazione di un’istanza di prelievo – avrebbe privato sistematicamente alcune categorie di ricorrenti della possibilità di ottenere una riparazione adeguata e sufficiente;

– ha altresì rammentato che di recente, con la sentenza 22 febbraio 2016, Olivieri e altri contro Italia, la Corte EDU aveva affrontato il problema dell’effettività del rimedio nazionale ex lege n. 89 del 2001, soggetto alla condizione di proponibilità del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2. Ed esaminando diacronicamente tale disposizione, fino al testo scaturito dalle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 104 del 2010, aveva conclusivamente ritenuto che la procedura nazionale per lamentare la durata eccessiva di un giudizio dinanzi al giudice amministrativo, risultante dal combinato disposto della “legge Pinto” con la disposizione stessa, non potesse essere considerata un rimedio effettivo ai sensi dell’art. 13 della CEDU;

– ciò soprattutto sul rilievo che il sistema giuridico nazionale non prevede alcuna condizione volta a garantire l’esame dell’istanza di prelievo;

– per l’effetto ha ritenuto che la norma in esame si pone in contrasto con la “costante giurisprudenza della Corte EDU”, atteso che l’istanza di prelievo, cui fa riferimento il D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2 (prima della rimodulazione, come rimedio preventivo, operatane dalla L. n. 208 del 2015), non costituisce un adempimento necessario ma una mera facoltà del ricorrente (ex art. 71, comma 2, codice del processo amministrativo, la parte “può” segnalare al giudice l’urgenza del ricorso), con effetto puramente dichiarativo di un interesse già incardinato nel processo e di mera “prenotazione della decisione” (che può comunque intervenire oltre il termine di ragionevole durata del correlativo grado di giudizio), risolvendosi in un adempimento formale, rispetto alla cui violazione la, non ragionevole e non proporzionata, sanzione di improponibilità della domanda di indennizzo risulta non in sintonia nè con l’obiettivo del contenimento della durata del processo nè con quello indennitario per il caso di sua eccessiva durata;

– la sopravvenuta declaratoria di incostituzionalità della norma che subordinava la proponibilità della domanda di equo indennizzo alla necessaria presentazione dell’istanza di prelievo per contrasto con i parametri convenzionali della CEDU (art. 6, par. 1), la cui violazione comporta, appunto, per interposizione, quella dell’art. 117 Cost., comma 1, impone quindi la cassazione del decreto impugnato con rinvio per nuovo esame alla Corte d’appello di Perugia, in diversa composizione, la quale dovrà in ogni caso considerare, come ribadito dalla Consulta nella menzionata sentenza, che la mancata presentazione dell’istanza di prelievo può costituire elemento indiziante di una sopravvenuta carenza, o di non serietà, dell’interesse della parte alla decisione del ricorso, potendo quindi assumere rilievo ai fini della quantificazione dell’indennizzo ex L. n. 89 del 2001, ma non potendo viceversa condizionare la stessa proponibilità della correlativa domanda;

– al giudice del rinvio è demandata anche la liquidazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e cassa la decisione impugnata con rinvio anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio alla Corte d’Appello di Perugia in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 22 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 29 agosto 2019

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