Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21826 del 29/08/2019

Cassazione civile sez. II, 29/08/2019, (ud. 29/03/2019, dep. 29/08/2019), n.21826

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. SANGIORGIO Maria Rosaria – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22393-2015 proposto da:

P.L., elettivamente domiciliata in ROMA, LUNGOTEVERE

DELLE NAVI 20, presso lo studio dell’avvocato CAMILLO VESPASIANI,

rappresentata e difesa dagli avvocati LUCIO OLIVIERI, FLORENZA

RENZI;

– ricorrente –

contro

PE.NA., O.E., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA LUIGI SETTEMBRINI 30, presso lo studio dell’avvocato

LORETO ANTONELLO CHIOLA, rappresentati e difesi dall’avvocato

MASSIMO RICCI;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 559/2014 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 26/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

29/03/2019 dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1 La Corte d’Appello di Ancona, con sentenza 26.6.2014, ha confermato le sentenze di primo grado emesse dal Tribunale di Fermo (quella non definitiva n. 920/2000 che aveva regolato il confine tra il fondo degli attori Pe.Na., O.E. e O.F. e quello della convenuta P.L. ordinando a quest’ultima il rilascio della zona occupata; e quella definitiva n. 934/2003, che aveva preso atto della rinunzia della convenuta alla domanda riconvenzionale di acquisto della proprietà per usucapione abbreviata e deciso sulle spese di lite.

Per quanto ancora interessa, il giudice del gravame ha motivato la decisione osservando che anche in relazione alla subordinata “eccezione riconvenzionale” di acquisto della servitù di passaggio sulla porzione di terreno destinata a strada, era stata dedotta l’usucapione decennale, di cui però non ricorrevano i presupposti; ha ritenuto pertanto che andasse revocata l’ordinanza 13.1.2010 di ammissione della prova testimoniale, ormai divenuta irrilevante (ordinanza peraltro da ritenersi implicitamente revocata dal precedente provvedimento che, anzichè fissare l’udienza per l’assunzione della prova, aveva disposto la precisazione delle conclusioni).

La Corte d’Appello ha poi ritenuto corretta la regolamentazione delle spese di lite, operata secondo il principio della soccombenza.

2. Contro tale sentenza ricorre per cassazione la P. con tre motivi, illustrati da memoria e contrastati con controricorso dal Pe. e da O.E. (essendo frattanto deceduto l’altro originario attore O.F.).

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1 Rilevato preliminarmente il tardivo deposito della memoria da parte dei controricorrenti (deposito avvenuto solo in data 26.3.2019, mentre l’art. 380 bis 1 c.p.c. prescrive che esso debba avvenire “non oltre dieci giorni prima dell’adunanza in camera di consiglio”), osserva il Collegio che col primo motivo la ricorrente lamenta nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c. per avere la Corte territoriale travisato il senso letterale e il contenuto sostanziale della sua comparsa di costituzione, omettendo di pronunciarsi su ciò che le era stato richiesto e per avere sostituito di ufficio l’azione esercitata (ex artt. 1061,1062 e 1158 c.c.) con una del tutto diversa (ex art. 1159 c.c.).

Secondo la P., dalla lettura della comparsa di costituzione, dei capitoli di prova, complessivamente valutati, e delle conclusioni rassegnate a verbale risultava che, contrariamente a quanto affermato dalla Corte di merito, in relazione alla dedotta servitù di passaggio era stata dedotta l’usucapione ventennale; del resto – precisa la ricorrente non avrebbe avuto alcun senso riconoscere l’inidoneità del titolo posto a base dell’acquisto della proprietà per usucapione abbreviata (l’atto C. del 29.1.1975) e poi appellare in relazione al mancato riconoscimento della servitù di passaggio invocando il medesimo titolo.

Sotto altro profilo, rileva la ricorrente che, se anche si volesse ritenere dedotta per la prima volta in secondo grado l’acquisto della servitù per usucapione ventennale, in tal caso non vi sarebbe stata nessuna violazione dei “nova” in appello perchè la giurisprudenza di legittimità lo consente. Pertanto, a suo dire, il giudice di appello avrebbe dovuto verificare l’esistenza dei presupposti per accogliere la domanda sotto il profilo degli artt. 1061,1062 e 1158 c.c.soprattutto alla luce delle richieste istruttorie formulate ed ammesse dalla stessa Corte d’Appello con l’ordinanza del 18.6.2010, richieste di cui riporta il contenuto. Aggiunge la ricorrente che i documenti prodotti (l’atto pubblico per notaio S. del 3.11.1970 e il foglio originale di mappa), unitamente alla richiesta di consulenza tecnica, erano finalizzati a dimostrare proprio il decorso del termine ultraventennale ai fini dell’acquisto per usucapione della servitù.

Il motivo è infondato sotto entrambi i profili in cui si articola.

Innanzitutto, perchè il giudice di merito ha il potere-dovere di qualificare giuridicamente i fatti posti a base della domanda o delle eccezioni e di individuare le norme di diritto conseguentemente applicabili, anche in difformità rispetto alle indicazioni delle parti, incorrendo nella violazione del divieto di ultrapetizione soltanto ove sostituisca la domanda proposta con una diversa, modificandone i fatti costitutivi o fondandosi su una realtà fattuale non dedotta e allegata in giudizio dalle parti (tra le varie, Sez. 2 -, Ordinanza n. 5153 del 21/02/2019 Rv. 652704; Sez. 2, Sentenza n. 23215 del 2010): nel caso di specie, i giudici di merito, sulla base dei fatti dedotti in comparsa di costituzione, hanno qualificato la domanda riconvenzionale spiegata dalla P. come domanda di accertamento di usucapione decennale spiegandone anche le ragioni (v. pagg. 4 e 5 sentenza impugnata), e quindi non hanno sostituito la domanda proposta con una diversa, limitandosi ad una attività interpretativa e qualificativa nell’esercizio delle loro prerogative.

Passando all’esame dell’altro profilo di censura, è vero che, secondo la costante giurisprudenza di legittimità, la proprietà e gli altri diritti reali di godimento appartengono alla categoria dei c.d. diritti autodeterminati, individuati in base alla sola indicazione del loro contenuto, sicchè nelle relative azioni la “causa petendi” si identifica con il diritto e non con il titolo che ne costituisce la fonte; e che pertanto, una volta introdotto il giudizio per il riconoscimento dell’usucapione abbreviata di cui all’art. 1159-bis c.c., il giudice, ove ne sussistano i presupposti, può accogliere la domanda di usucapione ordinaria senza incorrere nel vizio di extrapetizione, nè tale domanda può ritenersi inammissibile ove sia proposta per la prima volta in grado di appello, se il decorso del più ampio termine sia stato oggetto di specifiche allegazioni e prove ufficialmente introdotte in causa (Sez. 2, Sentenza n. 12607 del 24/05/2010 Rv. 613297; Sez. 2, Sentenza n. 11293 del 16/05/2007 Rv. 596689).

Tale principio però nella fattispecie all’esame del Collegio non soccorre perchè non si rinvengono le “specifiche allegazioni” sul decorso del più ampio termine.

Col capitolo di prova n. 3 la P. aveva chiesto di provare per testimoni che la strada oggetto della pretesa servitù di passaggio, per accedere alla sua casa era stata utilizzata, da lei, dai familiari parenti e conoscenti da “oltre cinquanta anni” (v. pag. 14 ricorso).

Avendo però dedotto che l’acquisto della casa dal Beneficio Parrocchiale avvenne con atto per notaio S. del 3.11.1970 (v. pag. 15 ricorso), è evidente che, trattandosi di giudizio promosso nel 1986 (quindi prima del decorso del ventennio dall’acquisto), occorreva dimostrare o quanto meno allegare un’accessione del possesso (art. 1146 c.c., comma 2).

Al riguardo, questa Corte, innovando rispetto al proprio precedente orientamento (Cass. nn. 3177/06 e 18750/05), ha più recentemente affermato che l’accessione del possesso della servitù a favore del successore a titolo particolare della proprietà del fondo dominante, ferma la necessità di un titolo astrattamente idoneo a trasferire quest’ultimo, non richiede, ai sensi dell’art. 1146 c.c., comma 2, l’espressa menzione della servitù nel titolo di acquisto (v. Sez. 2, Sentenza n. 18909 del 05/11/2012 Rv. 624155; Sez. 2, Sentenza n. 20287 del 23/07/2008 Rv. 604846; Sez. 2, Sentenza n. 15020 del 2013 in motivazione; Sez. 2, Sentenza n. 19788 del 2016 in motivazione).

Nel caso in esame, però occorreva dimostrare o quanto meno allegare che anche il dante causa (cioè il Beneficio Parrocchiale) avesse esercitato un possesso della strada corrispondente al diritto di servitù di passaggio il che, come si è visto, non risulta perchè non solo il capitolo 3 ma, a bene vedere, nessuno dei capitoli di prova articolati (v. pag. 14 del ricorso) allega una tale decisiva circostanza di fatto.

2 Le esposte considerazioni assorbono logicamente l’esame del secondo motivo di ricorso con cui si denunzia ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4 la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 per motivazione assente o apparente sulla revoca dell’ordinanza ammissiva della prova testimoniale in appello sull’usucapione, priva – lo si ripete – di allegazioni specifiche.

3 Col terzo ed ultimo motivo la ricorrente lamenta falsa applicazione di legge, cioè l’assunzione della fattispecie concreta sub art. 950 anzichè sub 951 c.c., rimproverando alla Corte d’Appello di non avere scomputato dal rimborso delle spese di consulenza tecnica quelle per l’apposizione dei termini, gravanti in misura uguale sui confinanti e di non avere considerato che l’azione proposta dagli attori aveva anche ad oggetto l’apposizione dei termini. Ritiene quindi di avere diritto alla restituzione della metà del compenso maturato dal consulente tecnico.

Il motivo è infondato, anche se si impone la correzione della motivazione della sentenza impugnata ex art. 384 c.p.c., u.c..

La Corte d’Appello ha rigettato la doglianza sulla condanna al totale rimborso delle spese di consulenza, ritenendo inconferente il richiamo all’art. 951 c.c., posto che nel caso in esame si trattava di azione proposta dagli attori ex art. 950 c.c. (v. pag. 7 sentenza impugnata).

Tale affermazione non è condivisibile perchè l’azione per l’apposizione di termini ha natura accessoria e consequenziale a quella di regolamentazione di confini, in quanto presuppone l’esistenza di un confine certo e determinato (cfr. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 8100 del 08/04/2011 Rv. 617546).

Tuttavia, la correttezza della conclusione sul carico delle spese peritali discende dalla semplice constatazione che tali spese rientrano nelle spese di lite e dunque, in applicazione dell’art. 91 c.p.c., sono state giustamente poste a carico della P., ritenuta soccombente sulla questione dell’usucapione e condannata a restituire agli attori porzioni di suolo occupate.

E’ pertanto inevitabile la reiezione del ricorso con addebito di spese alla parte soccombente che – sussistendone le condizioni di legge – è tenuta anche al versamento dell’ulteriore contributo unificato.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente grado di giudizio che liquida in complessivi Euro 1.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge nella misura del 15%. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 29 marzo 2019.

Depositato in Cancelleria il 29 agosto 2019

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