Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21825 del 28/10/2016


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Cassazione civile sez. trib., 28/10/2016, (ud. 18/07/2016, dep. 28/10/2016), n.21825

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. FERNANDES Giulio – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6334-2012 proposto da:

CASTELLO SRL in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA CORSO VITTORIO EMANUELE II 18,

presso lo STUDIO GREZ E ASSOCIATI, rappresentato e difeso

dall’avvocato CLAUDIO GENEROSO giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE CENTRALE, in persona del Direttore

pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI

12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrente –

e contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE DI PAVIA;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1/2011 della COMM.TRIB.REG. di MILANO,

depositata il 14/01/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/07/2016 dal Consigliere Dott. GIULIO FERNANDES;

udito per il ricorrente l’Avvocato ROMANELLO POMES per delega

dell’Avvocato GENEROSO che si riporta al ricorso;

udito per il controricorrente l’Avvocato PALATIELLO che si riporta al

controricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO Riccardo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Castello s.r.l. impugnava l’avviso di accertamento n. (OMISSIS) con il quale l’ufficio aveva accertato per l’anno d’imposta (OMISSIS) – con riferimento alla dichiarazione UNICO (OMISSIS) – costi non inerenti per Euro 9.523,00 e ricavi non dichiarati per Euro 437.182,45 determinando una maggiore IRES per Euro 153.952,00, maggiore IRAP per Euro 19.251,00 e maggiore IVA per Euro 19.392,00 oltre sanzione unica stabilita in Euro 211.987,00.

La Commissione Tributaria Provinciale di Pavia accoglieva il ricorso solo con riferimento ai costi non pertinenti, rigettandolo nel resto.

Tale decisione veniva confermata dalla Commissione Regionale di Milano che rilevava come correttamente il primo giudice aveva ritenuto l’accertamento induttivo ed il risultato di tale accertamento giustificati dall’insufficienza della contabilità della società, dall’impossibilità di individuare le rimanenze iniziali e finali tali da consentire di pervenire al costo del venduto, dalla mancata previsione di capitolati di vendita e di lavori extra, dall’assenza di preliminari di vendita (in un complesso immobiliare di 16 appartamenti e 4 villette a schiera) nonchè dalla presenza di mutui contratti dagli acquirenti per importi ampiamente superiori al prezzo di vendita dichiarato. Evidenziava anche la Commissione di secondo grado che il risultato del detto accertamento era stato condotto in aderenza al valore di mercato degli immobili previsto dal Borsino Immobiliare Pavese.

Avverso tale oltre decisione propone ricorso la Castello s.r.l. affidato a cinque motivi.

Resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

La ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, comma 3, D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d) (novellato dalla Legge Comunitaria 2008), D.L. n. 223 del 2006, art. 35, commi 2, 3, e art. 23 bis (convertito con la L. n. 248 del 2006) nonchè violazione della circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 11 del 16.2.2007 (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3).

Con il secondo motivo viene dedotta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione all’applicazione del D.L. n. 226 del 2006 cit. (ex art. 360 c.p.c., n. 5).

Entrambi i motivi sono inammissibili in quanto la Commissione non ha accertato che l’avviso impugnato era stato emesso sulla base del criterio previsto dal D.L. n. 223 del 2006. Il secondo lo è anche sotto altro profilo deducendo come vizio di motivazione una questione di diritto (tra le varie: Cass. n. 28663 del 27/12/2013; Cass. n. 28054 del 25/11/2008).

Con il terzo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, comma 3, D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), D.L. n. 223 del 2006, art. 35, commi 2, 3 e art. 23 bis in relazione agli artt. 2727 e 2729 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c. (ex art. 360 c.p.c., n. 3) nonchè vizio di motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5).

Si assume che gli elementi posti a supporto dell’accertamento e ritenuti dal giudice di merito idonei a giustificarlo integravano solo delle presunzioni semplici ma non gravi precise e concordanti.

Il motivo è inammissibile sotto un duplice profilo.

In primo luogo, perchè mescola e sovrappone mezzi d’impugnazione eterogenei facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1. Ed infatti, l’esposizione cumulativa delle diverse questioni, ove non consenta di individuare partitamente gli argomenti che supportano ciascuna censura, mira a rimettere al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, onde ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., per poi ricercare quale o quali disposizioni sarebbero utilizzabili allo scopo, così attribuendo, inammissibilmente, al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle lagnanze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse (cfr. Cass. Sez. u, n. 9100 del 06/05/2015; Cass. n. 21611 del 20/09/2013; Cass. n. 19443 del 23/09/2011).

Inoltre, perchè contiene censure ch’e si risolvono nella denuncia di una errata o omessa valutazione del materiale probatorio acquisito ai fini della ricostruzione dei fatti e finisce con il sollecitare una nuova valutazione del merito della controversia inammissibile in questa sede.

Invero, è stato in più occasioni affermato dalla giurisprudenza di legittimità che la valutazione delle emergenze probatorie, come la scelta, tra le varie risultanze, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive (cfr, e plurimis, Cass. n. 17097 del 21/07/2010; Cass. n. 12362 del 24/05/2006; Cass. n. 11933 del 07/08/2003).

Con il quarto motivo si deduce violazione e falsa applicazione del TUIR, art. 92, commi 1 e 6 e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39 (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3) per avere il giudice del merito erroneamente ritenuto insufficiente la contabilità della società ricorrente in quanto la valutazione dei prodotti in corso di lavorazione er’à stata correttamente effettuata ai sensi e per quanto previsto dall’art. 92, commi 1 e 6.

Il motivo è inammissibile perchè, al pari del precedente, sollecita una nuova non consentita valutazione del merito della controversia.

Alla luce di quanto sin qui esposto, il ricorso va rigettato per inammissibilità dei motivi.

Le spese del presente giudizio, per il principio della soccombenza, sono poste a carico della ricorrente e vengono liquidate come da dispositivo.

PQM

La Corte, rigetta il ricorso per inammissibilità dei motivi e condanna la ricorrente alle spese del presente giudizio liquidate in Euro 4.000,00 oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 18 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 ottobre 2016

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