Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2180 del 25/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 25/01/2022, (ud. 01/07/2021, dep. 25/01/2022), n.2180

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCRIMA Antonietta – Presidente –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22596-2020 proposto da:

S.C., rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE DI MONDA

ed elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PROPERZIO, 27, presso lo

studio dell’avvocato ANTONIO DE SARNO, pec:

giuseppe.dimonda.pecavvocatinola.it;

– ricorrente –

contro

D.C.C., rappresentato e difeso dagli avvocati CARLO

PETRELLA, MARIA ROSARIA MANCO e domiciliato ex lege presso la

cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, pec:

cario.petrella.pecavvocatinola.it Mariarosaria.manco.forotorre.it;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 164/2020 del TRIBUNALE di NOLA, depositata il

27/01/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’1/07/2021 dal Consigliere Relatore Dott.ssa

MOSCARINI ANNA.

 

Fatto

CONSIDERATO

che:

1. S.C. convenne, davanti al Giudice di Pace di Pomigliano d’Arco, D.C.C. rappresentando di aver da lui subito un’aggressione sia fisica sia verbale mentre parcheggiava la propria autovettura in prossimità del punto vendita di piante e fiori del D.C., quando quest’ultimo lo aveva avvicinato accusandolo di aver procurato danni all’auto di sua proprietà e lo aveva aggredito percuotendolo con calci e pugni. Il S. riferì dell’intervento dei Vigili Urbani e dell’accertamento, presso il pronto soccorso di (OMISSIS), di un trauma, regolarmente refertato, all’esito del quale aveva presentato una formale denuncia-querela.

Tutto ciò premesso chiese, pertanto, all’adito Giudice di Pace la condanna del D.C. al risarcimento dei danni.

Il convenuto si costituì in giudizio affermando di essersi limitato ad una mera difesa dall’altrui aggressione e propose domanda riconvenzionale per danni.

2. Il giudice adito, svolto l’interrogatorio libero delle parti ed auditi due testi per parte, rigettò sia la domanda principale sia la riconvenzionale ritenendo non esservi certezza né sulla dinamica dei fatti né sul nesso causale tra le lesioni – di cui al referto prodotto dall’attore -e la pretesa aggressione subìta.

3. Il Tribunale di Nola, adito in appello dal S., con sentenza n. 164 del 27/1/2020, ha rigettato l’appello ritenendo che né l’attore né il convenuto avessero ottemperato all’onere della prova di cui all’art. 2697 c.c. in quanto gli elementi di prova acquisiti in giudizio, con particolare riferimento alle prove testimoniali, non consentivano al giudice di stabilire con certezza la verosimiglianza dell’una o dell’altra tesi prospettata dalle parti.

4. Avverso la sentenza S.C. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi.

D.C.C. ha resistito con controricorso.

5. Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli artt. 375,376 e 380-bis c.p.c..

La proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, in vista della quale il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RITENUTO

che:

1. Con il primo motivo di ricorso – violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., comma 2 e art. 167 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – il S. contesta la ricostruzione operata dal giudice del merito ed afferma che il fatto storico dell’aggressione avrebbe dovuto, in difetto di contestazione, considerarsi acquisito al giudizio. In particolare il giudice avrebbe errato nel non rilevare che gravava sul convenuto l’onere della prova della scriminante della legittima difesa rispetto a fatti che sarebbero incontestati. Ancora il giudice avrebbe errato nel non attribuire rilievo – anche ai fini di un giudizio di prevalenza delle prove testimoniali acquisite agli atti – alle fotografie depositate dal danneggiato e alla certificazione medica che attestava il decorso post-traumatico delle lesioni.

In sostanza il ricorrente deduce che il giudice non avrebbe osservato le prescrizioni di cui all’art. 116 c.p.c. nella valutazione della prova ed avrebbe, in particolare, omesso di confrontare le deposizioni raccolte e la credibilità dei testi in base ad elementi oggettivi e soggettivi, quali la qualità e vicinanza alle parti, l’intrinseca congruenza delle dichiarazioni e la convergenza di queste con gli eventuali elementi di prova acquisiti per poi esporre un giudizio di prevalenza circa l’attendibilità di una testimonianza rispetto alle altre.

1.1 Il motivo è inammissibile in quanto non rispetta le condizioni previste dalla giurisprudenza di questa Corte per la rilevanza dell’art. 116 c.p.c.. E’ noto infatti che la doglianza circa la violazione dell’art. 116 c.p.c. è ammissibile solo ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o comunque una risultanza probatoria, non abbia operato secondo il suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale); ovvero, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento (cfr., da ultimo, Cass., Sez. U., sent. n. 20867/2020).

Orbene, non è dubbio che, nella specie, parte ricorrente si sia limitata a dedurre che la Corte territoriale abbia male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, sicché la denuncia, così come formulata, non prospetta un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, bensì un errore di fatto, che avrebbe dovuto essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque entro gli stretti limiti consentiti dall’attuale art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito con modificazioni in L. n. 134 del 2012.

2. Con il secondo motivo – violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2697 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3- il ricorrente assume che il giudice avrebbe omesso di dare il giusto rilievo alle prove testimoniali acquisite in giudizio vagliandole alla luce del confronto con le fotografie e con il referto medico.

2.1 Il motivo è infondato. La sentenza impugnata ha dato conto del fatto che le prove acquisite non avevano consentito di raggiungere sufficiente certezza sull’eziologia dei fatti ed ha, pertanto, ritenuto che l’attore non avesse soddisfatto l’onere della prova su di sé gravante circa i fatti costitutivi della domanda.

Con tale statuizione la Corte d’Appello ha inteso porsi in continuità con la consolidata giurisprudenza di questa torte secondo la quale “Qualora il giudice del merito ritenga sussistere un insanabile contrasto tra le deposizioni rese dai testimoni in ordine ai fatti costitutivi della domanda, fondando siffatto convincimento non sul rapporto strettamente numerico dei testi bensì sul dato oggettivo di detto contrasto, ritenuto ostativo al raggiungimento della certezza necessaria alla decisione, e, con apprezzamento di fatto congruamente motivato, reputi non superabile il contrasto sulla scorta delle ulteriori risultanze istruttorie, ritenute altresì inidonee a dimostrare la fondatezza della domanda, l’insufficienza della prova si riverbera in danno della parte sulla quale grava l’onere della prova, comportando conseguentemente il rigetto della domanda da questa proposta (Cass., 2, n. 6760 del 5/5/2003; Cass., 2, n. 3468 del 15/2/2010; Cass., L. n. 4773 del 10/3/2015).

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 1.100 (oltre Euro 200 per esborsi), più accessori e di legge e spese generali al 15%. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello versato per il ricorso, a norma del citato art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta Sezione Civile – 3 della Corte di cassazione, il 1 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 gennaio 2022

 

 

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