Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21783 del 20/10/2011

Cassazione civile sez. trib., 20/10/2011, (ud. 18/05/2011, dep. 20/10/2011), n.21783

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ADAMO Mario – Presidente –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere –

Dott. DI BLASI Antonino – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 20316/2006 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO PERFECTA SRL;

– intimato –

avverso la sentenza n. 56/2006 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di

BRESCIA, depositata il 30/03/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/05/2011 dal Consigliere Dott. FRANCESCO TERRUSI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso per l’accoglimento del primo motivo

del ricorso, assorbiti i restanti.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La commissione tributaria regionale della Lombardia, sez. dist. di Brescia, riformando la sentenza di primo grado – che aveva respinto un ricorso della s.r.l. Perfecta (allora in liquidazione e successivamente fallita) contro un avviso di rettifica avente a oggetto il recupero dell’Iva indebitamente detratta a seguito di falsa fatturazione di corrispettivi di una compravendita immobiliare, ritenuta simulata – ha annullato l’atto impositivo adottato dalla locale agenzia delle entrate.

Lo ha fatto sulla scorta di un giudizio essenzialmente basato sulla carenza di prove in merito al carattere simulato della suddetta compravendita.

In particolare ha ritenuto non rilevante il fatto – vero o presunto – che le diverse società, coinvolte nell’operazione negoziale, fossero riconducibili all’unica persona fisica di V.E. nel più ampio contesto di un trust internazionale.

Invero i corrispettivi in denaro della compravendita immobiliare erano stati, secondo la commissione lombarda, effettivamente pagati, ciò dovendosi desumere, fino a prova contraria, dalle fatture e dalle relative pezze giustificative attinenti alle operazioni di trasferimento bancario. Pertanto non potevasi ritenere sostenibile la falsità oggettiva delle fatture e la non detraibilità dell’Iva.

Inoltre le dichiarazioni spontanee, rese agli accertatori, dall’ex amministratore della società Perfecta (tale B.) non potevano reputarsi attendibili, nè essere valutate alla stregua di vere testimonianze, “perchè non rese giudizialmente e verosimilmente rilasciate (..) nel proprio esclusivo interesse”.

L’agenzia delle entrate, con tempestivo ricorso, chiede la cassazione della sentenza sulla base di tre motivi.

L’intimato fallimento della società Perfecta non ha svolto difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Il primo motivo, denunziando violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, censura la sentenza per non aver considerato inammissibile l’appello – proposto della società allora in bonis – per mancanza di specificità dei motivi.

Tuttavia, manca di autosufficienza non risultando la trascrizione integrale, sebbene soltanto per stralcio, del ripetuto (avverso) appello.

Consegue che il motivo è inammissibile per tale ragione. Alla quale può aggiungersi, alla stregua di ulteriore profilo di inammissibilità, il vizio di formulazione della censura ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. (cui la regiudicanda è soggetta in ragione della pubblicazione della sentenza d’appello, avvenuta in data 30 marzo 2006).

Difatti l’annesso quesito di diritto (“se la mancata indicazione degli errori e delle violazioni di legge, in cui sarebbero incorsi i giudici di primo grado, integri l’inosservanza dell’onere di specificazione dei motivi, imposta dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, con conseguente nullità dell’atto di appello che determina la inammissibilità dell’impugnazione ed il passaggio in giudicato della sentenza impugnata”) omette di indicare la fattispecie concreta (cfr.

per tutte sez. un. n. 12339/2010); donde si risolve in una interrogazione intesa alla ricognizione di un principio astratto, solo asseritamente rilevante nell’ambito del giudizio.

2. – Il secondo mezzo denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2735 c.c., oltre che carenza di motivazione su punti decisivi.

Assume la ricorrente che l’avviso di rettifica venne fondato sulle dichiarazioni concordanti del B., allora amministratore unico della s.r.l. Perfecta, e di tale sig.ra M., liquidatrice della alienante Talme s.a.s. e moglie del V.. Tali dichiarazioni, alla luce della giurisprudenza di questa Corte intesa a parificarle a una confessione stragiudiziale, costituivano prova diretta e legale dei fatti riconosciuti come veri. Non bisognevole quindi di alcuna ulteriore conferma e idonea a fondare, da sola, il recupero dell’imposta indebitamente detratta.

Il motivo è inammissibile in relazione alla dedotta violazione di legge, dal momento che – al pari di quello che precede – risulta privo di autosufficienza e concluso da un quesito di diritto manifestamente inidoneo.

Il quesito – conchiuso nella formula “se le dichiarazioni di fatti a sè sfavorevoli, rese da legali rappresentanti di una società, costituiscano confessioni stragiudiziali e, in quanto tali, costituiscano prova diretta dei fatti contestati e dei conseguenti accertamenti tributar fondati sulle stesse” – all’evidenza si risolve, mancando l’indicazione della fattispecie concreta, in una astratta interrogazione sull’ovvia possibilità di qualificare come confessioni stragiudiziali “le dichiarazioni di fatti a sè sfavorevoli rese dai rappresentanti di una società”. Ma, nell’omesso riferimento agli elementi di fatto in cui la fattispecie si compendia, e al contenuto delle dichiarazioni, implica una risposta che comunque non consente a questa Corte di affermare un principio utile alla soluzione della controversia.

E’ altresì inammissibile, il motivo, in rapporto all’ulteriormente affermato vizio di motivazione, potendo considerarsi, in tal caso, carente: (1) nel momento di sintesi, omologo del quesito di diritto (v. sez. un. n. 12339/2010; n. 20603/2007), che conclude la doglianza in ordine alla mancata considerazione “della testimonianza della sig.ra M.”, dal momento che non risulta indicata la ragione per la quale la detta testimonianza andrebbe ritenuta decisiva per il giudizio. Mentre è da confermare, alla stregua della giurisprudenza consolidata di questa Corte, che, ai fini di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, occorre che il ricorso innanzi tutto precisi, a pena di inammissibilità del motivo, qual è il fatto, perchè è controverso e perchè è decisivo ai fini della definizione della relativa quaestio (v. per tutte sez. un. 4908/2010); (2) nel profilo di autosufficienza, che difetta del tutto, dal momento che – salvo un generico cenno al fatto che la M. avrebbe confermato “integralmente quanto dichiarato dall’ex amministratore dell’odierna resistente” – non risulta riprodotto il contenuto della dichiarazione la cui valutazione sarebbe stata omessa (cfr. Cass. n. 3507/2010), nè indicata la sede processuale del giudizio di merito in cui sarebbe avvenuta la produzione dell’atto che la contiene (cfr. sez. un. 23019/2007; Cass. n. 12239/2007).

In questo senso, anche volendo prescindersi dall’onere di deposito ai sensi dell’art. 369 c.p.c. (v. in materia tributaria Cass. n. 21121/2010, nonchè, nel giudizio ordinario, sez. un. 23019/2007 e sez. un. 28547/2008), resta il fatto che la parte che lamenti la sottovalutazione o la cattiva valutazione di risultanze istruttorie, e la denunci quale vizio di motivazione, deve sottostare al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, che impone la integrale trascrizione della risultanza controversa e la indicazione della sede processuale di rinvenimento, oltre alla critica specifica delle argomentazioni del giudice di merito.

3. – Il terzo motivo, denunziando violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 19, 54 e 56 e art. 2697 c.c., nonchè, in subordine, omessa, carente e contraddittoria motivazione su punti decisivi, ascrive alla commissione regionale di avere erroneamente escluso che i contratti de quibus fossero riconducibili ad alcuna fattispecie elusiva, avendo in verità la contribuente – a dire dell’agenzia – posto in essere l’operazione al fine di lucrare indebitamente l’Iva esposta nelle fatture. In tal senso l’intento elusivo risultava – secondo l’amministrazione – “(..) dagli atti del giudizio, essendo stato riconosciuto dai soggetti coinvolti nella vicenda che alcun corrispettivo fosse stato corrisposto”.

Il motivo, nella parte attinente alla dedotta violazione di legge, è inammissibile per più ragioni.

Innanzi tutto lo è per la genericità della censura, che suppone un fatto – la simulazione negoziale assoluta della vendita sottostante – escluso dalla sentenza. E al riguardo la sorte del motivo è compromessa dalla inammissibilità della censura sollevata a petto di siffatta valutazione previa, come argomentato al superiore punto 2.

Lo è inoltre per la inidoneità del quesito di diritto, che ancora una volta appare associabile a una astratta interrogazione, questa volta attinente alla legittimità, o meno, della detrazione dell’Iva in caso di fatture per operazioni inesistenti (“se in presenza di operazioni inesistenti sia legittimo detrarre l’Iva, esposta nelle relative fatture ma non corrisposta tra le parti”); interrogazione implicante ovvia risposta negativa, senza tuttavia alcuna funzione in rapporto alla soluzione della regiudicanda. Del pari, il mezzo è inammissibile nella misura in cui deduce il vizio di motivazione, in tal caso difettando tanto di idonea sintesi conclusiva, diretta a indicare il fatto controverso e le ragioni della sua decisività, quanto di autosufficienza, in relazione alla genericamente richiamata “volontà delle parti quale risultante anche dalle dichiarazioni dei legali rappresentanti delle stesse società, venditrice ed acquirente”.

4. – L’inammissibilità dei motivi conduce, conclusivamente, al rigetto del ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Quinta Civile, il 18 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2011

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