Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2178 del 25/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 25/01/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 25/01/2022), n.2178

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4415-2016 proposto da:

R.M.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLE

MILIZIE 9, presso lo studio dell’avvocato CARLO RIENZI, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1691/2015 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 10/08/2015 R.G.N. 2523/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

25/11/2021 dal Consigliere Dott.ssa TRICOMI IRENE.

 

Fatto

RITENUTO

1. La Corte d’Appello di Lecce, con la sentenza n. 1691 del 2015, ha dichiarato improcedibile per mancata notifica l’appello proposto da R.M.A. nei confronti del MIUR e negando (alla luce di Cass. SU n. 20604 del 2008) l’ammissibilità della concessione d’un ulteriore termine per la predetta notifica.

La Corte territoriale rilevava che la comunicazione da parte della Cancelleria del decreto del 17 novembre 2013 di fissazione dell’udienza di discussione, era stata effettuata a mezzo PEC al procuratore costituito dell’appellante (avv. Piero Mongelli) all’indirizzo di posta elettronica certificata piero.mongelli.pec.legaliter.it, indirizzo reperito dalla Cancelleria della Corte dal registro INIPEC IMPRESE; REGISTRO GENERALE INDIRIZZI ELETTRONICI, messaggio regolarmente recapitato (come risultava dalla ricevuta di avvenuta consegna rilasciata dal gestore di posta elettronica certificata), a nulla rilevandone la mancata lettura da parte del destinatario.

La circostanza che nell’atto di appello fosse stato inserito un indirizzo di posta elettronica (info.pec.legaliter.it) diverso da quello di posta certificata da un lato non legittimava il mittente ad utilizzarlo al fine delle comunicazioni telematiche; dall’altro non inficiava la validità delle comunicazioni eseguite presso l’indirizzo PEC preventivamente comunicato dagli avvocati ai rispettivi consigli dell’Ordine.

A tal fine la Corte d’Appello richiamava il D.L. n. 179 del 2012, art. 16 e la connessa disciplina.

2. Per la cassazione della sentenza di appello ricorre R.M.A. prospettando quattro motivi di ricorso.

3. Resiste con controricorso il MIUR.

Diritto

CONSIDERATO

1. Con il primo motivo di ricorso è dedotta, in via preliminare, la violazione dell’art. 153, c.p.c., per mancata rimessione in termini, carenza di motivazione, omessa decisione sulla questione di legittimità costituzionale, nonché per errore di fatto e omessa decisione su un punto determinante della controversia.

La censura contesta sotto diversi profili la mancata rimessione in termini per la notifica del ricorso in appello e del relativo decreto di fissazione di udienza, richiamando in particolare il contenuto della procura alle liti e dell’intestazione del ricorso in appello.

In merito, la ricorrente aveva esposto alla Corte territoriale di non aver avuto contezza della comunicazione elettronica di fissazione dell’udienza per problemi tecnico-informatici ad essa non imputabili e per tale ragione di non aver provveduto alla notifica.

A supporto di ciò aveva prodotto perizia tecnica giurata.

In subordine, aveva prospettato questione di legittimità costituzionale, in relazione agli artt. 3 e 24 Cost, del D.P.R. n. 68 del 2005, art. 6, nonché dell’art. 153, c.p.c., nella parte in cui fa presumere come legalmente notificate le comunicazioni di cancelleria al momento dell’invio della ricevuta di consegna da parte del provider di gestione della posta elettronica.

Ripercorre quindi, e sviluppa, in relazione al decisum, attraverso plurime argomentazioni i temi già prospettati alla Corte d’Appello e cioè:

errata comunicazione della cancelleria all’indirizzo PEC piero.mongelli.pec.legaliter.it, diverso da quello, prevalente, indicato nel ricorso introduttivo dell’appello (info.pec.legaliter.it);

la comunicazione era andata persa per un blocco di funzionalità del software, come da relazione giurata, disfunzione tecnico-informatica su cui la Corte d’Appello non si era pronunciata, erroneamente ritenendola irrilevante;

presenza del doppio procuratore e conseguenze sull’elezione di domicilio, atteso che la lavoratrice aveva attribuito all’avv. Carlo Rienzi il potere di designare e delegare altri difensori, facoltà esercitata riguardo all’avv. Piero Mongelli, munito dell’indirizzo PEC info.pec.legaliter.it.;

violazione di principi costituzionali da parte delle norme che danno per avvenuta la notificazione PEC in ragione della ricevuta di consegna.

2. Con il secondo motivo di ricorso è dedotta, nel merito, l’ammissibilità del ricorso in cassazione ai sensi dell’art. 360-bis, c.p.c., per non ricorrenza nel caso di specie dei presupposti ivi previsti ai fini della declaratoria di inammissibilità.

La ricorrente esamina la questione oggetto del merito della controversia -contratti a termine della Scuola- richiamando la direttiva comunitaria 1999/70/CE e la giurisprudenza della CGUE a fondamento dell’accoglimento della domanda della lavoratrice, docente con incarichi a tempo determinato, volta all’accertamento della illegittimità dei contratti a termine, della trasformazione del rapporto di lavoro a termine in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, con le conseguenti differenze retributive e risarcimento del danno.

3. Con il terzo motivo di ricorso (indicato come 2, pag. 29) sono prospettate le seguenti censure.

Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2 della direttiva 1999/70/CE del 28 giugno 1999, del preambolo della stessa, commi 2, 3 e 4, e dei punti 6, 7 e 10, delle considerazioni generali dell’Accordo quadro CES-UNICE-CEEP sul lavoro a tempo determinato del 18 marzo 19999, recepito ed allegato alla direttiva comunitaria 1999/70/CE.

Violazione e falsa applicazione della clausola 1 lettera B della clausola 2, punto 1, della clausola 5, punto 1, dell’Accordo quadro CES-UNIPE CEEP sul lavoro a tempo determinato.

Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, artt. 1,4,5, commi 4 e 4-bis, art. 10 e 11 anche in combinato disposto con la L. n. 124 del 1999, art. 4. Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, commi 1 e 2.

Con il motivo sono riproposti le censure sul merito della controversia di cui al ricorso in appello.

4. Con il quarto motivo di ricorso (indicato come 3, pag. 39 del ricorso per cassazione) è dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2 della direttiva 1999/70/CE del 28 giugno 1999, violazione e falsa applicazione della clausola 1, della clausola 2, punto 1, della clausola 4 e della clausola 5 dell’Accordo quadro CES-Unice-CEEP sul lavoro a tempo determinato del 18 marzo 1999, recepito ed allegato alla direttiva comunitaria 1999/70/CE.

Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, artt. 1,4,5, commi 4 e 4-bis. Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5.

Con il motivo si insiste nell’accoglimento della domanda risarcitoria formulata in primo grado e in appello.

5. Con il quinto motivo di ricorso (indicato come 4, pag. 43 del ricorso per cassazione), è prospettata la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 6, con riferimento alla clausola 4, nonché alla clausola 8, n. 3, dell’accordo quadro CES-UNICE-CEEP sul lavoro a tempo determinato del 18 marzo 1999, recepito ed allegato alla direttiva comunitaria 1999/70/CE. Violazione e falsa applicazione del principio di non discriminazione,

Con il motivo si ripropone la domanda attinente al profilo del trattenimento retributivo e al riconoscimento delle pretese differenze retributive a quanto percepito

1.1. Il primo motivo deve essere rigettato.

Va premesso che questa Corte ha già affermato e ribadito a più riprese (confr. Cass. n. 22043 del 2018, n. 1756 del 2012, n. 12598 del 2001) che, qualora la procura alle liti conferisca al difensore il potere di nominare altro difensore, deve ritenersi che essa contenga un autonomo mandato ad negotia non vietato dalla legge professionale o dal codice di rito, mandato che abilita il difensore a nominare altri difensori i quali hanno veste non già di sostituti del legale che li ha nominati ai sensi del R.D.L. n. 1578 del 1933, art. 9, bensì, al pari di questo, di rappresentanti processuali della parte.

Di talché, come si dirà in prosieguo, correttamente la Corte d’Appello ha ravvisato, nella specie, la presenza di due codifensori della lavoratrice.

Tanto premesso, occorre precisare che la Corte d’Appello dopo aver affermato la correttezza della comunicazione a mezzo PEC all’indirizzo di posta elettronica piero.mongelli.pec.legaliter.it e il buon fine della stessa, attesa l’avvenuta consegna, ha affermato, altresì: “Con effetto peraltro assorbente che in ogni caso il decreto presidenziale in questione è stato anche comunicato al codifensore avv. Carlo Rienzi all’indirizzo di posta certificata ricercato nei registri INIPEC IMPRESE; REGISTRO GENERALE INDIRIZZI ELETTRONICI, senza dunque alcun pregiudizio del diritto di difesa, tanto più che la procura non prevede una difesa congiunta dei due professionisti; anzi, a dire il vero, la procura ad litem in calce al ricorso in appello risulta conferita dalla R. al solo avv. Rienzi, senza che nel relativo mandato fosse previsto, a differenza di quanto previsto nel mandato relativo al giudizio di primo grado, il potere dell’avv. Rienzi di designare o delegare altri difensori, donde l’irrilevanza dell’eventuale omissione/irregolarità della comunicazione del decreto presidenziale di fissazione dell’udienza ad un soggetto non avente titolo alla difesa in giudizio dell’appellante”.

In altre parole, la sentenza impugnata si è rifatta al principio affermato da questa S.C. secondo cui è sufficiente che la comunicazione d’un provvedimento venga effettuata anche soltanto ad uno di difensori nominati, siano essi muniti di rappresentanza congiunta o disgiunta (cfr. per tutte Cass. 18622/2016 e Cass. S.U. n. 12924/2014).

Di talché, la mancata contestazione di un’autonoma ratio decidendi della sentenza di appello, di per sé sufficiente a reggere la decisione, rende irrilevante ogni altra doglianza.

2.1. In ragione del rigetto del primo motivo di ricorso, i restanti motivi sono privi di rilevanza.

2.2. Le spese di giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

2.3. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto, per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi, Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto, per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 gennaio 2022

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