Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21774 del 29/08/2019

Cassazione civile sez. III, 29/08/2019, (ud. 10/01/2019, dep. 29/08/2019), n.21774

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15774-2016 proposto da:

G.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ASIAGO 9,

presso lo studio dell’avvocato MICHELE PONTECORVO, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato FRANCESCO CANNIZZARO;

– ricorrente –

contro

D.M.D.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 5002/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 29/12/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10/01/2019 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 29/12/2005 la Corte d’Appello di Milano ha respinto il gravame interposto dalla sig. G.L. in relazione alla pronunzia Trib. Milano n. 6924 del 2012, di accoglimento della domanda nei suoi confronti nonchè dell'(OMISSIS) proposta dalla sig. D.M.D. di risarcimento dei danni subiti in conseguenza della terapia canalare erroneamente praticatale nel 2005 dalla G. presso la suindicata struttura sanitaria, con recidiva necro-infiammatoria delle parti molli del volto, e formazione di una fistola osteo-cutanea a distanza di 17 mesi dall’evento lesivo iniziale.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito la G. propone ora ricorso per cassazione, affidato a 3 motivi.

Gli intimati non hanno svolto attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo la ricorrente denunzia “violazione e falsa applicazione” dell’art. 2697 c.c., artt. 112 e 116 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole che la corte di merito abbia erroneamente ritenuto sussistente il nesso di causalità tra l’effettuato lavaggio del canale con l’ipoclorito e la recidiva insorta ben 17 mesi dopo, senza considerare che la sua prestazione si era interrotta dopo tale lavaggio e prima che il processo di devitalizzazione si fosse concluso, essendo pertanto il dente rimasto una “cavità beante”, in quanto la D.M. si rivolse ad altri professionisti.

Il motivo è fondato e va accolto nei termini di seguito indicati.

Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, nei giudizi di risarcimento del danno causato da attività medica (nella specie, prestazione odontoiatrica effettuata presso ente ospedaliero) l’attore ha l’onere di allegare e di provare l’esistenza del rapporto di cura, il danno ed il nesso causale, mentre ha l’onere di allegare (ma non di provare) la colpa del medico, sul quale grava viceversa l’onere di provare che l’eventuale insuccesso dell’intervento, rispetto a quanto concordato o ragionevolmente attendibile, è dipeso da causa a sè non imputabile (cfr. Cass., 20/10/2015, n. 21177; Cass., 9/10/2012, n. 17143).

Orbene, la corte di merito ha nell’impugnata sentenza invero disatteso il suindicato principio.

E’ rimasto nella specie accertato, sulla base dell’espletata CTU, che “la Dott.ssa G. effettuò un trattamento canalare e utilizzò come sostanza per detergere chimicamente i canali radicolari l’ipoclorito di sodio (Niclor)”, intervento “eseguito con “incongrua manovra di lavaggio canalare” per aver incautamente sospinto, con un gesto verosimilmente troppo violento, il Niclor oltre la radice dentale, provocandone l’abbondante fuoriuscita e spandimento nei tessuti osteo-mucosi a monte”, conseguendone l'”immediata reazione flogistica, da irritazione chimica, del seno mascellare e dei tessuti molli del viso, trattata con terapia antibiotica ed antiinfiammatoria e inizialmente risoltasi nell’arco di alcune settimane”.

Dopo aver dato atto che la “recidiva necro-infiammatoria delle parti molli del volto – con formazione di una fistola osteo-cutanea a distanza di ben 17 mesi dall’evento lesivo iniziale è insolita”, pur se “possibile” in relazione “alla probabile formazione di un focolaio di osteonecrosi mascellare, in un primo tempo “sequestrato” e apparentemente sterilizzato dalla terapia antibiotica, poi riattivatosi per sovrapposizione infettiva ad origine dalla cavità orale (CTU pag. 10)”; e richiamata l’ulteriore considerazione del CTU secondo cui la “continuità del nesso causale con la primitiva lesione da Niclor sembra comunque confermata dal fatto che non risultano altri eventi potenzialmente patogeni, in particolare altre cure odontoiatriche, che possano averlo interrotto, rendendosi responsabili di una nuova lesione/infezione loco regionale (CTU pag. 11)”, la corte di merito è pervenuta invero a ritenere “che l’attrice abbia assolto all’onere probatorio sulla stessa incombente quanto alla prova del contatto sociale e della deteriorità della propria condizione clinica in conseguenza del comportamento professionale dei convenuti, mentre gli stessi non hanno fornito prova nè di aver correttamente operato (nell’ambito di una prestazione a carattere del tutto routinario) nè del fatto che gli esiti dannosi di cui qui si discute (sopravvenuti a distanza di tempo dalla prestazione e posti in nesso causale con la detta vicenda) possano essere riferiti a fattori esterni al proprio comportamento”.

Orbene, ad avviso del Collegio tale assunto è erroneo, incombendo alla paziente dare la prova che la condotta dell’odontoiatra sia stata – secondo il criterio del “più probabile che non” – causa nella specie anche dell’insorgenza della detta fistola osteo-cutanea a distanza di ben 17 mesi dall’evento lesivo iniziale, e non già quest’ultima tenuta a provare che la stessa sia derivata da “fattori esterni al proprio comportamento”, e in particolare dall’eventuale erroneo intervento di altro dentista.

Dell’impugnata sentenza, assorbiti gli altri motivi (con i quali il ricorrente denunzia “violazione e falsa applicazione” dell’art. 1965 c.c., art. 112 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dolendosi che la corte di merito abbia erroneamente qualificato come quietanza l’atto sottoscritto dalla D.M. in data (OMISSIS) e non già come transazione, in ragione della ravvisata assenza di reciproche concessioni, e abbia ritenuto dal medesimo non coperta anche l’insorta recidiva de qua, erroneamente ritenendola ragionevolmente prevedibile (pur essendo essa insorta dopo ben 17 mesi dall’operato intervento (2 motivo); nonchè denunzia “violazione e falsa applicazione” dell’art. 1227 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dolendosi che la corte di merito non abbia ravvisato il concorso di colpa della D.M., per non aver provveduto a far estrarre la parte residua della radice del dente, già devitalizzata, laddove il dente non poteva dirsi tale per non essere stato completate le cure canalari (3 motivo)), s’impone pertanto la cassazione in relazione, con rinvio alla Corte d’Appello di Milano, che in diversa composizione procederà a nuovo esame, facendo del suindicato disatteso principio applicazione.

Il giudice del rinvio provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa in relazione l’impugnata provvedimento e rinvia, anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’Appello di Milano, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 10 gennaio 2019.

Depositato in Cancelleria il 29 agosto 2019

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