Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21772 del 20/09/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 20/09/2017, (ud. 05/06/2017, dep.20/09/2017),  n. 21772

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA Ernestino – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 20443/2010 R.G. proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro tempore,

domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi 12, presso 12, l’Avvocatura

Generale dello Stato, che la rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente –

contro

FELICE s.r.l. in liquidazione;

– intimata –

avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della

Lombardia n. 58/34/10, depositata il 25 marzo 2010.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 5 giugno 2017

dal Consigliere Dott. Giuseppe Tedesco.

Fatto

FATTO E DIRITTO

ritenuto che l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia (Ctr), la quale ha confermato la sentenza di quella provinciale che aveva accordato alla società contribuente il rimborso dell’Iva per l’anno 1998;

che la Ctr ha posto in luce che la società aveva approvato il bilancio di liquidazione il 31 dicembre 1998, identificando in ciò la cessazione effettiva dell’attività di impresa ai fini del rimborso dell’Iva;

che l’Amministrazione finanziaria aveva invece indicato, quale data della effettiva cessazione dell’attività, il 30 giugno 1999, sulla base del rilievo che la società aveva presentato nell’anno 2000 la dichiarazione Iva modello “VR” per il rimborso dell’Iva a credito relativa all’anno 1999 (1 gennaio 1999/30 giugno 1999);

che la Ctr, nel confermare la sentenza dei primi giudici, ha rilevato che il Fisco non aveva provato che la società aveva proseguito l’attività fino al 30 giugno 1999;

che il ricorso è proposto sulla base di tre motivi, il primo dei quali deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 18, per non avere la Ctr dichiarato inammissibile la costituzione della contribuente nel giudizio d’appello, in quanto avvenuta a mezzo di difensore costituito nel giudizio di primo grado in assenza di idonea procura, posto che quella rilasciata era limitata al giudizio avanti alla Commissione tributaria provinciale; il secondo motivo deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1973, artt. 30 e 35, in considerazione del fatto che la cessazione dell’attività, ai fini Iva, non si verifica con la decisione di cessare l’attività imprenditoriale, ma solo con l’ultimazione delle operazioni relative alla liquidazione dell’azienda; il terzo motivo deduce, ancora in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., per avere la Ctr posto a carico del Fisco l’onere di provare la prosecuzione dell’attività di impresa oltre la data di approvazione del bilancio di liquidazione, essendo invece onere della parte richiedente provare i fatti costitutivi del diritto al rimborso;

che il primo motivo è inammissibile;

che la ricorrente non ha infatti riprodotto almeno nei punti essenziali, nè allegato al ricorso, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, l’atto di costituzione in appello della contribuente, al fine di consentire alla Corte di valutare nel rispetto del principio di autosufficienza – l’eventuale sussistenza del vizio dedotto; è vero che la Corte di cassazione, chiamata ad accertare un “error in procedendo è giudice anche del fatto e ha pertanto il potere di accedere agli atti di causa. E tuttavia, tale potere-dovere della Corte presuppone pur sempre l’ammissibilità della relativa censura, il che comporta che gli atti dai quali dovrebbe desumersi l’error in procedendo, oltre che indicati, siano anche riprodotti (nelle parti essenziali), nel rispetto del principio di autosufficienza, ai sensi delle disposizioni succitate (cfr., ex plurimis, Cass. n. 1170/2004; n. 8575/2005; n. 16245/2005);

che il secondo e il terzo motivo di ricorso, da esaminare congiuntamente in quanto connessi, sono fondati;

che i motivi pongono la questione di cosa debba intendersi per cessazione dell’attività quale titolo per l’esercizio del diritto del contribuente di chiedere il rimborso dell’Iva versata in eccedenza;

che la sentenza ha riconosciuto il rimborso dell’Iva relativa all’anno 1998, da un lato, valorizzando, l’elemento della formazione del bilancio finale di liquidazione e il connesso riparto liquidatorio al 31 dicembre 1998, dall’altro, imputando all’Amministrazione finanziaria di non aver offerto una rigorosa documentazione volta a dimostrare che la società aveva effettivamente svolto attività di impresa fino al 30 giugno 1999;

che, così ragionando, la Ctr è incorsa in un duplice errore di diritto: in primo luogo perchè, comunque si voglia intendere ai fini Iva la nozione di cessazione di attività ai fini del rimborso del D.P.R. n. 633 del 2972, ex art. 30 – e cioè se si verifichi in coincidenza con l’ultimazione delle operazioni di liquidazione (Cass. n. 10227/2003) ovvero se possa realizzarsi anche prima che tali operazioni siano esaurite (Cass. n. 5851 del 2012) – rimane fermo che non ci debbono essere ulteriori operazioni imponibili, mentre nel caso di specie, secondo la tesi del Fisco, la società aveva presentato la dichiarazione Iva, Modello “Vr”, per il rimborso dell’Iva a credito relativa all’anno 1999; in secondo luogo perchè la deduzione del Fisco, che aveva eccepito l’esistenza di operazioni che avevano generato un credito Iva nell’anno 1999, esprimeva una contestazione riguardante il fatto costitutivo del diritto, la cui prova doveva essere fornito dal contribuente che pretendeva il rimborso;

che, pertanto, la sentenza va cassata, con rinvio alla Commissione tributaria regionale della Lombardia in diversa composizione, che provvederà al riesame, attenendosi ai principi di cui sopra.

PQM

 

dichiara inammissibile il primo motivo di ricorso; accoglie il secondo e il terzo motivo; cassa la sentenza in relazione ai motivi accolti; rinvia alla Commissione tributaria regionale della Lombardia in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 5 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 settembre 2017

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