Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21745 del 27/09/2019

Cassazione civile sez. VI, 27/08/2019, (ud. 14/02/2019, dep. 27/08/2019), n.21745

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4668-2018 proposto da:

L.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G. AVEZZANA 6,

presso lo studio dell’avvocato LUIGI DI MAJO, rappresentato e difeso

dall’avvocato MAURIZIO DINOI;

– ricorrente –

contro

ALLIANZ SPA, in persona del legale rappresentante, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA CRESCENZIO 17/A, presso lo studio

dell’avvocato MICHELE CLEMENTE, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1896/2017 del TRIBUNALE di TARANTO, depositata

il 30/06/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/02/2019 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONELLA

PELLECCHIA.

Fatto

RILEVATO

che:

1. Nell’aprile del 2013, Losavio Angelo conveniva in giudizio la Allianz Assicurazioni s.p.a., in qualità di Impresa designata a gestire il Fondo di Garanzia vittime della strada, al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti in ragione di un sinistro stradale che lo aveva coinvolto, e causato a suo dire da un veicolo non identificato. Parte convenuta si costituiva contestando la fondatezza della domanda.

Con sentenza 449/2015, il Giudice di Pace di Taranto rigettava la domanda attorea.

2. Il Losavio, soccombente, proponeva appello avverso la sentenza di prime cure, lamentando l’arbitraria interpretazione delle risultanze probatorie. Con sentenza 18967/2017, pubblicata il 30/06/2017, il Tribunale di Taranto dichiarava l’infondatezza del gravame, ritenendo non provata la pretesa risarcitoria, stante l’inattendibilità dell’unica prova testimoniale acquisita, nonchè l’irrilevanza delle dichiarazioni a sè favorevoli rese dalla parte.

3. L.A. propone ricorso per cassazione, sulla base di un motivo. Allianz s.p.a. resiste con controricorso.

4. E’ stata depositata in cancelleria ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., e regolarmente notificata ai difensori delle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza, la proposta di inammissibilità del ricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

5. A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, reputa il Collegio, con le seguenti precisazioni di condividere la proposta del relatore.

6. Con l’unico motivo formulato, il ricorrente si duole dell’omessa e/o insufficiente motivazione con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5; in particolare, lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo, che viene indicato quale “avveduto comportamento del ricorrente che, per evitare la collisione con l’autovettura che procedeva contromano, perdeva il controllo del mezzo cadendo a terra”.

Il motivo è inammissibile.

L’inammissibilità del motivo di impugnazione, anche a prescindere dalla evocazione del vecchio paradigma dell’art. 360 c.p.c., n. 5, discende comunque dalla stessa struttura della sua illustrazione.

In essa, infatti, si procede prima all’evocazione di risultanze probatorie e solo dopo, e nel presupposto che la loro valutazione debba portare ad un certo risultato, si addebita al tribunale di avere omesso l’esame del preteso “fatto”.

Siffatta articolazione illustrativa evidenzia che il motivo, pur apprezzato alla stregua del nuovo art. 360 c.p.c., n. 5, non risulta conforme ai criteri di cui a Cass., Sez. Un. nn. 8053 e 8054 del 2014 riguardo alla deduzione del vizio ai sensi del n. 5 del 360, in quanto si risolve nella postulazione di un’erronea valutazione delle emergenze probatorie.

Infatti per effetto della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, il sindacato di legittimità sulla motivazione è circoscritto alla violazione del minimo costituzionale dell’art. 111 Cost., comma 6, precipuamente individuata nelle ipotesi di motivazione graficamente assente, illogica, incomprensibile, contraddittoria.

L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

Pertanto la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Cosicchè è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.

Ciò detto non si rinvengono nella sentenza tribunalizia errori logico-giuridici idonei ad inficiarne la validità.

Essa ha proceduto solo ad evidenziare le ragioni della inattendibilità di un teste e dunque ad esprimere un apprezzamento di una risultanza probatoria, il cui sindacato fuoriesce dal controllo consentito dal nuovo n. 5 art. cit..

Tanto si osserva non senza doversi rilevare che il preteso “fatto” di cui si assume omessa la considerazione (come s’è detto all’esito di una rivalutazione del materiale probatorio) è tutto fuori che un fatto, esprimendo il passo sopra riportato del ricorso piuttosto una valutazione anzichè l’indicazione di un fatto storico, siccome, se non altro, evidenzia il riferimento alla “avvedutezza”.

Nella illustrazione del motivo viene evocata altresì la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., ma essa è fatta del tutto al di fuori dei criteri indicati da Cass. n. 11892 del 2016 per la prima norma e Cass., Sez. Un., n. 16598 del 2016 per entrambe.

7. Pertanto, il ricorso va dichiarato inammissibile. Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 1.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200, ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dell’art. 13 cit., comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sesta sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 14 febbraio 2018.

Depositato in Cancelleria il 27 agosto 2019

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