Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21738 del 27/10/2016


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Cassazione civile sez. I, 27/10/2016, (ud. 21/04/2016, dep. 27/10/2016), n.21738

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Presidente –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

BANCA NAZIONALE DEL LAVORO S.P.A., in persona del legale

rappresentante p.t. A.L., elettivamente domiciliata in Roma,

alla via di Val Gardena n. 3, presso l’avv. DE ANGELIS LUCIO, dal

quale, unitamente all’avv. PIERMICHELE DE MATTEIS del foro di

L’Aquila, è rappresentata e difesa in virtù di procura speciale

per notaio L.M. del 6 giugno 2011, rep. n. 167880;

– ricorrente –

contro

P.C., elettivamente domiciliato in Roma, alla via del

Mascherino n. 12, presso l’avv. ANTONELLA PETRILLI, unitamente

all’avv. FRANCESCO ZURLO, dal quale è rappresentato e difeso in

virtù di procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso le sentenze della Corte di Appello di L’Aquila n. 159/07,

pubblicata il 2 marzo 2007, e n. 151/11, pubblicata il 31 gennaio

2011;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 21

aprile 2016 dal Consigliere dott. Guido Mercolino;

udito l’avv. De Angelis per la ricorrente;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale dott. DE AUGUSTINIS Umberto, il quale ha concluso per il

rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. P.C. convenne in giudizio la Banca Nazionale del Lavoro S.p.a., proponendo opposizione al decreto ingiuntivo emesso il 13 ottobre 1994, con cui il Presidente del Tribunale di Sulmona gli aveva intimato il pagamento della somma di Lire 6.078.634, oltre interessi al tasso del 17,25%, dovuta a titolo di scoperto di conto corrente.

A sostegno della domanda, affermò che il conto corrente, estinto una prima volta il 30 settembre 1981 e nuovamente il 12 novembre 1993, era stato tenuto in vita dalla Banca al solo scopo di lucrare spese ed interessi.

Si costituì la Banca Nazionale del Lavoro, e resistette alla domanda, chiedendone il rigetto.

1.1. – Con sentenza del 19 marzo 2004, il Tribunale di Sulmona rigettò la domanda.

2. – L’impugnazione proposta dal P. è stata parzialmente accolta dalla Corte d’Appello di L’Aquila, che con sentenza non definitiva del 2 marzo 2007 ha revocato il decreto ingiuntivo, dichiarando la nullità delle clausole contrattuali che rinviavano agli usi per la determinazione del tasso d’interesse e prevedevano la capitalizzazione trimestrale degl’interessi.

Premesso che alla data del 30 settembre 1981 il conto corrente intestato al P. risultava in attivo, la Corte ha ritenuto non provato che l’attore avesse provveduto ad estinguerlo, affermando inoltre che l’andamento anomalo del conto era dipeso esclusivamente dalla condotta del cliente, che si era astenuto dall’eseguire ulteriori operazioni, ed escludendo la possibilità di ravvisare una violazione dei principi di correttezza e buona fede nel comportamento della Banca, che si era astenuta dal revocare il conto e dall’informare il correntista dell’anomalia.

Ciò posto, la Corte ha escluso l’inammissibilità delle eccezioni di nullità delle pattuizioni relative agl’interessi, rilevando che le stesse, qualificabili come mere difese e comunque proponibili anche in appello, ai sensi dell’art. 345 c.p. c., nel testo anteriore alle modificazioni introdotte dalla L. 26 novembre 1990, n. 353, erano state esplicitamente sollevate in primo grado. sia pure all’udienza di precisazione delle conclusioni, e riproposte con l’atto di appello; ha osservato inoltre che, in quanto incidenti sull’applicazione di clausole contrattuali poste a fondamento della domanda avanzata dalla Banca e riflettenti la contrarietà delle stesse a norme imperative, le predette questioni erano rilevabili anche d’ufficio da parte del Tribunale, tenuto a verificare la validità delle clausole indipendentemente dalla tempestiva proposizione delle relative eccezioni da parte dell’attore.

Nel merito, la Corte ha poi accolto le eccezioni di nullità, richiamando l’orientamento giurisprudenziale che ritiene prive di univocità e comunque inoperanti a far data dal 9 luglio 1992 le clausole che rinviano agli usi per la determinazione del tasso d’interesse, nonchè quello che ravvisa nella capitalizzazione trimestrale degl’interessi l’espressione di un uso non già normativo, ma negoziale, e quindi contrastante con la norma imperativa di cui all’art. 1283 c.c.; ha ritenuto inapplicabile il D.Lgs. 4 agosto 1999, n. 342, art. 25 in quanto dichiarato costituzionalmente illegittimo per violazione dell’art. 76 Cost. ed ha concluso che i contratti stipulati in epoca anteriore restavano disciplinati dalla normativa precedentemente in vigore, escludendo la possibilità di ricollegare la validità della clausola di capitalizzazione trimestrale ad un’opinio juris ac necessitatis venuta meno soltanto a seguito dei sopravvenuti mutamenti giurisprudenziali, aventi portata non già creativa di una nuova regola, ma ricognitiva di una regola già esistente, e quindi efficacia retroattiva.

La Corte ha ritenuto infine irrilevante la circostanza che il P. non avesse contestato gli estratti conto inviatigli dalla Banca, osservando che la tacita approvazione degli stessi precludeva soltanto le contestazioni riguardanti la conformità delle singole annotazioni ai rapporti obbligatori da cui traevano origine, e non anche quelle concernenti la validità e l’efficacia di tali rapporti.

2.1. Con sentenza definitiva del 31 gennaio 2011, la Corte ha poi condannato la Banca alla restituzione della somma di Euro 5.819,34, oltre interessi legali, ordinando la cancellazione dell’ipoteca giudiziale iscritta in virtù del decreto ingiuntivo.

Precisato che il saldo del conto doveva essere rideterminato senza tener conto delle previsioni delle clausole dichiarate nulle, ha ritenuto condivisibile il ricalcolo compiuto dal c.t.u. nominato nel corso del giudizio, quantificando in Lire 1.010.402 l’esposizione in atto alla data del giroconto in sofferenza (19 ottobre 1993), detraendo tale importo da quello di Lire 12.278.216 assegnato alla Banca a seguito dell’esecuzione forzata promossa in virtù del decreto ingiuntivo, e pervenendo in tal modo alla liquidazione della somma dovuta in restituzione.

3. Avverso le predette sentenze la Banca ha proposto ricorso per cassazione, articolato in due motivi. Il P. ha resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo d’impugnazione, la Banca denuncia la violazione dell’art. 645 c.p.c., comma 2, in relazione agli artt. 647 c.p.c., comma 1, e art. 165 c.p.c., comma 1, nonchè l’omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, sostenendo che la Corte di merito ha omesso di rilevare l’inammissibilità dell’appello, derivante dall’intervenuta formazione del giudicato. Premesso infatti che nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo l’opponente deve costituirsi in giudizio entro cinque giorni dalla notificazione dell’atto di citazione, indipendentemente dalla riduzione a metà dei termini di comparizione, afferma che l’inosservanza di detto termine, avente carattere perentorio, avrebbe dovuto essere rilevata anche d’ufficio, con la conseguente improcedibilità dell’opposizione.

1.1. Il motivo è infondato.

A sostegno di tale censura, la ricorrente osserva infatti che l’iscrizione a ruolo del giudizio di opposizione, avvenuta il 23 novembre 1994, ha avuto luogo ben oltre il quinto giorno dalla notificazione dell’atto di citazione, effettuata il 15 novembre 1994, invocando il principio, enunciato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo la riduzione a metà dei termini di comparizione, prevista dall’art. 645 c.p.c., comma 2, comporta il dimezzamento automatico dei termini di costituzione dell’opponente, anche nel caso in cui quest’ultimo abbia assegnato un termine a comparire pari o superiore a quello legale, salva la facoltà dell’opposto, che si sia costituito nel termine dimidiato, di richiedere l’anticipazione della prima udienza di trattazione, ai sensi dell’art. 163-bis c.p.c., comma 3, (cfr. Cass., Sez. Un., 9 settembre 2010, n. 19246). Tale indirizzo risulta tuttavia superato per effetto della successiva emanazione della L. 29 dicembre 2011, n. 218, con cui il legislatore ha modificato l’art. 645 c.p.c., comma 2, sopprimendo l’inciso che prevedeva la riduzione a metà dei termini di comparizione, ed ha fornito l’interpretazione autentica dell’art. 165 c.p.c., comma 1, stabilendo, in riferimento ai procedimenti come quello in esame, pendenti alla data di entrata in vigore della legge, che la riduzione del termine di costituzione dell’attore prevista dalla predetta disposizione si applica, nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo, soltanto nell’ipotesi, nella specie non ricorrente, in cui l’opponente abbia assegnato all’opposto un termine di comparizione inferiore a quello di cui all’art. 163-bis c.p.c., comma 1, (cfr. Cass., Sez. 2, 16 febbraio 2012, n. 2242). La portata retroattiva della norma in esame è stata ritenuta non contrastante con i principi del giusto processo nè tale da comportare un’indebita intrusione del legislatore nei procedimenti in corso, essendo stata evidenziata la ragionevolezza della correlazione da essa introdotta tra la dimidiazione del termine di costituzione dell’opponente e la scelta acceleratoria da lui compiuta attraverso l’assegnazione all’opposto di un termine di comparizione inferiore a quello di cui all’art. 163-bis c.p.c., comma 1: la relativa questione di legittimità costituzionale è stata pertanto dichiarata manifestamente infondata, in virtù dell’osservazione che in materia civile sono pienamente legittime disposizioni retroattive, non solo interpretative, ma anche innovative, se giustificate sul piano della ragionevolezza e non contrastanti con altri valori e interessi costituzionalmente protetti (cfr. Cass. Sez. 1, 17 maggio 2012, n. 7792). Non può pertanto condividersi la tesi sostenuta dalla ricorrente. secondo cui, nonostante l’assegnazione da parte dell’opponente di un termine a comparire superiore a quello previsto dalla legge, la mancata iscrizione della causa a ruolo entro il termine di cinque giorni dalla notificazione dello atto di citazione avrebbe comportato l’improcedibilità dell’opposizione, rendendo definitivo il decreto ingiuntivo, con la conseguente inammissibilità dell’appello, per intervenuta formazione del giudicato.

9. Con il secondo motivo, la ricorrente deduce, in via subordinata, la violazione del D.L. 29 dicembre 2010, n. 225, art. 2, comma 61, convertito con modificazioni dalla L. 26 febbraio 2011, n. 10, e dell’art. 2935 c.c., opponendo la prescrizione dell’azione di restituzione accolta con la sentenza definitiva. Afferma infatti che, in quanto originata da un’operazione di giroconto in sofferenza. la restituzione era soggetta alla predetta disposizione, in virtù della quale la prescrizione decorreva dalla data dell’annotazione in conto, e comunque non era dovuta per gl’importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione.

2.1. Il motivo è inammissibile, in quanto, riflettendo la prescrizione dell’azione restitutoria, comporta l’introduzione di un’eccezione non rilevabile d’ufficio, che, pur traendo origine da una disposizione di legge entrata in vigore nel corso del giudizio d’appello successivamente all’assegnazione della causa in decisione, non può trovare ingresso in questa sede, non essendo mai stata sollevata nel giudizio di merito e presupponendo comunque un’indagine di fatto estranea all’ambito del giudizio di legittimità (cfr. Cass., Sez. 1, 26 marzo 2003, n. 4457; 16 marzo 1990. n. 2199; Cass., Sez. 2, 14 dicembre 1993, n. 12304). Quest’ultimo ha infatti, per sua natura, la funzione di controllare la conformità della decisione di merito alle norme ed ai principi di diritto, sicchè devono ritenersi precluse non solo le domande nuove e le eccezioni non rilevabili d’ufficio, ma anche le nuove questioni giuridiche, qualora postulino accertamenti di fatto non compiuti dal giudice di merito (cfr. ex plurims, Cass., Sez. 6, 9 luglio 2013, n. 17041; Cass., Sez. 1, 26 marzo 2012, n. 4787). A tale principio non fa eccezione l’ipotesi in cui, come nella specie, la questione giuridica sollevata riguardi l’applicabilità dello jus superveniens, giacche in tal caso l’operazione ermeneutica che questa Corte è chiamata a compiere, concernendo la riferibilità della disciplina sopravvenuta alla fattispecie sottoposta al suo esame, tende ad attuare, sul piano di legittimità, l’ordinamento giuridico vigente con le stesse prerogative con cui essa applica la normativa già esistente anteriormente al giudizio di cassazione (cfr. Cass., Sez. 2, 4 ottobre 2005. n. 19350; Cass., Sez. 3, 1 ottobre 2003, n. 9777).

3. Il ricorso va pertanto rigettato, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso, e condanna la Banca Nazionale del Lavoro S.p.a. al pagamento delle spese processuali, che si liquidano in complessivi Euro 3.200,00, ivi compresi Euro 3.000,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 21 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 274 ottobre 2016

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