Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21733 del 08/10/2020

Cassazione civile sez. lav., 08/10/2020, (ud. 19/09/2019, dep. 08/10/2020), n.21733

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16600/2016 proposto da:

C.S., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato IRENE MONTUORI;

– ricorrente –

contro

CTP – COMPAGNIA TRASPORTI PUBBLICI DI NAPOLI S.P.A., in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 88, presso lo studio dell’avvocato

FRANCESCO SANTONI, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8771/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 11/01/2016 r.g.n. 3008/2014.

 

Fatto

RILEVATO

che la Corte di Appello di Napoli, con sentenza pubblicata in data 11.1.2016, ha rigettato il gravame interposto da C.S., nei confronti della S.p.A. Compagnia Trasporti Pubblici di Napoli (CTP), avverso la pronunzia del Tribunale della stessa sede n. 1407/2014, con cui era stato respinto il ricorso del lavoratore diretto ad ottenere l’accertamento del proprio diritto a percepire la somma di Euro 24.881,00, oltre accessori, a titolo di incentivo all’esodo;

che la Corte territoriale, per quanto ancora di rilievo in questa sede, ha osservato che ” C.S., dipendente della CTP, con istanza del 20.6.2011, manifestava il proprio interesse alla proposta di esodo incentivato, comunicato dalla CTP ai propri dipendenti con comunicato aziendale del 15.6.2011, integrato dal successivo comunicato del 9.9.2011″, in cui, tra l’altro, veniva specificato “testualmente” che “le domande pervenute si intenderanno perfezionate solo a seguito di volontarie dimissioni ed apposito atto di conciliazione che sarà sottoscritto in sede sindacale e ai sensi di legge nei giorni dal 20 al 23 settembre”; che “costituisce circostanza non contestata che il 23.9.2011, data fissata per la sottoscrizione da parte del C., quest’ultimo, dopo aver sottoscritto le dimissioni con decorrenza 1.10.2011 (cfr. documento in atti), si rifiutava di sottoscrivere l’allegato verbale di conciliazione, con cui ai sensi dell’art. 5 il lavoratore rinunciava ad ogni e qualsiasi altro diritto, pretesa ed azione comunque connessa e derivante dal pregresso rapporto di lavoro”; che “così riassunti i termini di fatto della vicenda, va altresì sottolineato come il presente giudizio abbia ad oggetto unicamente il diritto del C., nonostante la mancata sottoscrizione del verbale conciliativo, alla somma prevista per l’esodo incentivato, e non l’efficacia e validità delle dimissioni presentate contestualmente, per cui il rapporto di lavoro deve ritenersi pacificamente risolto”; che “la Corte ritiene di dover aderire alla opinione del giudice di prime cure secondo cui, non essendosi conclusa la fattispecie contrattuale prodromica alla attribuzione della somma prevista, non può ritenersi fondata la domanda di adempimento come svolta dall’appellante”, poichè “la conclusione dell’accordo contrattuale in base al quale al lavoratore sarebbe spettata la somma prevista era subordinata, secondo la chiara proposta contenuta nella comunicazione del 9.9.2011, alla sottoscrizione non solo delle dimissioni, ma anche del verbale di conciliazione”; che “le dimissioni contestualmente sottoscritte dal C. sono state ritenute comunque valide dall’azienda” e che “del resto, lo stesso appellante non ha ritenuto di dover mettere in discussione la validità dell’atto di recesso per cui la questione resta estranea al giudizio”;

che per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso il C.

articolando tre motivi;

che la S.p.A. Compagnia Trasporti Pubblici di Napoli (CTP) ha resistito con controricorso;

che sono state comunicate memorie, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., nell’interesse del lavoratore;

che il P.G. non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO

che, con il ricorso, si censura: 1) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la “violazione dell’art. 2909 c.c.”, perchè la Corte di merito sarebbe “incorsa in una evidente violazione della norma richiamata non avendo provveduto ad uniformarsi al giudicato esterno formatosi sulla medesima vicenda di esodo incentivato promossa dalla CTP con il Comunicato n. 23 del 9.9.2011, costituito dalla sentenza n. 9729/13, pronunciata dal Tribunale di Napoli, sez. lavoro, avverso la quale controparte non ha proposto appello”, in cui, in una controversia analoga, svoltasi tra la CTP ed altro lavoratore, era stato affermato che “deve ritenersi conclusa nei termini essenziali l’intesa dell’esodo agevolato, essendo documentato in atti che il lavoratore ha presentato adesione alla cessazione del rapporto di lavoro in ragione ed in occasione del progetto di esodo incentivato”; 2) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, “rappresentato dall’avvenuto esplicito riconoscimento da parte dell’Azienda della già intervenuta conclusione tra le parti dell’accordo transattivo prima ancora della sottoscrizione del verbale di conciliazione e a prescindere dallo stesso, come risulta dagli atti di causa”, nonchè l'”omesso esame dell’ulteriore fatto decisivo per il giudizio che il C. aveva sempre ribadito la volontà di sottoscrivere un verbale di conciliazione conforme all’accordo transattivo intervenuto tra le parti e, in ogni caso, ai termini precisati nel Comunicato n. 23 del 9.9.11″, per avere i giudici di seconda istanza omesso di valutare il “fatto, incontrovertibilmente provato, che la stessa Azienda aveva espressamente riconosciuto che, già prima della sottoscrizione del verbale di conciliazione, le parti avevano concluso l’accordo transattivo avente ad oggetto l’obbligo per la CTP di corrispondere al C. l’incentivo di Euro 24.881 a fronte della anticipata risoluzione volontaria del rapporto di lavoro per dimissioni di esso lavoratore”; 3) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., artt. 1326,1362,1363,1365,1366,1367,1368,1369,1371,1965 c.c. e segg., art. 1359 c.c., per avere i giudici di merito erroneamente affermato che “la proposta avanzata dall’azienda prevedeva l’accettazione di una doppia condizione (dimissioni e sottoscrizione del verbale di conciliazione), con la conseguenza che, non avendo il C. sottoscritto il verbale di conciliazione, si era determinata la mancata conclusione del contratto”, senza considerare che, “anche a volere, per assurdo, ritenere che la sottoscrizione del verbale di conciliazione costituisse un condizione necessaria ai fini della corresponsione dell’incentivo in parola…, la Corte di merito, in corretta applicazione dell’art. 1359 c.c., avrebbe dovuto considerare tale condizione come avverata, con conseguente condanna dell’Azienda al pagamento dell’incentivo dovuto a fronte delle dimissioni rassegnate dal C. e accettate dalla stessa Azienda”;

che il primo motivo non è fondato, in quanto, “anche in relazione a controversie lato sensu collettive, coinvolgenti le medesime questioni tra un datore di lavoro ed i propri dipendenti, il giudicato formatosi tra la parte datoriale ed uno o più di quei dipendenti, riguardo ad una questione che possa in termini identici interessare altri lavoratori rimasti estranei alla controversia conclusasi con tale giudicato, oggetto di differenti giudizi tra lo stesso datore ed altri suoi dipendenti, non estende a questi ultimi la sua efficacia, neppure in termini di efficacia riflessa, a ciò ostando il principio contenuto nell’art. 2909 c.c., a norma del quale l’efficacia del giudicato è estesa soltanto alle parti, ai loro eredi ed aventi causa” (Cass. nn. 26377/2014; 25546/2014; 6788/2013; 2438/2007; 11677/2005); ne consegue che la preclusione derivante dall’accertamento di un giudicato esterno deve essere esclusa nel caso in cui il giudizio abbia ad oggetto, come nel caso di cui si tratta, un rapporto giuridico diverso da quello deciso con sentenza passata in giudicato;

che il secondo motivo è inammissibile, poichè, ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c., commi 4 e 5, “in caso di doppia conforme” – come nella fattispecie – “è escluso il controllo sulla ricostruzione di fatto operata dai giudici di merito, sicchè il sindacato di legittimità del provvedimento di primo grado è possibile soltanto ove la motivazione al riguardo sia affetta da vizi giuridici o manchi del tutto, oppure sia articolata su espressioni o argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, perplessi o obiettivamente incomprensibili” (così testualmente – e tra le molte -, Cass., Sez. VI, n. 26097/2014); che, pertanto, in tali ipotesi, “il ricorso per cassazione può essere proposto esclusivamente per i motivi di cui dell’art. 360, comma 1, nn. 1), 2), 3) e 4)”; e tale disposizione, inserita dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. a), convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, è applicabile al caso di specie, ai sensi del comma 2 dello stesso articolo (che stabilisce che le norme in esso contenute si applicano ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del citato decreto), essendo stato introdotto il gravame con atto in data 3.7.2014;

che il terzo motivo – che prospetta solo una diversa ricostruzione dei fatti rispetto a quella operata dai giudici di merito – non può essere accolto, in quanto contiene, anche se articolate come violazione di legge, contestazioni della valutazione probatoria con la sollecitazione di un riesame del merito, insindacabile in sede di legittimità, come, ad esempio, la valutazione della “clausola di rinuncia ad ogni e qualsiasi altro diritto, pretesa ed azione comunque connessa e derivante dal pregresso rapporto di lavoro”, contenuta nell’atto di conciliazione che il C. si era rifiutato di firmare, e tende, appunto, ad un accertamento di fatto riservato al giudice di merito, ove, come nel caso di specie, sia stato adeguatamente e logicamente motivato;

che, inoltre, alla stregua dei costanti arresti giurisprudenziali di legittimità (cfr., per tutti, Cass., SS.UU., 15486/2017), “La violazione dell’art. 115 c.p.c., può essere dedotta come vizio di legittimità solo lamentando che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dai poteri officiosi riconosciutigli. A tanto va aggiunto che, in linea di principio, la violazione della detta norma è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (tra le varie, Cass. n. 24434/2016), dovendosi peraltro ribadire che, in relazione al nuovo testo di questa norma, qualora il giudice abbia preso in considerazione il fatto storico rilevante, l’omesso esame di elementi probatori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo (Cass., SS.UU. n. 8053/2014)”;

che, infine, circa la dedotta violazione dell’art. 1359 c.c., è da osservare, alla stregua dei consolidati arresti giurisprudenziali di legittimità (cfr., tra le molte, Cass. nn. 16620/2013; 8172/2013; 8584/1999; 4178/1998), che “tale norma, secondo cui la condizione si considera avverata qualora sia mancata per causa imputabile alla parte che aveva interesse contrario all’avveramento di essa, trova applicazione nella sola ipotesi di condizione il cui avveramento dipende, in parte dal caso o dalla volontà dei terzi, in parte dalla volontà di uno dei contraenti, ma non nell’ipotesi” – che ricorre nella fattispecie – “di condizione potestativa semplice, configurabile quando è attribuita rilevanza all’avveramento di un fatto che, pur essendo collegato alla volontà di una delle parti, non può ritenersi rimesso al suo mero arbitrio, poichè non le è indifferente adottare oppure omettere il comportamento rilevante, e la relativa scelta rappresenta invece l’esito di un suo apprezzamento discrezionale di un complesso di motivi ed interessi”;

che per tutto quanto in precedenza esposto, il ricorso va respinto; che lespese – liquidate come in dispositivo e da distrarre, ai sensi dell’art. 93 c.p.c., in favore del difensore della parte resistente, avv. Francesco Santoni, dichiaratosi antistatario – seguono la soccombenza;

che, avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso sussistono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come specificato in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge, da distrarsi.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 19 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 8 ottobre 2020

 

 

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