Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21725 del 27/09/2019

Cassazione civile sez. II, 27/08/2019, (ud. 16/05/2019, dep. 27/08/2019), n.21725

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Maura – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29507-2015 proposto da:

L.F., L.G. e G.G., rappresentati

e difesi dall’Avvocato GIORGIO STELLA RICHTER e dall’Avvocato

GAETANO BARONE ed elettivamente domiciliati a Roma, via Orti della

Farnesina 126, per procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

F.C., M.M. e T.G.,

rappresentati e difesi dall’Avvocato SEBASTIANO ZORZI, presso il cui

studio a Vittoria, via Ruggero Settimo 31/A, elettivamente

domiciliano per procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1525/2015 della CORTE D’APPELLO DI CATANIA,

depositata il 25/9/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 16/5/2019 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE DONGIACOMO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

F.C., M.M. e T.G., con atto di citazione notificato nell’aprile del 1998, hanno convenuto in giudizio, innanzi al tribunale di Ragusa, L.F. e, dopo aver premesso di aver acquistato, con atto del 15/1/1997, un fondo in (OMISSIS), censito in catasto al (OMISSIS), facente parte di, una lottizzazione regolarmente approvata e confinante con il terreno di proprietà del convenuto, hanno chiesto di regolare giudizialmente i confini tra i predetti fondi.

Integrato il contraddittorio nei confronti di L.G. e di G.G., il tribunale, con sentenza del 9/9/2003, ha dichiarato che il confine è quello accertato dal consulente tecnico d’ufficio nell’allegato planimetrico n. 1 della relazione, che aveva individuato la linea di demarcazione tra le proprietà in conflitto dai resti di un vecchio muro a secco e da risalenti rilievi aerofotogrammetrici, ed ha, di conseguenza, condannato la parte convenuta a rilasciare agli attori la parte di terreno dalla stessa illegittimamente posseduto.

L.F. e L.G. nonchè, in via incidentale, G.G. hanno proposto appello avverso la predetta sentenza, chiedendo il rigetto della domanda proposta dagli attori.

Gli appellanti, in particolare, hanno dedotto che l’atto stipulato in data 15/1/1997 dimostra che gli stessi avevano acquistato uno stacco di suolo edificabile facente parte di una lottizzazione regolarmente approvata e convenzionata e che il richiamo espresso alla convenzione di lottizzazione, cui è allegato il tipo di frazionamento che riporta l’esatto confine tra i fondi, esclude in radice l’incertezza soggettiva sul confine, aggiungendo che il piano di lottizzazione in oggetto e i relativi tipi di frazionamento sono comuni ai rispettivi danti causa e che dagli stessi risultano i confini certi delle rispettive proprietà.

La corte d’appello di Catania, con sentenza del 2009, ha rigettato sia l’appello dei L., che l’appello incidentale della G., ritenendo che non fosse rilevante il richiamo nei titoli di provenienza alla lottizzazione.

L.F., L.G. e G.G. hanno proposto ricorso in cassazione avverso tale sentenza.

La Corte di cassazione, con ordinanza n. 7067 del 2011, in accoglimento del primo motivo, con il quale era stata dedotta la violazione e la falsa applicazione dell’art. 950 c.c. e la connessa carenza di motivazione su un punto decisivo della controversia, ha cassato la sentenza della corte d’appello per avere i giudici di merito affermato che fosse del tutto irrilevante il richiamo dei titoli alla lottizzazione, che ha interessato tutte e due le parti in causa, in tal modo disattendendo il principio, consolidato nella giurisprudenza di legittimità, per cui gli atti di frazionamento o di lottizzazione, richiamati nei titoli, ne costituiscono parte integrante e rivestono, quindi, rilevanza prioritaria ai fini dell’individuazione del confine. Secondo la Corte, quindi, i giudici d’appello, prima di ricorrere ad altri elementi al fine di determinare il confine, avrebbero dovuto, anzitutto, prendere in esame le indicazioni contenute nei suddetti allegati e soltanto nella confermata ipotesi di incertezza, valorizzare gli elementi di fatto in concreto utilizzati dal consulente tecnico d’ufficio o altri eventualmente emergenti dall’istruttoria.

Gli attori, con atto notificato nell’ottobre del 2011, hanno provveduto, a norma dell’art. 392 c.p.c., alla riassunzione del giudizio, chiedendo la conferma della sentenza di primo grado, posto che il confine tra i due immobili, anche in base ai criteri suggeriti dalla Corte di cassazione, è pur sempre quello individuato dal consulente tecnico d’ufficio nel corso del giudizio di primo grado.

L.F., L.G. e G.G. hanno, invece, chiesto di dichiarare che il confine tra i fondi delle parti in causa è quello di cui al “tipo di frazionamento” approvato dall’UTE di Ragusa in data 3/7/1993, prot. 1782, ovvero quello risultante dai piani di lottizzazione o dagli altri elementi indicati nei titoli di acquisto e accertati in sede istruttoria.

La corte d’appello di Catania, con ordinanza del 16/4/2012, ha disposto una consulenza tecnica d’ufficio sul rilievo che il consulente nominato nel giudizio di primo grado aveva individuato il confine basandosi principalmente sul riscontro in loco di segni evidenti (parti residue di muri a secco) raffrontati alle conformi risultanze dei rilevamenti aerofotogrammetrici, ignorando, però, i rispettivi titoli di provenienza nonostante avesse dato atto che i fondi delle parti provenivano tanto dal piano di lottizzazione convenzionata del 17/6/1981, quanto dal frazionamento in data 3/7/1993, prot. 1782, della p.lla (OMISSIS), che ha dato luogo sia alle p.lle (OMISSIS), di proprietà F., sia alle p.lle (OMISSIS), attualmente dei L., con la conseguente necessità di verificare, in ossequio al principio affermato dalla Suprema Corte, se i predetti atti di lottizzazione e di frazionamento, richiamati direttamente o indirettamente nei titoli di proprietà, consentivano di fissare con certezza i confini tra i fondi in contestazione.

All’esito, la corte, con sentenza dell’8/10/2015, ha rigettato l’appello.

La corte, in particolare, dopo aver escluso l’ammissibilità delle “nuove ed articolate considerazioni, integranti censure avverso la sentenza di primo grado”, che gli appellanti avevano formulato nella comparsa di costituzione nel giudizio di rinvio, attesa la natura chiusa di tale giudizio, e dopo aver dato atto che il consulente tecnico d’ufficio nominato in appello aveva chiaramente evidenziato come i tipi di frazionamento e il piano di lottizzazione presenti in atti e richiamati nei titoli di proprietà non consentivano. di ricostruire direttamente il confine. oggetto di causa in quanto le misure in essi presenti si riferiscono agli interi comparti e non al suddetto confine, ha ritenuto di non poter far altro che prendere atto di tale impossibilità: la quale, peraltro, ha aggiunto, appare in tutta evidenza, se si considera la circostanza che le due originarie particelle ((OMISSIS)), dalle quali sono state frazionate le particelle degli attori e dei convenuti, erano separate da un confine cd. di impianto e, dunque, non derivato, a sua volta, da un frazionamento. Del resto, ha aggiunto la corte, i tipi di frazionamento non afferivano un unico fondo appartenente ad un unico proprietario: le originarie particelle (OMISSIS), da cui sono state frazionate quelle rispettivamente appartenenti ai convenuti ed agli attori, non sono, infatti, mai state di proprietà di un unico soggetto. Inoltre, ha concluso la corte, sia il frazionamento del 1981, che il frazionamento del 1993, hanno riguardato sia la particella (OMISSIS), che la particella (OMISSIS), ma sono stati effettuati senza il consenso di D.P.M., all’epoca proprietaria, dante causa dei danti causa degli originari attori, per cui “entrambi tali atti di frazionamento… non possono avere inciso sul confine intercorrente fra i terreni delle parti”.

La corte, quindi, esclusa la possibilità di individuare il confine dai tipi di frazionamento afferenti le particelle delle parti in giudizio, ha ritenuto che neppure potesse darsi rilievo all’accertamento con il quale il consulente tecnico d’ufficio, presumendo la coincidenza – al momento dei due frazionamenti che nel 1981 e nel 1991 hanno interessato le particelle in esame – tra i dati catastali e la situazione di fatto, ha ritenuto, in sostanza, di individuare – il confine sulla base delle mere risultanze catastali. La corte, sul punto, ha ritenuto che tale accertamento era “precluso… dai limiti del giudizio di rinvio”.

In forza di tali argomenti, la corte ha, quindi, rigettato i gravami proposti.

L.F., L.G. e G.G., con ricorso notificato l’11/12/2015, hanno chiesto, per due motivi, la cassazione della sentenza della corte d’appello, dichiaratamente notificata il 15/10/2015.

F.C., M.M. e T.G. hanno resistito con controricorso notificato il 14/1/2016.

I ricorrenti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo, i ricorrenti, lamentando la violazione e la falsa applicazione degli artt. 383 e 394 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto che i L., in sede di rinvio, avessero formulato nuove ed articolate considerazioni, integranti censure avverso la sentenza di primo grado, e che tali censure non potevano essere prese in considerazione attesa la natura chiusa del giudizio di rinvio.

1.2. In realtà, hanno osservato i ricorrenti, come la stessa sentenza aveva in precedenza ricordato, gli appellanti, in sede di riassunzione della causa, avevano concluso chiedendo alla corte di dichiarare che il confine tra i fondi delle parti in causa è quello risultante dai piani di lottizzazione o dagli altri elementi indicati nei titoli di acquisto, vale a dire proprio quello che gli stessi avevano sempre chiesto in giudizio: tant’è che avevano proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del 2009 proprio perchè la corte d’appello si era limitata a fondare il proprio convincimento su di un unico elemento tratto dalla consulenza tecnica d’ufficio., secondo il quale il confine era materializzato in loco da un vecchio muro che delimitava le originarie particelle, senza, tuttavia, considerare che tale dato di fatto, e cioè il muro, era totalmente inidoneo a tale scopo. poichè l’individuazione dei confini, in tal modo effettuata contrastava apertamente con l’estensione dei fondi indicata nei rispettivi titoli e nei tipi di frazionamento.

1.3. E la sentenza della corte d’appello era stata, in effetti, cassata proprio perchè aveva omesso di esaminare gli atti di frazionamento e di lottizzazione che, richiamati nei titoli, ne costituiscono parte integrante, così rivestendo prioritaria rilevanza ai fini dell’individuazione del confine. Ne consegue, hanno aggiunto i ricorrenti, che la sentenza resa in sede di rinvio, avendo ritenuto che fossero state proposte dai L. conclusioni diverse da quelle formulate nei precedenti gradi di giudizio e che tali conclusioni fossero inammissibili, ha fatto malgoverno dell’art. 394 c.p.c..

1.4. Ciò ha comportato, hanno proseguito i ricorrenti, che la causa è stata decisa a prescindere dall’esame e dalla valutazione dei titoli di acquisto, in tal modo violandosi apertamente l’art. 384 c.p.c., per essere stato disapplicato il principio di diritto fissato dalla Suprema Corte in sede di cassazione della sentenza del 2009. La Corte di cassazione, infatti, aveva fissato i criteri che il giudice di rinvio avrebbe dovuto osservare per risolvere la pretesa incertezza esistente nella determinazione del confine tra i fondi limitrofi, disponendo che, a tal fine, i giudici d’appello, prima di ricorrere ad altri elementi, avrebbero dovuto prendere in esame le indicazioni contenute negli atti di frazionamento o di lottizzazione richiamati nei titoli, e soltanto nella confermata ipotesi di incertezza di quelle indicazioni, valorizzare gli elementi di fatto in concreto utilizzati dal consulente tecnico d’ufficio o -eventualmente emergenti dall’istruttoria.

1.5. Sotto tale profilo, hanno aggiunto i ricorrenti, il consulente tecnico d’ufficio aveva testualmente riferito che il confine può considerarsi coincidente con quello riportato nelle mappe catastali e che la volontà delle parti fosse quella di trasferire le particelle nel rispetto della conformazione catastale, come, del resto, emerge dai rispettivi titoli d’acquisto.

1.6. Ne consegue, hanno concluso i ricorrenti, che, in ragione del dovuto rispetto alle indicazioni contenute nell’ordinanza di rinvio, che aveva imposto di esaminare e valorizzare altri elementi dell’attività istruttoria, compresa quella documentale, la corte d’appello avrebbe dovuto prendere atto che il confine individuato dal consulente tecnico d’ufficio coincidesse con le emergenze della mappe catastali le quali, infatti, ove richiamate dalle parti nei titoli d’acquisto, e cioè l’atto di donazione del 21/4/1995 e l’atto di vendita del 15/1/1997, cessano di essere un rimedio sussidiario con la conseguenza che, a prescindere dal tipo di frazionamento o del piano di lottizzazione, il solo ricorso ai dati catastali costituiva lo strumento principale per le determinazione del confine.

2.1. Con il secondo motivo, i ricorrenti, lamentando la violazione e la falsa applicazione degli artt. 116 e 195 c.p.c., art. 12preleggi, artt. 1362 e 1363 c.c. nonchè dei principi generali in tema di interpretazione degli atti giuridici e di quelli processuali, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello non ha adeguatamente considerato, nel rispetto dei principi posti dall’art. 12 preleggi e art. 1362 c.c., nè il senso letterale delle parole usate dal consulente tecnico d’ufficio nè la loro connessione, e non ha provveduto, nel rispetto dell’art. 1363 c.c., ad un’interpretazione globale e complessiva della relazione del consulente tecnico d’ufficio.

2.2. Il consulente tecnico d’ufficio, infatti, aveva concluso nei seguenti termini: “A. I tipi di frazionamento ed il piano di lottizzazione presenti in atti e richiamati nei titoli di proprietà non consentono di ricostruire direttamente il confine oggetto di causa…; B. Il confine in questione può comunque considerarsi coincidente con quello riportato nelle mappe catastali…”, chiarendo che tale ricostruzione del confine era stata eseguita in conformità al mandato del giudice relatore, e cioè “tenendo conto degli atti e dei frazionamenti esistenti sulle aree in oggetto”.

2.3. La corte d’appello, invece, dando esclusivo rilievo all’affermazione con la quale il consulente tecnico d’ufficio aveva rilevato che i tipi di frazionamento ed il piano di lottizzazione presenti in atti e richiamati nei titoli di proprietà non consentono di ricostruire “direttamente” il confine oggetto di causa, ha omesso di considerare, in violazione dei principi ermeneutici prima esposti, che il consulente tecnico d’ufficio aveva chiarito che la predetta ricostruzione del confine era stata pur sempre eseguita, sia pur indirettamente, tenendo conto degli atti e dei frazionamenti esistenti sulle aree in oggetto e, quindi, in perfetta coerenza con il principio di diritto espresso dalla Corte di cassazione la quale, infatti, aveva espressamente disposto di prendere in esame le indicazioni contenute negli atti di frazionamento o di lottizzazione richiamati nei titoli.

2.4. Ne consegue, hanno concluso i ricorrenti, che, contrariamente all’assunto contenuto nella sentenza, l’accertamento eseguito dal consulente tecnico d’ufficio era perfettamente utilizzabile nell’ambito del giudizio di rinvio.

3.1. Il primo ed il secondo motivo, da esaminare congiuntamente per l’intima connessione dei temi trattati, sono fondati. La corte d’appello, infatti, dopo aver dato atto che il consulente tecnico d’ufficio nominato nel giudizio di secondo grado aveva chiaramente evidenziato come i tipi di frazionamento e il piano di lottizzazione richiamati nei titoli di proprietà non consentivano di ricostruire direttamente il confine oggetto di causa, ha ritenuto di non poter far altro che prendere atto di tale impossibilità escludendo, in particolare, di poter individuare il confine in base all’accertamento con il quale lo stesso consulente tecnico d’ufficio, presumendo la coincidenza – al momento dei due frazionamenti che nel 1981 e nel 1991 hanno interessato le particelle in esame – tra i dati catastalì e la situazione di fatto, aveva rinvenuto tale confine sulla base delle risultanze catastali: la corte, infatti, ha ritenuto che tale accertamento fosse “precluso… dai limiti del giudizio di rinvio”.

3.2. La Corte di cassazione, tuttavia, nell’ordinanza n. 7067 del 2011, in accoglimento di un motivo di ricorso con il quale era stata dedotta la violazione e la falsa applicazione dell’art. 950 c.c., con connessa carenza di motivazione su un punto decisivo, aveva ritenuto che i giudici di merito si erano discostati “dal consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità…, secondo cui gli atti di frazionamento o di lottizzazione, richiamati nei titoli ne costituiscono parte integrante, così rivestendo prioritaria rilevanza ai fini dell’individuazione del confine; sicchè i giudici di appello, prima di ricorrere ad altri elementi al fine di tale determinazione, avrebbero dovuto anzitutto prendere in esame le indicazioni contenute nei suddetti allegati e, soltanto nella confermata ipotesi di incertezza anche di quelle (disamina che va rimessa al giudice di rinvio), valorizzare gli elementi di fatto in concreto utilizzati dal c,t.u. o altri eventualmente emergenti dall’istruttoria”. La Suprema Corte, quindi, ad onta di quanto ritenuto dalla corte d’appello, aveva espressamente consentito (ed imposto) al giudice di rinvio di esaminare, al fine di accertare il confine controverso, non solo le risultanze emergenti, dai titoli di proprietà ma anche, in caso di perdurante incertezza di tali indicazioni, “gli elementi di fatto in concreto utilizzati dal c.t.u. o altri eventualmente emergenti dall’istruttoria”.

3.3. Ora, nel giudizio di rinvio, l’efficacia preclusiva della sentenza di cassazione opera solo con riferimento ai fatti che il principio di diritto enunciato presuppone come pacifici o come già accertati definitivamente in sede di merito: in caso diverso, quando la cassazione avvenga sia per vizi di violazione di legge che per vizi di motivazione, essa non incide sul potere del giudice di rinvio non solo di riesaminare i fatti, oggetto di discussione nelle precedenti fasi, non presupposti dal principio di diritto, ma anche, nei limiti in cui non si siano già verificate preclusioni processuali o decadenze, di accertarne di nuovi da apprezzare in concorso con quelli già oggetto di prova (Cass. n. 22989 del 2018, la quale ha ritenuto che non avesse esorbitato dai limiti del giudizio di rinvio la corte di appello che, in applicazione del principio di diritto espresso dalla sentenza di cassazione, aveva rigettato la domanda del ricorrente sulla base dell’accertamento di nuovi fatti rispetto a quelli presi in considerazione nella sentenza cassata).

3.4. Nel giudizio di rinvio, in effetti, i limiti deì poteri attribuiti al giudice sono diversi a seconda che la sentenza di annullamento abbia accolto il ricorso per violazione o falsa applicazione di norme di diritto ovvero per vizi di motivazione in ordine a punti decisivi della controversia, ovvero per l’una e per l’altra ragione: nella prima ipotesi, il giudice di rinvio è tenuto solo ad uniformarsi al principio di diritto enunciato dalla sentenza di cassazione, senza possibilità di modificare l’accertamento e la valutazione dei fatti acquisiti al processo; nel caso, invece, di cassazione con rinvio per vizio di motivazione, da solo o cumulato con il vizio di violazione di legge, il giudice è investito del potere di valutare liberamente i fatti già accertati ed anche d’indagare su altri fatti, ai fini di un apprezzamento complessivo, in relazione alla pronuncia da emettere in sostituzione di quella cassata (Cass. n. 16660 del 2017).

3.5. In caso di cassazione con rinvio (segnatamente, per vizi di motivazione), quindi, il giudice del rinvio conserva tutti i poteri di indagine e di valutazione della prova e può compiere anche ulteriori accertamenti, purchè essi trovino giustificazione nella sentenza di annullamento con rinvio e nell’esigenza di colmare le lacune e le insufficienze da questa riscontrate (Cass. SU n. 19217 del 2003; Cass. n. 9733 del 2005; Cass. n. 14635 del 2006; Cass. n. 31901 del 2018).

3.6. Del resto, in tema di regolamento di confini, il ricorso al sistema di accertamento sussidiario costituito dalle mappe catastali è consentito al giudice non soltanto in caso di mancanza assoluta ed obiettiva di altri elementi, ma anche nell’ipotesi in cui questi (per la loro consistenza, o per ragioni attinenti alla loro attendibilità) risultino, secondo l’incensurabile apprezzamento svolto in sede di merito, comunque inidonei alla determinazione certa del confine (Cass. n. 14020 del 2017; Cass. n. 10062 del 2018, secondo la quale, nell’azione di regolamento di confini, la quale si configura come una vindicatio incertae partis, incombe sia sull’attore che sul convenuto l’onere di allegare e fornire qualsiasi mezzo di prova idoneo all’individuazione dell’esatta linea di confine, mentre il giudice, del tutto svincolato dal principio actore non probante reus a bsolvitur, deve determinare il confine in relazione agli elementi che gli sembrano più attendibili, ricorrendo in ultima analisi alle risultanze catastali, aventi valore sussidiario).

4. Il ricorso dev’essere, quindi, accolto, e la sentenza impugnata, per l’effetto, cassata con rinvio ad altra sezione della corte d’appello di Catania, anche ai fini delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

la Corte così provvede: accoglie il ricorso e, per l’effetto, cassa la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della corte d’appello di Catania, anche ai fini delle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 16 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 27 agosto 2019

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