Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2172 del 25/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 25/01/2022, (ud. 03/11/2021, dep. 25/01/2022), n.2172

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2721-2018 proposto da:

B.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PIERLUIGI DA

PALESTRINA N. 47, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO PAOLO

IOSSA, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ROBERTO

DE GUGLIELMI;

– ricorrente –

contro

SICURITALIA SERVIZI FIDUCIARI SOC. CO persona del legale

rappresentante pro elettivamente domiciliata in ROMA, VIA VIRGILIO

n. 8, presso lo studio dell’avvocato ANDREA MUSTI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANDREA FORTUNAT;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 585/2017 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 17/07/2017 R.G.N. 917/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

03/11/2021 dal Consigliere Dott.ssa PONTERIO CARLA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Il Tribunale di Torino, in accoglimento del ricorso proposto da B.M., ha dichiarato il diritto del predetto (inquadrato nel livello D del c.c.n.l. dipendenti da Istituti e Imprese di Vigilanza Privata e Servizi Fiduciari – Sezione Servizi Fiduciari) all’inquadramento nel IV livello della seconda area del personale tecnico operativo del citato c.c.n.l. – Sezione Vigilanza Privata – ed ha condannato la Sicuritalia Servizi Fiduciari soc. coop. al pagamento delle differenze retributive.

2. La Corte d’appello ha accolto l’impugnazione della società datoriale e, in riforma della pronuncia di primo grado, ha respinto le domande avanzate dal lavoratore con il ricorso introduttivo della lite.

3. La Corte territoriale, per quanto ancora rileva, ha premesso che il contratto collettivo in esame è costruito sul D.M. n. 269 del 2010, ivi espressamente richiamato, e nel disciplinare la “vigilanza antitaccheggio” fa rifermento alle funzioni proprie delle guardie giurate armate.

4. Ha accertato che il B. non era in possesso della qualifica di guardia giurata e che l’attività dal medesimo svolta non potesse essere ricondotta a mansioni di antitaccheggio. Egli infatti, “si limitava al controllo degli scontrini e in caso di attivazione dell’allarme antitaccheggio doveva chiamare le guardie giurate o il responsabile della sicurezza che erano in servizio all’interno dei punti vendita ed ai quali soli era demandato il potere di intervento nei confronti del cliente”.

5. Avverso tale sentenza B.M. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi. Sicuritalia Servizi Fiduciari soc. coop. ha resistito con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

6. Con il primo motivo di ricorso è dedotta violazione e falsa applicazione del R.D. 6 maggio 1940, n. 635, art. 256 bis e dell’art. 31, sezione vigilanza privata, del c.c.n.l. per i dipendenti da istituti ed imprese di vigilanza privata e servizi fiduciari del 28.2.2014, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

7. Si assume che l’attività di vigilanza antitaccheggio in ambito commerciale non sia affatto riservata alle guardie particolari giurate poiché il citato R.D. 6 maggio 1940, n. 635, art. 256 bis, introdotto dal D.P.R. n. 53 del 2008, art. 1, comma 1, lett. g), dopo aver elencato al comma 2 i casi in cui le attività di vigilanza debbono essere svolte a mezzo di guardie particolari giurate, nel terzo ed ultimo comma prevede che le attività di vigilanza all’interno di “centri direzionali industriali o commerciali” rientrano nei servizi di sicurezza complementare “quando speciali esigenze di sicurezza impongono che i servizi medesimi siano svolti da guardie particolari giurate”; in tal modo consentendo che in quest’ultimo ambito la vigilanza possa essere svolta anche da personale che non riveste la suddetta qualifica ove non ricorrano “speciali esigenze di sicurezza”.

8. Si osserva che l’art. 31 del c.c.n.l., settore vigilanza privata, nel descrivere l’attività di vigilanza antitaccheggio, ossia il servizio “svolto mediante la sorveglianza di beni esposti alla pubblica fede nell’ambito della distribuzione commerciale finalizzata a prevenire reati, il furto e/o il danneggiamento dei beni stessi”, non indica affatto né lascia intendere che tale attività possa essere svolta unicamente da guardie particolari giurate; inoltre, nell’incipit dello stesso articolo si fa riferimento ai lavoratori “comunque denominati” che svolgono le attività descritte, ed è evidente che con tale inciso le parti sociali abbiano inteso ricomprendere tutti i lavoratori comunque addetti alle attività di vigilanza antitaccheggio, a prescindere da qualifiche, cariche o posizioni di sorta.

9. Con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2735 c.c., degli artt. 115 e 116c.p.c., e dell’art. 31, sezione vigilanza privata, del c.c.n.l. del 28.2.2014, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

10. Si sostiene che l’interpretazione della Corte di merito, secondo cui sarebbero mansioni di vigilanza antitaccheggio solo quelle finalizzate alla prevenzione di furti, con potere di intervento diretto nei confronti dei soggetti sorpresi a commettere tali illeciti, e non quelle, espletate dal ricorrente presso la barriera casse, di controllo di corrispondenza della merce acquistata ai dati risultanti dallo scontrino, sarebbe in contrasto con quanto riportato dalla società datrice di lavoro nel proprio sito internet, con conseguente violazione dell’art. 2735 c.c. sulla confessione stragiudiziale, oltre che degli artt. 115 e 116 c.p.c..

11. Nel sito internet, la finalità del servizio antitaccheggio è descritta come volta a “identificare segnalando al personale dipendente preposto gli autori del tentativo di furto” e ciò corrisponde all’attività posta in essere dal ricorrente in caso di mancato pagamento o mancata restituzione della merce oggetto del tentativo di furto, essendo irrilevante che tale sorveglianza sia effettuata nell’area vendita oppure presso la barriera casse.

12. Con il terzo motivo, si addebita alla sentenza impugnata la violazione dell’art. 2103 c.c., dell’art. 31, sezione vigilanza privata, e dell’art. 6, sezione servizi fiduciari, del c.c.n.l. del 28.2.2014, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

13. Si afferma che le mansioni svolte dal ricorrente, di controllo delle protezioni di merci sensibili, di verifica della corrispondenza tra scontrino e merce, controlli a campione degli acquisti presso le casse automatiche e collaborazione con il personale del punto vendita per il pagamento e il recupero della merce trafugata nonché registrazione dei prodotti recuperati, corrispondano a quelle di “vigilanza antitaccheggio” di cui al citato art. 31 del c.c.n.l. e che egli pertanto abbia diritto al superiore inquadramento rivendicato; si sottolinea come, viceversa, le mansioni svolte non siano in alcun modo riconducibili a quelle di addetto “all’attività per la custodia, sorveglianza e fruizione di siti ed immobili”, “al controllo degli accessi, regolazione flussi di persone e merci” e “alle attività tecnico organizzative per la custodia, la sorveglianza e la regolazione della fruizione di siti ed immobili”, di cui al livello D della sezione servizi fiduciari, atteso che il predetto non si occupa per nulla di regolare l’accesso delle persone o delle merci al supermercato o di impedire che vi si acceda durante l’orario di chiusura.

14. Si esamina, secondo un criterio di priorità logica, il terzo motivo di ricorso, che non può trovare accoglimento.

15. E’ sufficiente richiamare il principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, nel procedimento logico-giuridico diretto alla determinazione dell’inquadramento di un lavoratore subordinato non può prescindersi da tre fasi successive, e cioè, dall’accertamento in fatto dell’attività lavorativa svolta, dall’individuazione delle qualifiche previste dal contratto collettivo di categoria e dal raffronto tra il risultato della prima indagine ed i testi della normativa contrattuale individuati nella seconda.

16. L’accertamento della natura delle mansioni concretamente svolte dal dipendente, ai fini dell’inquadramento del medesimo in una determinata categoria, costituisce giudizio di fatto riservato al giudice del merito ed è insindacabile, in sede di legittimità, se sorretto da logica e adeguata motivazione. (v., tra le altre, Cass. 31.12.2009 n. 28284, Cass. 26234/2008, Cass. 18943/2016).

17. La sentenza impugnata, attraverso il richiamo di plurime e convergenti deposizioni testimoniali, ha ricostruito in dettaglio il contenuto delle mansioni svolte dal ricorrente, come limitate al controllo degli scontrini e della corrispondenza tra questi e la merce acquistata; mansioni quindi differenti per contenuto rispetto ai compiti propri della vigilanza antitaccheggio, senza che rilevi l’astratta possibilità, in base alle previsioni del citato R.D. 6 maggio 1940, n. 635, art. 256 bis, che quest’ultima sia affidata anche a personale privo della qualifica di guardia giurata. Le censure mosse col motivo di ricorso in esame, in quanto sollecitano una nuova valutazione probatoria sul contenuto delle mansioni eseguite dal ricorrente, non consentita in questa sede di legittimità, risultano inammissibili.

18. Il mancato accoglimento del terzo motivo di ricorso rende inammissibile il primo motivo.

19. La decisione d’appello si basa su due autonome rationes decidendi, il mancato possesso da parte del ricorrente della qualifica di guardia giurata e il mancato svolgimento in fatto dell’attività di “vigilanza antitaccheggio” come definita dal D.M. n. 269 del 2010.

20. Come già statuito da questa Corte in una fattispecie sovrapponibile a quella in esame (v. Cass. n. 23042 del 2021), al di là della questione della qualifica di guardia giurata, la decisione di appello si fonda sul decisivo rilievo per cui l’attuale ricorrente era addetto al controllo degli scontrini e alla sorveglianza alla “barriera casse”, e non alle mansioni corrispondenti alle declaratorie contrattuali del livello rivendicato, ovvero il IV livello dell’area 2, riferito ai lavoratori svolgenti le attività indicate nel D.M. 10 dicembre 2010, n. 269, art. 3, quali, a titolo esemplificativo: operatore di centrale operativa tipi b e c, alleg. E, D.M. n. 269 del 2010, vigilanza ispettiva, vigilanza fissa, vigilanza antirapina, vigilanza antitaccheggio finalizzata alla prevenzione di furti e danneggiamento dei beni, telesorveglianza, televigilanza, interventi sugli allarmi, trasporto e scorta valori, ovvero mansioni di vigilanza attiva, non ritenute congruenti con quelle di vigilanza passiva svolte dal predetto.

21. Una volta respinte le censure sulla autonoma ratio decidendi, secondo cui l’attività svolta dal ricorrente non era rispondente ai tratti distintivi della declaratoria di IV livello, le ulteriori critiche che si incentrano sulla non necessità della qualifica di guardia giurata per lo svolgimento delle mansioni di cui al livello rivendicato, si rivelano inidonee a modificare l’esito del giudizio e come tali inammissibili.

22. Secondo la costante giurisprudenza di questa S.C., ove sia impugnata una statuizione fondata su più ragioni argomentative, tutte autonomamente idonee a sorreggerla, è necessario, per giungere alla cassazione della pronuncia, che ciascuna di esse abbia formato oggetto di specifica censura; diversamente, l’omessa impugnazione di una delle autonome rationes decidendi oppure la resistenza di una di esse all’impugnazione, e quindi la definitività della decisione sul punto, rende inammissibile per difetto di interesse la censura relativa alle altre statuizioni poiché inidonea a determinare la cassazione della pronuncia suddetta (cfr. Cass. n. 3633 del 2017; n. 18441 del 2017; n. 3386 del 2011; n. 24540 del 2009; n. 4349 del 2001).

23. Anche il secondo motivo di ricorso è inammissibile poiché parte ricorrente non spiega in quale atto processuale e in che termini la questione posta, della confessione stragiudiziale emergente dal sito internet della società, sia stata sollevata nei gradi di merito, atteso che la sentenza impugnata non contiene alcun cenno in proposito e che non può considerarsi sufficiente, al fine di escludere la novità della questione, la produzione di un estratto del sito internet della società datoriale nel fascicolo di primo grado (v. pag. 10 del ricorso in esame).

24. Difatti, qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass. n. 23675 del 2013; n. 20703 del 2015; n. 18795 del 2015; n. 11166 del 2018).

25. Per le ragioni esposte il ricorso va dichiarato inammissibile.

26. Le spese di lite sono regolate secondo il criterio di soccombenza, con liquidazione come in dispositivo.

27. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese di lite che liquida in Euro 4.000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 3 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 gennaio 2022

 

 

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