Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21693 del 27/10/2016


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Cassazione civile sez. un., 27/10/2016, (ud. 25/10/2016, dep. 27/10/2016), n.21693

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RORDORF Renato – Primo Presidente f.f. –

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente di Sez. –

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente di Sez. –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. CIRILLO Ettore – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20211-2016 proposto da:

L.C.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE REGINA

MARGHERITA 93, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE PASSANITI,

rappresentato e difeso da sè medesimo unitamente all’avvocato

ANTONIO ANDO’, per delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI MESSINA, PROCURATORE GENERALE

PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;

– intimati –

avverso la sentenza n. 214/2016 del CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE,

depositata il 25/07/2016;

udito l’Avvocato Antonio ANDO’;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

25/10/2016 dal Consigliere Dott. FRANCO DE STEFANO;

lette le conclusioni scritte dell’Avvocato Generale Dott. RICCARDO

FUZIO, il quale esprime parere non favorevole all’accoglimento

dell’istanza.

La Corte:

Fatto

RITENUTO IN FATTO

– che, su esposto del 22.9.03 della sua cliente C.C., l’avvocato L.C.A. fu, con Delib. 25 maggio 2005, sottoposto a procedimento penale dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina per violazione degli artt. (art. 5, comma 1, artt. 6, 7 e 8, nonchè, infine) 38 e 41 del codice deontologico forense all’epoca vigente, per non avere gestito con puntualità e diligenza il denaro ricevuto dalla cliente, nè reso il conto della gestione;

– che per gli stessi fatti il L.C. su sottoposto a procedimento penale, sicchè fu deliberata la sospensione di quello disciplinare dal giorno (OMISSIS): ma quest’ultimo, estinto per prescrizione il reato come da sentenza del tribunale di Messina divenuta irrevocabile il 24.6.13, riprese infine e fu definito dal COA con dichiarazione di responsabilità dell’incolpato, cui fu irrogata la sanzione di mesi tre di sospensione;

– che il L.C. chiese al CNF l’annullamento di tale provvedimento disciplinare, sulla base di tre motivi, però disattesi con sentenza n. 214 del 25.7.16, notificata il 18.8.16;

– che il CNF rigettò il ricorso: per infondatezza dell’eccezione di prescrizione, ritenendone iniziato il decorso dal momento della definizione del procedimento penale e non applicabile la sopravvenuta riforma di cui alla legge professionale forense, nè in ordine all’entità complessiva del termine, nè in ordine alla disciplina della decorrenza o degli eventi interruttivi; per la correttezza delle valutazioni nel merito del materiale istruttorio acquisito, analiticamente riconsiderato ed una volta motivatamente attribuita rilevanza anche alle dichiarazioni dell’esponente; per l’adeguatezza della sanzione in concreto applicata, una volta riscontrata la corrispondenza delle violazioni a suo tempo contestate (artt. 38 e 41 del previgente codice deontologico) a quelle previste dagli artt. 26 e 30 del codice deontologico vigente;

– che per la cassazione di tale ultima sentenza ricorre oggi il professionista, affidandosi a tre motivi ed invocando in via cautelare la sospensione dell’esecutività del provvedimento impugnato;

– che il L.C. lamenta:

a) col primo motivo, il travisamento delle sue doglianze, avendo egli invocato l’applicabilità alla fattispecie della L. n. 247 del 2012, al momento della pronunzia del provvedimento del COA, pure per l’evidente favore per l’incolpato desumibile dall’art. 65 della nuova legge e dovendosi escludere l’aggravamento della condizione dell’incolpato derivante dall’assimilazione degli effetti di una sentenza dichiarativa dell’estinzione del reato a quelli di un giudicato di condanna anche ai fini del decorso della prescrizione, tanto prima che dopo la riforma della legge professionale;

b) col secondo motivo, l’erroneità dell’apprezzamento dei motivi di ricorso per la presenza di plurimi profili di eccesso di potere per travisamento dei presupposti, per erroneità o per difetto di motivazione, contraddittorietà o carenza di istruttoria, in ordine alle numerose censure da lui svolte alla ricostruzione dei fatti operata dal COA ed al rifiuto del CNF di espletare ulteriore attività istruttoria o di riconsiderare od adeguatamente valutare elementi specificamente indicati;

c) col terzo motivo, la violazione del principio di proporzionalità, la perplessità ed irragionevolezza della sentenza impugnata, che finisce con l’applicare la nuova normativa il nuovo codice deontologico in ordine alla sanzione in concreto irrogata, pur non potendo – a suo dire – in applicazione del precedente regime quest’ultima essere comminata e comunque essendo prevista dalle attuali disposizioni, la cui corrispondenza a quelle precedenti non è stata neppure argomentata, un minimo edittale di sei mesi per la sospensione, invece determinata in concreto in mesi tre;

– che il COA di Messina non ha svolto difese, mentre il P.G. ha concluso la sua requisitoria esprimendo parere non favorevole all’accoglimento dell’istanza cautelare;

– che la trattazione dell’istanza cautelare è stata disposta per l’adunanza in Camera di consiglio del 25 ottobre 2016;

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

– che vanno valutati, ai fini della concessione della chiesta sospensione cautelare della sentenza impugnata, il fumus boni iuris ed il periculum in mora;

– che è opportuna la disamina, per primo, del fumus boni iuris;

– che, quanto al primo motivo, il Consiglio Nazionale Forense pare essersi conformato alla giurisprudenza di questa Corte regolatrice confermata anche di recente (Cass. Sez. Un., 31 maggio 2016, n. 11367), le cui conclusioni non hanno mai fatto distinzione quanto alle formule terminative del procedimento penale (fin da Cass. Sez. Un. 2762/93 e 9893/93) anche dopo l’entrata in vigore della legge n. 97/01 (Cass. Sez. Un., 15 luglio 2005, n. 14985) ed applicandole proprio pure al caso di definizione del procedimento penale per estinzione del reato (Cass. Sez. Un., 20 settembre 2016, n. 18394); mentre la retroattività o immediata applicabilità – ai procedimenti disciplinari per fatti anteriori all’entrata in vigore della L. n. 247 del 2012, della disciplina in materia di prescrizione da questa dettata, invocata dal ricorrente, non è conforme alla giurisprudenza di queste Sezioni Unite (tra le altre, con le sentenze: 16 luglio 2015, n. 14905; 16 novembre 2015, n. 23364; 6 maggio 2016, n. 9138; 20 settembre 2016, n. 18394);

– che neppure il secondo motivo integra il necessario fumus boni iuris, parendo con quello il ricorrente prospettare una diversa valutazione del materiale istruttorio che il CNF, con motivazione immune da censure, ha ritenuto adeguatamente valutato dal COA: e tanto in problematica coerenza coi limiti del controllo consentito a queste Sezioni Unite (ribaditi anche di recente; per tutte, v. Cass., S.U., n. 14777 del 2015; Cass., S.U., n. 15203 del 2016), cui è dato esprimere solamente un giudizio sulla congruità, sulla adeguatezza e sulla assenza di vizi logici della motivazione che sorregge la decisione finale;

– che neppure il terzo motivo pare, se non altro allo stato degli atti e senza pregiudizio della finale decisione, integrare il chiesto fumus, in quanto: da un lato, nessuna contraddittorietà si scorge nella riserva dell’immediata applicazione della sola disciplina sanzionatrice più favorevole agli incolpati e non anche di quella processuale, riconosciuta anche da questa Corte regolatrice; dall’altro lato, coerente è l’individuazione della sanzione, applicata alla fattispecie, correttamente ricondotta entro la nuova previsione la condotta prima sussunta entro quella del previgente codice deontologico di immediata coincidenza testuale, la sanzione conclusiva – differente da quella cautelare o provvisoria disciplinata del R.D.L. n. 1578 del 1933, artt. 40 e 43 – della sospensione dall’esercizio della professione: sia pure per un periodo inferiore al minimo edittale, per la quale circostanza tuttavia è seriamente dubitabile l’interesse del ricorrente a proporre impugnazione (e potendosi prospettare in senso contrario il principio penalistico della inammissibilità di una tale doglianza, desunto da Cass. pen., sent. 7.10/2.11.09, n. 42052, imp. D.B., secondo la quale l’imputato non ha interesse ad impugnare la sentenza che gli commina una pena inferiore al minimo edittale); mentre la tesi dell’impossibilità di irrogare la sospensione non pare tenere conto, allo stato, della circostanza che per i fatti oggetto di procedimento disciplinare era prevista anche una sanzione penale, tanto che il relativo procedimento era stato iniziato, ma solo non si era concluso per via dell’estinzione del reato per prescrizione;

– che, dunque, l’istanza di sospensione della esecutività della decisione del COA per effetto della reiezione del ricorso proposto al CNF deve essere rigettata, difettando il requisito del fumus boni iuris e rimanendo superflua la disamina del periculum;

– che non avendo l’intimato Consiglio dell’Ordine svolto attività difensiva in questa sede non vi è luogo a provvedere sulle spese della fase cautelare.

PQM

La Corte, a sezioni unite, rigetta l’istanza di sospensione della esecutività del provvedimento impugnato.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili della Corte Suprema di Cassazione, il 25 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 ottobre 2016

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