Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2167 del 25/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 25/01/2022, (ud. 08/07/2021, dep. 25/01/2022), n.2167

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10619-2015 proposto da:

T.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MARIA

ADELAIDE n. 8, presso lo studio dell’avvocato PAOLA TANFERNA, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato SANDRO CASTRO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITA’ E RICERCA, in persona del

Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO presso il cui Ufficio domicilia in ROMA, alla

VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 402/2014 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 22/10/2014 R.G.N. 359/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/07/2021 dal Consigliere Dott. NEGRI DELLA TORRE PAOLO.

 

Fatto

PREMESSO

che T.G., esponendo di avere prestato servizio, come docente di disegno e storia dell’arte nei licei scientifici (classe di concorso A025), su cattedre di venti ore settimanali, fino all’anno scolastico 2010/2011, quando le ore di insegnamento erano state illegittimamente ridotte a diciotto, ha agito in giudizio nei confronti del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca per ottenere il ripristino dell’originaria situazione nonché la condanna dell’Amministrazione al pagamento delle differenze retributive e delle somme tutte conseguentemente dovutegli, anche a titolo di indennità di buonuscita e pensione, oltre al risarcimento dei danni;

– che l’adito Tribunale di Massa ha respinto il ricorso;

– che la Corte di appello di Genova, con sentenza n. 402/2014, pubblicata il 22 ottobre 2014, ha confermato la decisione di primo grado, condannando l’appellante alla rifusione delle spese del grado;

– che la Corte ha rilevato come non esistesse fonte primaria, né collettiva, né negoziale, in cui si stabilisse che le ore di insegnamento dovevano essere venti; in particolare, non era stato mai prodotto un contratto individuale con la quantificazione delle ore di lavoro settimanali; anche il provvedimento in data 20/10/2000, con cui era stato disposto il passaggio in ruolo dell’attore e la sua assegnazione al liceo scientifico “(OMISSIS)” di Villafranca in Lunigiana, non conteneva tale indicazione, né era significativo, ai fini dell’individuazione dell’orario da osservare, che esso facesse riferimento all’insegnamento di disegno e storia dell’arte (classe di concorso A025), poiché il D.M. 1 dicembre 1952, che disciplinava l’orario settimanale di insegnamento nella scuola secondaria superiore e che era ancora vigente all’epoca del passaggio in ruolo dell’attore, in relazione a tale materia non prevedeva un orario di venti ore settimanali, bensì un numero di ore variabile a seconda del tipo di istituto; quanto alla classe A025, il D.M. 30 gennaio 1998, n. 98 non indicava le ore settimanali di insegnamento in tale materia, bensì il titolo di ammissione e gli insegnamenti relativi alla classe di concorso; d’altra parte, dopo il passaggio in ruolo l’appellante aveva insegnato (anno scolastico 2002/2003) in altro istituto con un orario di diciotto ore settimanali; il fatto di avere insegnato diversi anni per venti ore settimanali (salva la parentesi del 2002/2003) non era, quindi, circostanza che potesse valere come fonte di un diritto, anche perché il c.c.n.l. 2006-2009, all’art. 28, stabiliva un orario settimanale minimo di diciotto ore, disponendo – se inferiore – il suo necessario completamento, e non anche un diritto ad osservare un orario superiore a quello minimo, né tantomeno, nel caso di espletamento di un numero di ore settimanale superiore, il diritto a mantenerlo; non sussisteva alcun dato normativo, da cui desumere un diritto a conservare un orario settimanale superiore alle diciotto ore per il solo fatto dell’assegnazione ad una cattedra che, in concreto, comportava l’osservanza di tale orario, l’esame delle fonti (L. n. 448 del 2001, art. 22; L. n. 289 del 2002, art. 35; D.P.R. n. 81 del 2009, art. 19) dimostrando la reiterazione della regola, fissata dalla contrattazione collettiva, per la quale le cattedre non possono essere costituite con un orario inferiore alle diciotto ore, escluso il diritto ad osservare, o mantenere, un orario superiore;

– che avverso detta sentenza ha proposto ricorso il T. con tre motivi, cui ha resistito il Ministero con controricorso.

Diritto

RILEVATO

che con il primo motivo il ricorrente deduce violazione e/o falsa applicazione del c.c.n.l. Comparto Scuola, travisamento dei fatti e omissione o, in subordine, insufficienza o contraddittorietà della motivazione, per non avere la Corte territoriale tenuto conto delle doglianze formulate nell’atto di appello e dei documenti prodotti (certificato di servizio e certificati rilasciati dai licei scientifici in cui il ricorrente aveva insegnato), documenti che, fornendo evidenza del fatto che egli aveva sempre, fin dall’assunzione, prestato servizio su cattedre di venti ore settimanali, dimostravano come l’osservanza di tale orario fosse un elemento intrinseco al contratto individuale di lavoro;

– che con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 25 c.c.n.l. Comparto Scuola, del D.M. 1 dicembre 1952, del D.M. 15 marzo 2010, n. 89, del D.P.R. n. 81 del 2009 e della L. n. 133 del 2008 e L. n. 169 del 2008 (c.d. riforma Gelmini), nonché omissione o, in subordine, insufficienza o contraddittorietà della motivazione e violazione dei principi di buona fede e di irresistibilità del fatto compiuto: assume di essere stato assunto per ricoprire una cattedra di venti ore settimanali, secondo quanto previsto per i licei scientifici in relazione all’insegnamento di disegno e storia dell’arte (classe A025), e di avere diritto al mantenimento di tale orario; osserva in particolare che il D.P.R. n. 81 del 2009, art. 19, diversamente da quanto ritenuto dalla Corte di appello, non prevede che le cattedre istituzionali di venti ore debbano essere ricondotte a diciotto ore settimanali, ma che le cattedre con orario inferiore debbano essere portate a raggiungere tale minimo obbligatorio, vietando la disposizione di scendere al di sotto di un limite minimo ma non ponendo un limite massimo;

– che con il terzo motivo, denunciando violazione e/o falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., il ricorrente si duole della condanna alle spese del grado di appello, ben potendo la Corte territoriale disporne la compensazione in ragione della sussistenza, nella specie, di “gravi ed eccezionali ragioni” e dell’assenza di mala fede o scorrettezza nell’azione giudiziaria intrapresa;

osservato:

che il primo motivo risulta inammissibile, stante la presenza di c.d. “doppia conforme” ex art. 348-ter c.p.c., u.c.; né il ricorrente, per evitare l’inammissibilità del motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, ha indicato le ragioni di fatto poste a base della decisione di primo grado e quelle poste a base della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse (Cass. n. 5528/2014, fra le molte conformi);

– che, per quanto possa rilevare, atteso il carattere assorbente di tale ragione di inammissibilità, il giudice di appello ha comunque preso in considerazione e valutato la circostanza che il ricorrente, “dal momento del passaggio nel ruolo dei docenti degli istituti di istruzione di secondo grado e fino all’anno scolastico 2009/2010”, aveva “osservato un orario settimanale di venti ore” (con la sola esclusione dell’anno scolastico 2002/2003), ritenendo che la stessa non potesse essere fonte di diritto, nel quadro delle norme regolatrici della fattispecie dedotta in giudizio (cfr. sentenza impugnata, p. 10, capoverso);

– che, d’altra parte, è del tutto consolidato il principio, per il quale l’art. 360 c.p.c., n. 5, come riformulato a seguito della riforma del 2012, “introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, nel cui paradigma non è inquadrabile la censura concernente la omessa valutazione di deduzioni difensive” (Cass. n. 14802/2017, fra le numerose conformi);

– che risulta poi inammissibile per genericità la censura concernente la violazione o falsa applicazione del c.c.n.l. di settore, non essendo indicata la disposizione collettiva che il giudice di merito avrebbe male interpretato e, ove questa fosse da ravvisare nell’art. 25, non essendo in alcun modo chiarite le ragioni per cui tale interpretazione, peraltro basata sul canone letterale (cfr. sentenza, p. 8, ultimo capoverso), debba ritenersi erronea;

– che il secondo motivo non può egualmente trovare accoglimento;

– che, quanto al dedotto vizio di motivazione, valgono le osservazioni già svolte riguardo all’analoga censura formulata con il primo motivo;

– che, quanto al vizio di violazione e falsa applicazione di norme di diritto, è da rilevare anzitutto che il ricorrente non si confronta specificamente con la complessiva e ampia ricostruzione del quadro giuridico operata nella sentenza di appello, in particolare là dove è richiamato, in una lettura coerente con le altre fonti regolatrici, l’art. 28 c.c.n.l. per il personale del Comparto Scuola 2006-2009;

– che, in ogni caso, l’assunto del ricorrente non può essere condiviso;

– l’art. 28 cit. stabilisce, infatti, al comma 5, che “Nell’ambito del calendario scolastico delle lezioni definito a livello regionale, l’attività di insegnamento si svolge… in 18 ore settimanali nelle scuole e istituti d’istruzione secondaria ed artistica, distribuite in non meno di cinque giornate settimanali”; e, al comma 6, che “Negli istituti e scuole di istruzione secondaria, ivi compresi i licei artistici e gli istituti d’arte, i docenti, il cui orario di cattedra sia inferiore alle 18 ore settimanali, sono tenuti al completamento dell’orario di insegnamento da realizzarsi mediante la copertura di ore di insegnamento disponibili in classi collaterali non utilizzate per la costituzione di cattedre orario, in interventi didattici ed educativi integrativi”;

– che da tali disposizioni si desume chiaramente (a) che l’orario di insegnamento è di 18 ore, nelle scuole e negli istituti di istruzione secondaria, e (b) che i docenti con orario inferiore sono tenuti a completarlo (fino a raggiungere le 18 ore); non è invece previsto – come già esattamente osservato dalla Corte di appello nella sentenza impugnata – un diritto del docente ad osservare un orario superiore a quello minimo, né tantomeno, nel caso di espletamento di un numero di ore settimanali superiore, il diritto a mantenere tale orario;

– che il D.P.R. n. 81 del 2009, art. 19 ribadisce che “Le cattedre costituite con orario inferiore all’orario obbligatorio di insegnamento dei docenti, definito dal contratto collettivo nazionale di lavoro, sono ricondotte a 18 ore settimanali, anche mediante l’individuazione di moduli organizzativi diversi da quelli previsti dai decreti costitutivi delle cattedre, salvaguardando l’unitarietà d’insegnamento di ciascuna disciplina” (comma 1); mentre la facoltà riconosciuta ai dirigenti scolastici di attribuire “spezzoni orario fino a 6 ore ai docenti in servizio nell’istituzione, con il loro consenso, fino ad un massimo di 24 ore settimanali”, in quanto prevista “prima di procedere alle assunzioni a tempo determinato di propria competenza” (comma 4), risponde dichiaratamente all’esigenza di evitare il ricorso a tali forme di assunzione, o quanto meno al fine di ridurle il più possibile, sicché anche questa disposizione non è idonea a fondare il diritto del ricorrente;

– che, d’altra parte, questa Corte ha già escluso la configurabilità di un diritto del docente all’attribuzione di ore eccedenti l’orario d’obbligo (Cass. n. 5244/2020);

– che il terzo motivo è infondato, dovendosi in proposito riaffermare il principio, per il quale, in tema di spese, “il sindacato di legittimità sulle pronunzie dei giudici del merito è diretto solamente ad evitare che possa risultare violato il principio secondo cui esse non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa, essendo del tutto discrezionale la valutazione di totale o parziale compensazione per giusti motivi, la cui insussistenza il giudice del merito non è tenuto a motivare” (Cass. n. 26912/2020; conforme n. 10009/2003);

ritenuto:

conclusivamente che il ricorso deve essere respinto;

– che le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

PQM

La Corte respinge il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 8 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 gennaio 2022

 

 

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