Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21665 del 05/09/2018

Cassazione civile sez. lav., 05/09/2018, (ud. 08/02/2018, dep. 05/09/2018), n.21665

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – rel. Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6809-2016 proposto da:

S.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PIETRO

ROMANO, 33, presso lo studio dell’avvocato RAFFAELLA DE ANGELIS,

rappresentato e difeso dagli avvocati FAUSTINA DILENA e ANTONIO

ALBANESE, giusta procura in atti;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.p.A. 97103880585, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

BARBERINI 47, presso lo studio dell’avvocato ANGELO PANDOLFO, che la

rappresenta e difende, giusta procura in atti;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 5490/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 03/09/2015 r.g. n. 9827/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

08/02/2018 dal Consigliere Dott. LAURA CURCIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CERONI Francesca, che ha concluso per l’improcedibilità del ricorso

principale e l’accoglimento, per quanto di ragione, del ricorso

incidentale;

udito l’Avvocato RAFFAELA DE ANGELIS per delega verbale Avvocato

ANTONIO ALBANESE;

udito l’Avvocato CRISTIANA PILO per delega verbale Avvocato ANGELO

PANDOLFO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1) Con sentenza del n. 5490 del 3.9.2015 la corte d’appello di Roma, parzialmente riformando la sentenza del tribunale di Roma del 19.6.2012, ha accertato la legittimità del licenziamento intimato da Poste spa al dipendente S.V., solo riconoscendo il giustificato motivo soggettivo, con condanna al pagamento in favore del lavoratore dell’indennità sostitutiva del preavviso.

2) La corte territoriale ha ritenuto che i fatti oggetto della contestazione erano stati ammessi dallo stesso S., sia in sede di accertamenti preliminari il 26 luglio 2007, sia successivamente nell’ambito della procedura disciplinare iniziata con la contestazione degli addebiti del 17.12.2007 – nell’audizione del 14.1.2008, in cui il S. aveva dichiarato che, al fine di far risultare, come richiestogli da un conoscente, l’accettazione in data 19.5.2007, di una raccomandata diretta ad un ufficio di collocamento presentatagli il 21.5.2007, egli aveva eseguito l’operazione di accettazione manuale della raccomandata, modificando la data.

3) In particolare era stato addebitato al S. che nell’effettuare l’operazione di accettazione di una raccomandata, aveva cancellato la data riportata sull’etichetta adesiva stampata del 21 maggio 2007 cambiandola, a mano, in quella del 19.5.2007 e non immettendo la ricevuta nel sistema PGO, ma apponendo sulla stessa il bollo indicante la data del 19.5.2007.

4) La corte distrettuale ha escluso che la contestazione disciplinare fosse generica, ritenendo che fosse stata quindi da lui ben compresa, che la sanzione irrogata fosse sproporzionata rispetto alla gravità del fatto, riconducibile all’ipotesi di illecito disciplinare prevista dall’art. 56 del CCNL e sanzionata con il licenziamento in tronco, nei confronti di chi “dolosamente ha alterato, falsificato, sottratto documenti, registri, atti della società o ad essa affidati”.

5) I giudici del gravame hanno poi escluso la non tempestività della sanzione espulsiva – sebbene il fatto fosse stato accertato il 26.7.2007 e la contestazione effettuata il 17 dicembre 2007 – tenuto conto delle notorie dimensioni dell’azienda e della sua complessa organizzazione; che tuttavia doveva ritenersi sussistere l’ipotesi di un giustificato motivo, atteso che il ricorrente aveva nelle more continuato a svolgere la sua prestazione lavorativa nello stesso ufficio e nelle stesse mansioni fino al licenziamento del 21 gennaio 2008.

6) Ha proposto ricorso per cassazione il S. affidato a due motivi, cui ha resistito Poste italiane spa con controricorso, svolgendo appello incidentale con due motivi.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

7) Con un primo motivo del ricorso principale il S. deduce: a) l’illogicità manifesta della sentenza con riferimento alle risultanze processuali ed ai presupposti di fatto accertati ed utilizzati per la decisione; b) la violazione della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7 per genericità della sanzione (rectius della contestazione) disciplinare; c) l’assenza di giusta causa e di giustificato motivo; d) la sproporzione tra violazione contestata e sanzione irrogata; e) la violazione e falsa applicazione degli artt. 1175,1375,2104 e 2119 c.c., anche in relazione agli artt. 54, 55 e 57 del CCNL di Poste italiane del 2007, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, inoltre omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

8) Si deduce che la corte avrebbe erroneamente affermato che i fatti contestati fossero stati ammessi dal S., senza tuttavia valutare la genericità della contestazione, la violazione del principio di immediatezza e poi la proporzionalità della sanzione disciplinare inflitta, peraltro richiamandosi ad una fattispecie prevista dal contratto collettivo – art. 54, comma 6 – che si riferisce a violazioni dolose e che abbiano arrecato pregiudizio alla società o a terzi, non ravvisabile nel caso in esame.

9) Il ricorrente deduce ancora un’omessa pronuncia e un’omessa motivazione per non avere la corte fatto riferimento in motivazione all’ ordinanza emessa in sede di appello, con cui aveva disposto la produzione della posizione reddituale del S..

10) Il motivo è inammissibile. In particolare vengono denunciati sia la violazione di norme di diritto oltre che del CCNL, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sia un’illogicità manifesta della sentenza e sia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, senza tuttavia che sia comprensibile, tra le tante e non lineari censure, quale sia l’esatto vizio denunciato.

11) Vi è una mescolanza di censure confusamente articolate con una sovrapposizione del richiamo alle due diverse ipotesi di cui all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, dunque di censure prive di un graduato riferimento ad ogni singolo percorso argomentativo della sentenza ed alla relativa critica o in termini di errata violazione o applicazione di legge, oppure in termini di assenza di esame di fatto decisivo.

12) Il rispetto del principio di specificità dei motivi del ricorso per cassazione richiede l’esposizione di argomentazioni chiare ed esaurienti, che devono precisare, nell’ipotesi di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, quali siano le inosservanze di norme o principi di diritto fornendo una corretta interpretazione di tali norme, così da individuare in cosa sia consistita la violazione che viene ascritta alla pronuncia che si censura, mentre invece il vizio riconducibile all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella versione applicabile ratione temporis, si riferisce ad una censura relativa ad un’ anomalia motivazionale, che tuttavia ora può essere sindacata solo nei termini di mancanza assoluta di motivi, di motivazione apparente o anche obiettivamente incomprensibile (Così Cass. SU n. 8053/2014), perchè vi è l’omissione di una questio facti decisiva. Sotto tale secondo profilo, deve invece rilevarsi che la sentenza impugnata ha esaminato tutti gli aspetti fattuali rilevanti.

13) con il secondo motivo di ricorso principale si deduce la violazione della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7 per inottemperanza del principio di immediatezza della contestazione, con violazione del diritto di difesa. Il ricorrente lamenta il mancato rispetto delle garanzie procedimentali per avere la corte territoriale escluso la violazione del principio dell’immediatezza, pur essendo trascorso un lungo periodo di tempo tra la data della conoscenza del fatto contestato (26 luglio 2007) e l’inizio del procedimento disciplinare con la formale contestazione degli addebiti (17.12.2007), nonostante non vi fossero indagini da effettuare, emergendo in atti, dalla stessa lettera di contestazione, che il S. già il 26 luglio 2007 aveva ammesso spontaneamente il fatto addebitatogli, quindi Poste era già a tale data a conoscenza dei fatti, così come svoltisi, tanto che il richiamo alla complessa e articolata struttura aziendale non sarebbe per nulla conferente.

14) Il motivo è infondato. Premesso che la valutazione relativa alla tempestività o meno della sanzione costituisce un giudizio di merito insindacabile in sede di legittimità se non in caso di motivazione inadeguata sotto il profilo logico giuridico, questa Corte ha espresso un orientamento più volte confermato (cfr per tutte Cass. n. 4435/2004, Cass. n. 14113/2006, Cass. n. 281/2016), secondo cui il concetto di immediatezza deve essere inteso in senso relativo, potendo essere compatibile con un intervallo di tempo, più o meno lungo, quando l’accertamento e la valutazione dei fatti richiedano uno spazio temporale maggiore ovvero quando la complessità della struttura organizzativa dell’impresa possa far ritardare il provvedimento di recesso.

15) Nel caso in esame la corte distrettuale, facendo riferimento proprio alla struttura ed alle dimensioni ampie della società datrice di lavoro – e quindi anche a procedure disciplinari con tempi e modalità necessariamente più articolati in quanto di competenza di strutture aziendali ad esse precipuamente affidate – ha ritenuto, con motivazione priva di vizi logico giuridici, che il lasso di tempo di circa quattro mesi, trascorso tra la conoscenza dell’addebito presso l’ufficio di appartenenza del S. e la sua contestazione, non potesse ritenersi eccessivo.

16) Con un primo motivo di ricorso incidentale Poste spa deduce la violazione dell’art. 2119 c.c. e della L. n. 604 del 1966, art. 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Secondo la società i fatti commessi dal dipendente, provati in quanto ammessi, nonostante fossero stati ritenuti dalla corte territoriale particolarmente gravi nella loro configurazione complessiva, sono stati poi derubricati ad un’ipotesi di giustificato motivo soggettivo, sul presupposto che il lavoratore era stato tenuto in servizio nello stesso posto di lavoro per oltre sei mesi. Tale affermazione, a dire della ricorrente società, non sarebbe coerente con i principi di legittimità in termini di interpretazione dell’art. 2119 c.c., avendo peraltro la sentenza affermato che “la sanzione irrogata non è sproporzionata rispetto alla gravità del fatto commesso, tale da minare il rapporto fiduciario che lega il lavoratore al proprio datore di lavoro”.

17) Con il secondo motivo Poste Italiane deduce poi la violazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dell’art. 56del CCNL 2007/2010, per avere la corte prima richiamato la fattispecie contrattuale di illecito disciplinare sanzionabile con il licenziamento in tronco, che si riferisce all’ipotesi di alterazione o falsificazione di documento o atti della Società o ad essa affidati, al fine di trarne profitto, quindi sussumendo correttamente le condotta del S. nell’ambito della previsione contrattuale, ma poi qualificandola come ipotesi meno grave di licenziamento con preavviso, andando di contrario avviso rispetto a quanto voluto dalle parti collettive, per le quali detta condotta lede irrimediabilmente il vincolo fiduciario.

18) I motivi, che possono essere esaminati congiuntamente perchè connessi, sono infondati. L’orientamento di questa Corte in tema di conversione da parte del giudice di conversione, anche d’ufficio del licenziamento per giusta causa in giustificato motivo è consolidato (così Cass. n. 17604/2007 e Cass. n. 12884/2014), evidenziandosi come le dette causali del recesso costituiscono mere qualificazioni giuridiche di comportamenti ugualmente idonei a legittimare la cessazione del rapporto di lavoro, l’uno con effetto immediato e l’altro con preavviso. Ne consegue che il giudice – senza incorrere in violazione dell’art. 112 c.p.c. – può valutare un licenziamento intimato per giusta causa come licenziamento per giustificato motivo soggettivo qualora – fermo restando il principio dell’immutabilità della contestazione, e persistendo la volontà del datore di lavoro di risolvere il rapporto – attribuisca al fatto addebitato al lavoratore la minore gravità propria di quest’ultimo tipo di licenziamento.

19) Nel caso in esame la sentenza impugnata ha desunto la minore gravità del comportamento del S. dalla circostanza della “conservazione in servizio”, senza un provvedimento di sospensione cautelare del dipendente per tutto il tempo delle indagini ispettive, durate quattro mesi.

20) In sostanza la corte ha valutato il fatto in concreto meno grave, proprio in considerazione della scelta della società che, mantenendo in servizio il dipendente, ha manifestato una volontà contrastante con quella di ritenere impossibile una prosecuzione anche solo provvisoria del rapporto.

21) Invero anche tale valutazione rientra pienamente nell’ambito di qualificazione giuridica del provvedimento espulsivo, demandata al giudice di merito, non intaccando tale giudizio la contestazione del fatto materiale così come addebitato, ma incidendo esclusivamente sulla valutazione della gravità da attribuire a tale fatto, che va esaminata anche in ragione del comportamento tenuto dal datore di lavoro.

22) Entrambi i ricorsi, principale ed incidentale, vanno pertanto respinti, conseguendone la compensazione delle spese stante la reciproca parziale soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale ed il ricorso incidentale, compensando tra la parti le spese del presente giudizio.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale e per il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 8 febbraio 2018.

Depositato in Cancelleria il 5 settembre 2018

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