Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21656 del 08/10/2020

Cassazione civile sez. VI, 08/10/2020, (ud. 23/09/2020, dep. 08/10/2020), n.21656

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – rel. Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16168-2019 proposto da:

I.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BOEZIO

14, presso lo studio dell’avvocato ALBERTO MARSILI FELICIANGELI,

rappresentata e difesa dall’avvocato NAZZARENO CIARROCCHI;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 118/2/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE delle MARCHE, depositata il 14/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 23/09/2020 dal Consigliere Relatore Dott. MAURA

CAPRIOLI.

 

Fatto

Considerato che:

La CTR delle Marche in una controversia relativa ad impugnazione di un’intimazione di pagamento delle somme portate da una cartella di pagamento notificata a I. Raffaella in data 23/10/2015 con la sentenza impugnata rigettava l’appello sostenendo che, essendo stati regolarmente notificati gli avvisi di accertamento la contribuente avrebbe potuto far valere solo vizi propri della ingiunzione ma non anche la questione di merito (prescrizione e decadenza) che doveva essere dedotta con la (tempestiva) impugnazione dell’avviso di accertamento.

Avverso tale statuizione I. Raffaella propone ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo, cui resiste l’Agenzia delle Entrate con controricorso.

Diritto

Ritenuto che:

La ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992, dell’art. 25, comma 1, lett c) e del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 50, comma 2.

Critica la decisione nella parte in cui ha ritenuto che fosse precluso alla contribuente denunciare i vizi relativi alla pretesa impositiva che avrebbero dovuto essere contestati attraverso apposite impugnative degli atti prodromici. Osserva infatti, richiamando un precedente della Suprema Corte in tema di fermo amministrativo, che doveva essere riconosciuto il diritto della contribuente ad impugnare ogni atto funzionale alla conoscenza della pretesa tributaria del fisco rispetto al quale sorge l’interesse ex art. 100 c.p.c. per il controllo di legittimità della pretesa stessa.

Afferma poi che sussisteva a monte un accertamento positivo da parte della CTP di Ascoli Piceno relativo al diritto di vedersi riconosciuto un comportamento di autotutela da parte della pubblica amministrazione.

Rileva poi che gli atti di intimazione erano stati impugnati per vizi propri essendo stata sollevata l’eccezione di decadenza ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25.

Il motivo è infondato.

E’ incontroverso che alla contribuente, quale socia illimitatamente responsabile della società Piccole Orme di I. Emidio, sono stati notificati avvisi di accertamento (OMISSIS) e (OMISSIS) non opposti nei termini di legge e che successivamente, in data 13.6.2006, 25.9.2006 e 9.2.2007 sono state 4 cartelle di pagamento, anchè essa non impugnate nei termini di legge, così acquisendo definitività.

Risulta pertanto evidente che qualsivoglia eccezione ad essa relativa, come quella di prescrizione del credito fiscale maturato precedentemente a tale notifica era assolutamente preclusa secondo il fermo principio della non impugnabilità, se non per vizi propri, di un atto successivo ad altro divenuto definitivo perchè rimasto incontestato.

Invero, con riferimento ad un caso del tutto analogo a quello in esame questa Corte ha affermato che “l’intimazione di pagamento che faccia seguito ad un atto impositivo divenuto definitivo per mancata impugnazione non integra un nuovo ed autonomo atto impositivo, con la conseguenza che, in base al D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 19, comma 3, esso resta sindacabile in giudizio solo per vizi propri e non per questioni attinenti all’atto impositivo da cui è sorto il debito. Ne consegue che tali ultimi vizi non possono essere fatti valere con l’impugnazione dell’intimazione di pagamento, salvo che il contribuente non sia venuto a conoscenza della pretesa impositiva solo con la notificazione dell’intimazione predetta (cfr., con riguardo a cartella di pagamento facente seguito ad avviso di accertamento divenuto definitivo, tra le altre, Cass. n. 16641 del 29/07/2011 e Cass. n. 8704 del 10/04/2013). Ne deriva che la questione della prescrizione del credito tributario, che avrebbe potuto essere fatta valere solo con l’impugnazione della cartella esattoriale, potrebbe essere esaminata solo nel caso in cui si accertasse che al contribuente la cartella stessa non è stata notificata” (Cass. n. 23046 del 2016; Cass. 2020 nr 3005). Corretta pertanto deve ritenersi sotto questo profilo la decisione impugnata laddove ha escluso che potessero essere valutate le questioni afferenti la pretesa impositiva anche afferente a questioni di decadenza o prescrizione verificatasi prima della emissione delle cartelle di pagamento.

E’ ammissibile infatti la proposizione dell’eccezione di prescrizione maturata dopo la notifica della cartella esattoriale.

Orbene posto che l’intimazione di pagamento è stata notificata il 23.10.2015 non possono ritenersi prescritti i crediti contenuti nelle cartelle di pagamento notificate rispettivamente il 13.6.2006, il 25.9.2006, il 9.2.2007 ed il 12.6.2003 non essendo ancora decorso il termine decennale.

Si tratta infatti di tributi costituiti da omessa presentazione della dichiarazione modello Unico – dichiarazione dei redditi – relativi ad anni di imposta 1997/2001, che, contrariamente a quanto assunto dal ricorrente, si estinguono per mancato esercizio del diritto nel termine di dieci anni.

Le SS.UU. n. 23397/2016, hanno statuito che per i tributi erariali – IRPEF, IRES, IRAP, IVA – accertati in un atto definitivo per omessa impugnazione, come nella specie, non è applicabile la prescrizione breve di cinque anni prevista per le prestazioni periodiche, ai sensi dell’art. 2948 c.c., poichè i crediti erariali non possono considerarsi prestazioni periodiche in quanto derivano da valutazioni fatte per ciascun anno d’imposta sulla sussistenza dei presupposti impositivi. Consegue che, nella carenza di una espressa disposizione di legge, per detti tributi è applicabile la prescrizione ordinaria decennale (art. 2946 c.c.), quale unico termine rilevante in fase di recupero.

Con riguardo poi ai pretesi effetti della pronuncia resa dalla CTP di Ascoli Piceno sulla vicenda de qua si deve rilevare che la mancata non ha riproduzione in ricorso, nella stesura minima necessaria a comprenderne il contenuto della decisione e la mancata produzione in giudizio del documento della cui erronea valutazione si dolga preclude al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo.

Alla stregua delle considerazioni sopra esposte il ricorso va rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo secondo i criteri di legge vigenti.

PQM

la Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali della presente fase che si liquidano in complessivi Euro 4000,00 oltre S.P.A.; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 23 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 8 ottobre 2020

 

 

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